L’America sul filo del rasoio

Il day after del 3 novembre fotografa un paese diviso e polarizzato, con giornate in arrivo di tensioni e contestazioni. Trump non si ritira dalla scena, e il suo risultato gli consente di giocare ancora una partita politica.
scritto da GUIDO MOLTEDO
Condividi
PDF

Una giornata al cardiopalma, il giorno dopo l’Election Day. Un finale sul filo del rasoio. Ore e ore nella notte dopo gli exit poll seguiti alla chiusura delle urne e poi in mattinata le montagne russe dei numeri in sette stati “campi di battaglia”, dati che aprivano e poi chiudevano la speranza d’una vittoria, anche se di misura, di Joe Biden. In serata l’incubo di un Trump vittorioso si stemperava fino quasi a svanire grazie alle cifre incoraggianti regalate da un grappolo di contee in blu di stati cruciali in bilico, sempre più oscillanti verso il candidato democratico. Biden ha probabilmente già un piede nella Casa Bianca. E il suo avversario è deciso in ogni modo a sbarrargli il passo. L’ha minacciato con improntitudine in un discorso dalla Casa Bianca trasformata in quartier generale della sua campagna in cui s’autoincoronava vincitore, lanciando avvertimenti contro chi lo metteva in dubbio non fermando, secondo la sua assurda richiesta, il completamento della conta dei voti espressi per posta e in anticipo. E poi con altri cupi tweet bellicosi.

ytali è una rivista indipendente. Vive del lavoro volontario e gratuito di giornalisti e collaboratori che quotidianamente s’impegnano per dare voce a un’informazione approfondita, plurale e libera da vincoli. Il sostegno dei lettori è il nostro unico strumento di autofinanziamento. Se anche tu vuoi contribuire con una donazione clicca QUI

Così, dopo un traumatico day after, sembrano ora profilarsi altre giornate di duro conflitto, sullo sfondo di un tentativo estremo da parte di Donald Trump di asserragliarsi nella Casa bianca, timoroso per la sua stessa sorte una volta uscito dallo studio ovale e ansioso, in caso di sconfitta inconfutabile, di ottenere una qualche garanzia quando sarà esaurito il mandato con la relativa immunità. La magistratura di New York non sarà tenera con il cittadino Donald Trump e con i suoi familiari, per le loro disinvolte operazioni finanziarie e relativi reati fiscali.

Il primo passo dell’offensiva sarà la contestazione dei risultati a lui sfavorevoli negli stati ancora in gioco, per poi arrivare alla via giudiziaria, fino alla Corte suprema, com’egli stesso ha messo in chiaro. Il primo segnale in questa direzione è l’annunciato ricorso per il riconteggio dei voti in Wisconsin.

Eppure la giornata elettorale s’era svolta in modo ordinato, con lunghe file ai seggi, dopo che oltre cento milioni di elettori avevano usufruito del diritto di votare per posta o di deporre anticipatamente la scheda in appositi seggi e contenitori. Un’affluenza, nel complesso, senza precedenti: 66,9 per cento degli aventi diritto al voto. Bisogna risalire al 1900 per avere una partecipazione più alta. Un’affluenza che, secondo calcoli da affinare, ha consentito a Trump di aumentare di oltre tre milioni di voti il suo bottino elettorale rispetto a quattro anni fa e a Biden di incrementare di quasi due milioni e mezzo di voti il suo risultato rispetto a quello di Hillary Clinton. Ancora una volta il sistema elettorale ha messo in mostra tutta la sua assurda iniquità nel contrasto clamoroso tra voto popolare e voto dei collegi.

Tanta partecipazione all’Election Day stride evidentemente con l’aspettativa di un’epidemia che avrebbe scoraggiato l’affluenza il 3 novembre, tanto più che enorme era stato il ricorso al voto postale e a quello anticipato. E questa inattesa mobilitazione dell’ultima ora, sul lato della destra, ha spiazzato gli osservatori e gli stessi protagonisti, in particolare nel campo democratico, provocando il trauma di una giornata che comunque decreta la sopravvivenza di Trump sulla scena come protagonista. Se non riuscirà a restare alla guida del paese, la sua sconfitta, come s’è configurata, di un pelo, gli consente di conservare una forza politica considerevole, che potrà continuare a usare come leader del suo movement – che è anche armato, non va dimenticato –, come capo vero del Grand Old Party, e, non ultimo, per negoziare la sua uscita indenne dalla Casa Bianca.

In tanti non avevano messo in conto la resilienza di Trump. In tanti avevano fatto pronostici ottimistici per i democratici basandosi fondamentalmente su due punti che, entrambi, si sono rivelati fragili. Il primo: i sondaggi, da tempo considerati insidiosamente fuorvianti, ma questa volta ritenuti più affidabili perché continuativamente, da tempo, univoci a favore di Biden e con grande distacco rispetto al rivale. Il secondo punto: Covid. L’idea secondo cui la gestione disastrosa da parte della Casa bianca della pandemia, con un picco molto alto proprio nei giorni del voto, sarebbe stata il colpo finale alle aspirazioni di rielezione di Trump, prende corpo nel suo contrario nel voto reale. Da marzo, dall’inizio della pandemia, la cifra dei casi sta ora raggiungendo i dieci milioni, con 230.000 morti. Milioni di americani hanno perso il lavoro, milioni chiedono il sussidio.

Il presidente avrebbe pagato un prezzo molto alto? Certo, gliel’hanno fatto pagare molti tra coloro che comunque non l’avrebbero votato e caso mai non avrebbero neppure votato per Biden o avrebbero esitato a farlo. In molti altri, però, nella sua base e non solo, si sono invece mobilitati vedendo in lui l’eroe che risorge dal virus, si rialza e si batte con giri forsennati con comizi in tutt’America, ridicolizzando chi teme Covid, come il suo avversario, e dando voce a chi si sente messo in crisi non dalla sua gestione del virus ma da chi chiede che Covid sia diligentemente controllato.

Il negazionismo non è un movimento marginale. La narrazione di un paese che non deve fermarsi, con un’economia che deve avere la meglio su un virus sopravvalutato e “manovrato” da Cina e forze oscure ha avuto un successo che va contro il buon senso, il senso comune. Lo scorcio finale della campagna elettorale, con un Trump che ha rovesciato il messaggio del senso comune, appunto, sintonizzandosi con l’America vasta della negazione, andrà lungamente, profondamente studiato, per capire come gioca quella che si usa definire la “pancia” ma che è più appropriato definire interessi, forse malamente, assurdamente investiti, ma che come tali vanno visti, se si vuole (anche fuori dell’America) cercare di intercettarli e ricondurli nell’alveo della razionalità e del progresso.

Queste considerazioni tengono conto sia del peggiore scenario – la rielezione nonostante tutto di Donald Trump – sia del migliore scenario, attualmente la più probabile, la sua sconfitta. Un esito da valutare insieme a quello del voto per il rinnovo dei due rami del Congresso e, in particolare, di un terzo del senato. Al senato – elezioni di enorme portata politica, come sempre e ora più che mai – la partita sembra aperta, con una prevalenza seppur di poco dei repubblicani che consentirebbe loro di conservare la maggioranza (anche in caso di pareggio, in virtù del voto aggiuntivo del presidente del senato, il vicepresidente Mike Pence) e, così, dare sostegno a una seconda amministrazione Trump o creare problemi notevoli a una presidenza Biden. Che comunque potrà contare su una camera dei rappresentanti di nuovo democratica (e con un orientamento a sinistra, con la rielezione di Alexandria Ocasio Cortez e di altre e altri esponenti dell’area socialista democratica).

Un’analisi più a freddo dei flussi elettorali definirà in modo più preciso i due blocchi elettorali – la loro composizione –, quello che ha dato la spinta a Trump verso questo finale sul filo di lana, e il blocco che ha sostenuto la buona prestazione di Biden, anche se inferiore alle aspettative (il risultato deludente aprirà comunque una grande discussione nel mondo democratico, sulla qualità del candidato ma anche della stessa piattaforma politica che l’ha sostenuto). Resta evidente, intanto, il contrasto tra il rosso e il blu sulle mappe del voto che hanno accompagnato sui teleschermi lo spoglio delle schede. Ora più che mai, la distanza politica, ma prim’ancora culturale, perfino antropologica, in tutti gli stati dell’Unione tra le contee in rosso – repubblicane – e in blu – democratiche – colpisce molto: le prime sono prevalentemente rurali, le secondo urbane. Forse è la principale, la più vistosa faglia, tra le “due Americhe”, il gap più difficile da colmare.

il manifesto

L’America sul filo del rasoio ultima modifica: 2020-11-04T23:47:06+01:00 da GUIDO MOLTEDO

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento