L’America dei referendum. Antiproibizionista, liberal e un po’ egoista

Le consultazioni popolari del 3 novembre segnano un passo avanti in molte battaglie progressiste. Ma non sempre. In California, trionfano anche Uber e il lavoro on demand.
scritto da MATTEO ANGELI
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Con il voto l’America cambia volto. In ballo non c’è solo il nome del prossimo inquilino della Casa bianca. Le elezioni generali sono molto di più. Si tratta di un’occasione per svecchiare l’intero apparato politico nazionale. Si rinnovano il Congresso, i governatori e le assemblee legislative di molti stati. E poi, ci sono i referendum statali, con i quali i cittadini s’esprimono su una serie di questioni tra le più disparate. Quest’anno ce ne sono stati ben centoventinove in trentacinque stati. Essi offrono uno squarcio sulla società americana e sulla direzione che questa sta prendendo su molte questioni di valore.

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Sul podio dei vincitori dei referendum, spiccano sicuramente i promotori della legalizzazione delle droghe leggere. In Arizona e Montana, due stati governati dai repubblicani, e nel democratico New Jersey sono passate una serie di iniziative finalizzate a rendere legale l’uso ricreativo della marijuana. Arizona, Montana e New Jersey s’aggiungono agli undici stati che hanno già compiuto questo passo. Nove di essi lo ha fatto attraverso referendum. Si tratta senza dubbio di un tema che interessa sempre più largamente l’opinione pubblica americana. Lo dimostra il fatto che anche gli elettori di Mississippi e South Dakota hanno votato martedì per il via libera all’impiego della marijuana, questa volta però solo a fini palliativi.

C’è poi chi, invece, s’è spinto un po’ più in là, come Oregon e Washington DC, che hanno deciso di depenalizzare il possesso di funghi allucinogeni e di altre piante enteogene. In Oregon, la misura 109 proponeva addirittura d’autorizzarne l’uso a fini terapeutici. Questa è quasi una “prima volta” nella storia degli Stati Uniti; finora, infatti, solo la città di Denver aveva compiuto un tale passo. Alcuni temevano perciò che i due referendum si concludessero in un nulla di fatto. Ma Oregon e Washington DC sono due realtà molto progressiste, tra le prime in America a liberalizzare la cannabis a uso creativo. Alla fine, nell’urna, i loro elettori hanno confermato questa reputazione, dicendo a maggioranza “sì” ai funghi allucinogeni.

Un’altra questione di società tradizionalmente molto dibattuta negli Stati Uniti è quella legata all’aborto. Su questo tema, due stati hanno chiamato a votare i loro cittadini, con esiti differenti. In Colorado, il 59 per cento dei votanti ha rifiutato la “Proposition 115”, che puntava a rendere illegali le interruzioni di gravidanza dopo le ventidue settimane. Si trattava di una proposta molto rigida, che non ammetteva eccezioni neanche per i casi di stupro, incesto o anomalie del feto. È la quarta volta in dodici anni che i cittadini del Colorado stoppano un tentativo di porre dei limiti alla pratica dell’aborto tramite referendum.

In Louisiana, invece, è andata diversamente. Il 61 per cento dei votanti ha approvato l’“Amendment 1”, mirato ad aggiungere alla costituzione dello stato la seguente frase:

Al fine di difendere la vita umana, niente in questa costituzione dovrà essere interpretato per garantire o proteggere il diritto all’aborto o per finanziarlo.

Un risultato che, in termini concreti, però, non cambia lo stato delle cose. Il diritto all’aborto è tutelato a livello federale. Finché sarà così, l’emendamento della Louisiana non produrrà effetti.

Courtney Normand, direttrice del gruppo Safe & Healthy Youth Washington, che ha sostenuto il Referendum 90

Restando sui temi legati alla sfera sessuale, i cittadini dello stato di Washington hanno votato, con un margine del sessanta per cento, a favore del “Referendum 90”, che chiedeva l’introduzione dell’educazione sessuale obbligatoria nelle scuole pubbliche. Si tratta di un tema molto dibattuto negli Stati Uniti, con solo ventinove stati e il Distretto di Columbia che dispongono di norme che garantiscono l’obbligatorietà della cosiddetta “sex ed”. A opporsi sono tradizionalmente i repubblicani, che credono che l’autorità pubblica non debba intervenire su questi temi, e le organizzazioni religiose, che ritengono che l’educazione sessuale dovrebbe essere appannaggio delle famiglie ed essere incentrata sul matrimonio.

In ogni caso, non sarà più così nello stato di Washington. Grazie alla vittoria del “Referendum 90”, infatti, gli studenti delle scuole pubbliche potranno beneficiare di corsi di salute riproduttiva già a partire dal 2022-2023.

Dalla California viene invece una pessima notizia per i cosiddetti driver e rider (per intenderci, quelli che ad esempio che lavorano per piattaforme come Uber e Deliveroo). Qui il 58 per cento dei votanti ha fatto approvare la “Proposition 22”, che classifica le sopramenzionate categorie come “lavoratori autonomi”. In questo modo viene ribaltata una nuova, modernissima legge, nota come A.B. 5, finalizzata a concedere ai driver lo status di dipendenti, con i diritti che ne derivano, in termini di protezione salariale, indennità di disoccupazione e congedi malattia.

È il trionfo del lavoro on demand, della cosiddetta gig economy e delle piattaforme che ne traggono beneficio. Oltrettutto, in uno stato blu, democratico, come la California! Le grandi piattaforme on demand, come Uber, DoorDash, Lyft and Instacart, non hanno badato a spese per vincere questa consultazione. Hanno finanziato una campagna di pubblicità da duecento milioni di dollari, una somma record nella storia dello stato. Con un esito che, purtroppo, potrebbe fare scuola anche nel resto del paese, favorendo l’avanzata dei modelli di lavoro sempre più precari.

Infine, c’è Porto Rico, la magnifica isola nel mare dei Caraibi, che ha tenuto l’ennesimo referendum per diventare il cinquantunesimo stato della federazione. È il sesto nella storia del paese. Gli ultimi due, nel 2012 e nel 2017, avevano visto i tre milioni di cittadini portoricani mobilitarsi in massa per ottenere il riconoscimento. Ma il risultato del referendum, ieri come oggi, non è vincolante e non obbliga il Congresso a intervenire. Questa volta i propositori dell’iniziativa sostenevano che sarebbe potuto essere diverso, che, in caso di risultato schiacciante, avrebbero dovuto essere ascoltati. Ma così non è andata: “solo” il cinquantadue per cento ha votato ha favore. Per Porto Rico, diventare la cinquantunesima stella è un sogno destinato a restare ancora nel cassetto.

L’America dei referendum. Antiproibizionista, liberal e un po’ egoista ultima modifica: 2020-11-05T20:28:45+01:00 da MATTEO ANGELI

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