“L’economia verde per uscire dalla crisi”. Parla Ermete Realacci

In occasione della presentazione del rapporto Greenitaly, il presidente di Symbola spiega perché la direzione presa dall’Europa è quella giusta
scritto da MATTEO ANGELI
Condividi
PDF

Le imprese green affrontano meglio la crisi. A dirlo è l’undicesimo rapporto Greenitaly, realizzato dalla Fondazione Symbola e da Unioncamere, attraverso il coinvolgimento di oltre cinquanta esperti operanti in molteplici settori. Si tratta di un fenomeno dai numeri importanti: sono infatti ben 432mila le aziende italiane che negli ultimi cinque anni hanno effettuato investimenti in campo ambientale, che vanno, tra le altre cose, dall’impiego di fonti rinnovabili al risparmio energetico, dal recupero di materiali alla riduzione dei consumi d’acqua, dall’abbassamento delle emissioni alle innovazioni di processi e di prodotti. 

ytali è una rivista indipendente. Vive del lavoro volontario e gratuito di giornalisti e collaboratori che quotidianamente s’impegnano per dare voce a un’informazione approfondita, plurale e libera da vincoli. Il sostegno dei lettori è il nostro unico strumento di autofinanziamento. Se anche tu vuoi contribuire con una donazione clicca QUI

Perché le imprese green hanno migliori performance di mercato e sociali? ytali ne ha discusso con Ermete Realacci, presidente della Fondazione Symbola, protagonista e testimone della storia recente dell’ambientalismo italiano. 

Ermete Realacci è presidente della Fondazione Symbola, presidente onorario di Legambiente e, dal 2001 al 2018, parlamentare con l’Ulivo e poi con il Pd

Ermete Realacci, perché le imprese “verdi” sono più resilienti rispetto al resto del tessuto produttivo italiano? 
È innanzitutto una questione di direzione. È necessario affrontare con coraggio la crisi climatica: la transizione ecologica è la direzione del futuro e si tratta di un percorso in parte già avviato. Faccio l’esempio delle rinnovabili: negli ultimi dieci/vent’anni, il prezzo del solare fotovoltaico è calato dell’ottanta per cento, quello dell’eolico s’è dimezzato e anche quello delle batterie è sceso dell’ottanta per cento. Questo accade anche in altri campi. Anche per questo le aziende green crescono di più, innovano ed esportano di più, producono più lavoro. E reagiscono meglio alla durissima crisi generata dalla pandemia.

Si tratta di una dinamica che attraversa il mondo. 
Esatto. Negli Stati Uniti, durante la campagna presidenziale dal 2016, Donald Trump aveva due slogan: il muro con il Messico e il rilancio delle miniere americane di carbone. “Trump scava carbone”, si leggeva sui cartelli in occasione dei comizi elettorali. Com’è finita? Trump è andato al governo, ha abbandonato gli accordi di Parigi sul clima, ha introdotto una serie di misure a favore del carbone, ma il consumo di carbone è continuato a diminuire. Anzi, ha accelerato la sua discesa. Negli anni di Trump hanno chiuso cinquanta centrali a carbone e nel giugno scorso tutti i nuovi impianti di produzione di energia elettrica negli USA erano alimentati da fonti rinnovabili, sia negli stati governati dai democratici, sia in quelli governati dai repubblicani. 

Perché oggi le rinnovabili costano meno?
Molto dipende dall’avanzamento della tecnologia. Spesso le barriere principali alla penetrazione delle rinnovabili sono la lentezza delle scelte e della burocrazia: in Italia questo è un ostacolo molto serio. Ci vogliono in media cinque anni per ottenere l’autorizzazione per installare una pala eolica e le semplificazioni finora introdotte sono assolutamente insufficienti.

Un ostacolo che però non frena l’avanzata della green economy.
La spinta della transizione ecologica è molto forte, tanto che anche il mondo della finanza sta andando in quella direzione. Si pensi a BlackRock e al suo impegno per promuovere una finanza più sostenibile. 

O all’evoluzione che ha attraversato una grande azienda come Enel, che alcuni anni fa, soprattutto con Francesco Starace, ha effettuato una drastica inversione di rotta, puntando sulle rinnovabili. Enel ne è uscita molto rafforzata economicamente e oggi è il più grande produttore di fonti rinnovabili nel mondo. Così facendo, l’azienda è cresciuta moltissimo in valore e ha anche attirato fondi etici, a riprova che essere più buoni alla fine oggi conviene. 

Da sinistra a destra: Ettore Prandini, Francesco Starace, Paolo Gentiloni, Ermete Realacci e Padre Enzo Fortunato, in occasione della sottoscrizione da parte di Gentiloni, commissario europeo agli Affari Economici, del Manifesto d’Assisi (Fonte: Symbola)

L’undicesimo rapporto Greenitaly di Symbola e Unioncamere mostra che l’Italia è un leader europeo, se non mondiale, della transizione verde. Come si spiega questo fenomeno?  
C’è un cromosoma produttivo italiano che, al di là delle leggi, spinge in questa direzione. Questo in parte è dovuto alla necessità di fare i conti con i nostri limiti. Siamo un paese povero di materie prime, cosa che ci ha obbligato a utilizzare quella fonte di energia rinnovabile e non inquinante che è l’intelligenza umana. Per questo l’Italia è una superpotenza nell’economia circolare e ha la più alta percentuale di riciclo sulla totalità dei rifiuti: il 79 per cento, il doppio rispetto alla media europea, molto più della Germania.

Questa non è solo un’eredità del passato. C’è anche una spinta, che si rinnova, e che ci fa risparmiare ogni anno ventitré milioni di tonnellate di petrolio equivalente e sessantatré milioni di tonnellate di emissioni di CO2. Rispetto ad altri paesi europei, l’Italia ha meno residui chimici nei prodotti agricoli. Una parte significativa della nostra economia ha imparato a puntare più sulla qualità e sulla bellezza che sulla quantità. E la bellezza è ecologica, in quanto sposta l’asse verso produzioni che consumano meno energia e meno materie prime.

Questo trascina forme di produzione più avanzate, più a misura d’uomo e proprio per questo più in grado di affrontare il futuro. È un’economia che, come ricorda il Manifesto di Assisi promosso dalla Fondazione Symbola e dal Sacro Convento, si nutre di un rapporto positivo con le comunità, con i territori, che punta sulla coesione sociale. Che non lascia indietro nessuno, che non lascia solo nessuno.

Come velocizzare e, in questo modo, estendere l’adozione di queste nuove tecnologie? 
È importantissimo investire in innovazione e ricerca. Vanno poi ridotti i freni burocratici. E, infine, è importante tradurre le innovazioni in progetti industriali. Si pensi al personal computer: il primo venne fatto da Olivetti, ma Fiat, che possedeva l’azienda, non puntò su quel progetto. Il resto è storia. Oggi l’Italia è leader mondiale nella chimica verde, grazie soprattutto al ruolo della Novamont.  Ma questo deve ancora tradursi in un progetto industriale adeguato alla sfida.

La spinta decisiva potrebbe venire dal Recovery Fund, il piano europeo per il rilancio economico dopo la pandemia?
Questo piano, noto anche come Next Generation EU, rappresenta una grandissima opportunità. Le risorse assegnate all’Italia sono notevoli: 209 miliardi, di cui circa 80 per affrontare la crisi climatica. 

L’importanza di questo piano, però, non si ferma alla dimensione prettamente economica. La pandemia e la transizione verde hanno offerto all’Europa un’occasione per ritrovare la sua anima. Ricordo quando nel 2014 Papa Francesco andò in Parlamento europeo e fece un discorso durissimo, dicendo: “L’Europa è vecchia e stanca, sembra una nonna non più fertile e vivace”. In questo senso, di fronte alla doppia sfida della pandemia e della transizione climatica, l’Europa ha fatto un’accelerazione davvero importante. E sta indicando la direzione agli altri. Grazie alla spinta venuta dall’Europa oggi i cinque paesi al mondo che hanno un surplus manifatturiero al di sopra dei cento miliardi di dollari – Cina, Germania, Giappone, Corea e Italia – si sono tutti impegnati ad azzerare le loro emissioni di CO2. Tutti entro il 2050, tranne la Cina che ha fissato l’obiettivo al 2060. Ovviamente bisogna muoversi con coraggio subito.

Il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, in occasione del suo intervenuto alla presentazione de “Il Manifesto di Assisi: Un’economia a misura d’uomo contro la crisi climatica” presso il Sacro Convento di Assisi, il 24 gennaio 2020 (Fonte: Presidenza del Consiglio dei Ministri)

L’Unione europea vuole essere più ambiziosa degli altri. Qualche settimana fa il Parlamento europeo ha votato la legge sul clima, inserendo nel testo – che deve ancora passare dal Consiglio – l’obiettivo di riduzione del 60 per cento delle emissioni entro il 2030. Alcuni osservatori sostengono che un target così ambizioso rischia di danneggiare l’economia. È vero? 
La mia posizione è che bisogna mettersi in movimento, mettere in moto nuove energie. L’obiettivo del 55 per cento è ambizioso e raggiungibile. Il sessanta per cento può servire a spingere gli altri attori coinvolti nella decisione. 

In ogni caso, quando si mettono in moto queste dinamiche, esse sono più veloci di quello che pensiamo. Faccio l’esempio dell’auto elettrica: appena i tedeschi e i cinesi avranno i modelli, la velocità del cambiamento sarà più rapida. E la transizione sarà molto più veloce se diventerà un motivo di identità e di orgoglio.

Ancora prima che la Commissione adottasse il Green Deal, io facevo il parallelo tra il discorso sulla conquista della luna di John Fitzgerald Kennedy e la crisi climatica. Quando Kennedy disse: “Porteremo un americano nello spazio entro un decennio”, pochi lo presero in parola. Molti pensarono, come nella bella canzone di De Gregori, “lo sposo è impazzito oppure ha bevuto”. Tuttavia, gli Stati Uniti ci riuscirono. Furono messe in campo tecnologie e risorse importanti, ma a contare fu anche il carattere degli americani. Portare il primo uomo sulla luna divenne una questione d’orgoglio. Lo stesso deve avvenire in Europa con la conversione ecologica. 

Per il momento ci sono una serie di interessi che resistono.
Bisogna convincere loro e i cittadini che bisogna andare in questa direzione. Come diceva Alexander Langer, la conversione ecologica sarà vincente quando sarà anche socialmente desiderabile. Il che non significa indolore, ma accompagnata da una massa critica d’emozione, suggestione, convincimento. Quel momento è arrivato. 

L’Italia saprà cogliere le opportunità offerte dal Recovery Fund?
Per ora il nostro paese s’è mosso male. Mentre altre capitali europee hanno elaborato i loro piani, il governo italiano ha utilizzato il Recovery come un effetto placebo. In occasione degli stati generali dell’economia sono stati ascoltati un’enormità di soggetti ma non è stata proposta loro un’idea chiara. Servivano pochi obiettivi, che potevano essere presi dall’Europa, la quale dice che i nuovi fondi vanno usati per sanità e coesione, transizione verde, digitale. Non serviva tanta fantasia. La Commissione europea lo ha già detto: il 37 per cento dei fondi va utilizzato per combattere la transizione climatica, il 20 per cento per il digitale. 

In Italia invece il governo s’è fatto mandare i progetti, senza mettere prima dei paletti, e in questo modo sono state presentate anche iniziative che non hanno nulla a che vedere con le indicazioni che vengono da Bruxelles. Spero che i nostri responsabili politici riescano a fare una sintesi, altrimenti il rischio è che invece di fare un ragionamento sul futuro del paese si faccia una trattativa politica, che verrà poi bocciata dall’Europa o, ancora peggio, che si concluderà in un nulla di fatto. Personalmente ho piena fiducia nel difficile lavoro di sintesi che sta portando avanti il ministro Vincenzo Amendola.

Le prospettive quindi non sono delle migliori. 
Per questo dobbiamo essere pienamente consci di quello che è in gioco. Il preambolo della costituzione europea (progetto di revisione dei trattati che purtroppo non andò in porto a causa del “no” di Francia e Paesi Bassi, ndr) descriveva l’Europa come uno “spazio privilegiato della speranza umana”. Gli spazi della speranza vanno difesi. È quello che dobbiamo fare oggi. La sfida della pandemia e la crisi climatica possono essere leva di cambiamento, innovazione, competizione. Una leva in grado di ridare vigore a quest’idea d’Europa.

Molto dipende anche dagli equilibri politici in Europa. L’anno prossimo si vota in Germania. Come agirà la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, una volta che non potrà più contare sull’appoggio di Angela Merkel?
C’è ancora un anno prima del voto in Germania. Di qui ad allora alcune cose possono diventare irreversibili, perché istituzionalizzate. Non è poi ancora chiaro quello che farà la Germania dopo Merkel, ma da un punto di vista strettamente politico, è evidente che i verdi aiutano a non far spostare gli equilibri attuali. Non perché sono risolutivi, ma è prevedibile che se la CDU-CSU, il soggetto politico che fa capo a Merkel, avrà paura di perdere voti a favore dei verdi – cosa che sta già avvenendo – farà politiche più orientate in senso ambientale.

I verdi tedeschi sono oggi attrattivi non solo per le fasce colte, intellettuali, ma anche per quelle popolari. Spero che nelle prossime elezioni aiutino la Germania e l’Europa in questa nostra conquista della luna. 

Per l’Europa si tratta di un’enorme sfida politica economica, sociale, competitiva. È la nostra occasione per inserirci nella partita tra Stati Uniti e Cina. Per stare dalla parte giusta, per me, della storia.

Una partita che non dobbiamo solo giocare, ma anche vincere.
Il famoso registra americano Frank Capra diceva che “i dilettanti giocano per piacere quando fa bel tempo, mentre i professionisti giocano per vincere quando infuria la tempesta”. Per noi è giunto il momento di essere professionisti non solo nel contrastare la crisi climatica ma nella costruzione di una nuova Europa, di un’economia e di una società più a misura d’uomo. Un’Italia che fa l’Italia è determinante in questa sfida.

“L’economia verde per uscire dalla crisi”. Parla Ermete Realacci ultima modifica: 2020-11-02T15:21:52+01:00 da MATTEO ANGELI

VAI AL PROSSIMO ARTICOLO:

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento