L’importanza di chiamarsi Joe

Il settantottenne Biden diventa suo malgrado, lui centrista e moderato (o forse proprio per questo?) una figura rivoluzionaria nell’America che festeggia la sua elezione. Perché è lui che ha messo ko l’eversore di Manhattan. È l’emblema del ritorno alla normalità.
scritto da GUIDO MOLTEDO
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Aggiornamento. Nella notte italiana Joe Biden e Kamala Harris hanno tenuto i discorsi per celebrare la vittoria democratica. Il contrasto col discorso della vittoria di Trump non poteva essere più lampante. Biden, che per l’occasione ha recuperato vigore e energia, ha pronunciato un discorso sobrio e pieno di ottimismo per il futuro. Ha ringraziato il paese ma soprattutto gli africano-americani che l’hanno sempre sostenuto e hanno rappresentato “la spina dorsale” della sua campagna. Un discorso bipartisan quello di Biden per “abbassare la temperatura dello scontro” e molto tradizionale ma proprio per questo un discorso nuovo dopo quattro anni di presidenza Trump. Biden ha parlato di cooperazione con i repubblicani – al Senato ne avrà bisogno – e ha ripreso espressioni obamiane di unità nazionale (“non siamo un insieme di stati blu e rossi, siamo gli Stati Uniti d’America”).
Il democratico ha anche ricordato il ruolo internazionale degli Stati Uniti (anche qui ha ripreso parti del discorso che pronunciò durante la convention che “incoronò” Hillary Clinton) perché gli Stati Uniti hanno un ruolo globale fondamentale “non solo grazie all’esempio del potere, ma al potere dell’esempio”. In maniera inusuale il presidente eletto ha dato molto spazio a Kamala Harris che l’ha introdotto con un discorso emozionante: “John Lewis prima di morire scrisse che la democrazia non è uno stato ma un’atto. Intendeva dire che la democrazia americana non può essere data per scontata”. Harris ha anche dichiarato che “per quanto sia la prima donna a ricoprire questo ruolo, non sarò l’ultima perché oggi le bambine ci stanno guardando e vedono che questo è un paese di possibilità”.

Gli inseparabili Ray Ban Aviators, l’intercalare nei comizi e negli incontri di parole gergali – folks, guys, hei –, un parlare semplice e popolare di chi rivendica l’identità di democratico legato al mondo sindacale, l’eleganza sartoriale del politico vecchio stile, la balbuzie vinta da bambino che di tanto in tanto ritorna e lo fa inciampare nei discorsi, il sorriso ottimistico, la celebrità pericolosa delle tante gaffe che disseminano il suo lungo, interminabile tragitto parlamentare iniziato a 29 anni, giovanissimo senatore del Delaware.

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Un personaggio conosciuto e sperimentato, il 46mo presidente degli Stati uniti, che anche nelle giornate burrascose, non ancora concluse, del dopo-elezioni, ha saputo mantenere la calma, la pazienza, ostentandole in contrasto con il rivale sconfitto, nervoso, aggressivo, un bambino capriccioso, e ancora pericoloso. Joseph (Joe) Robinette Biden jr dunque. Anzi Joe e basta, il nome più comune in America, un normale americano come milioni di altri. Trump gli ha fatto un grande favore chiamandolo regolarmente Joe, come rivolgendosi a un americano qualsiasi, per sottovalutarne lo status di sfidante, peraltro ex-vicepresidente. In realtà, ha sottolineato e valorizzato l’aspetto più forte, più comunicativo dell’avversario.

Il settantottenne Joe Biden diventa suo malgrado, lui centrista e moderato (o forse proprio per questo?) una figura rivoluzionaria nell’America che festeggia la sua elezione: per essere semplicemente il Joe che ha messo ko l’eversore di Manhattan. È il ritorno alla normalità che egli incarna e simboleggia, dopo quattro anni in balia di un presidente che tale non è mai stato preferendo conservare la parte di capopopolo in perenne campagna elettorale, di leader di una parte del paese, di cane d’attacco che morde chi non è con lui. Ecco, l’elezione di Joe ha il valore della fine di un incubo. Di un voltar decisamente pagina. Che poi questa sensazione si rivelerà presto effimera, per tante ragioni, non ultima la resilienza di Trump e del suo vasto movimento, non solo è possibile, è probabile, ma oggi è il momento della festa, non solo in America.

Nei prossimi giorni, dopo il discorso della vittoria condiviso con Kamala Harris, Biden metterà a profitto la sua lunga esperienza di negoziatore, trattando con l’avversario un’onorevole via d’uscita dalla Casa Bianca. Su questa strada, anzi, si è già mosso sin dalla chiusura delle urne, da quando i suoi sondaggisti (la campagna di Biden ha speso un’enormità per sondaggi accurati, molto più di quelli dei network) gli hanno riferito della sua più che probabile vittoria, mentre Trump – altrettanto informato della sua sconfitta – si proclamava lui il vincitore. Da allora Biden si è limitato a mettere in chiaro che la vittoria andava nella sua direzione, senza toni trionfalistici, ma invitando i suoi ad aspettare ancora. Ha preferito muoversi con pazienza, secondo le regole della vecchia politica, anche per far maturare nelle file del Partito repubblicano, almeno tra i notabili meno fanatici, la convinzione che una trattativa per rendere fluido il passaggio delle consegne sarebbe stata saggia per tutti, anche per il Gop, più che uno scontro frontale. Un riconteggio, una serie di ricorsi, non riuscirebbero – anche con i trucchi più sofisticati – a rovesciare il verdetto, tale è il distacco di Biden sull’ormai ex-presidente. Una nuova sconfitta per Trump e per i suoi accoliti, anche nei tempi supplementari, sarebbe per loro catastrofica, fatale.

Le prossime mosse avverranno dunque inevitabilmente sul campo della battaglia non ancora conclusa del conteggio dei voti e della proclamazione del vincitore. Nel frattempo, con Kamala Harris, il nuovo presidente dovrà preparare il terreno di una nuova amministrazione attesa al varco, con aspettative molto alte. Sia per quanto riguarda le crisi lasciate aperte dal presidente uscente, in primo luogo l’emergenza Covid che galoppa, e, a essa collegata, l’emergenza economica e occupazionale. Un’eredità molto pesante, a cui s’aggiunge un cumulo di criticità sociali, alimentate consapevolmente e irresponsabilmente dal presidente uscente, sintetizzate nella fotografia ricorrente di una nazione spaccata, lacerata, in guerra.

Di fronte all’amministrazione Biden-Harris c’è il lavoro mastodontico della ricostruzione di una nazione, di un sentire condiviso. Il ripristino di una comunità “multi”, rispettosa dei diritti e del diritto, aperta e inclusiva. Primo passo, primo test in quella direzione la formazione della squadra che lo affiancherà nella Casa Bianca e del nuovo gabinetto. Ci vorrà un lavoro attento per disegnare, fin nella fisionomia stessa del nuovo governo e dei suoi dicasteri, specie i più importanti, l’intenzione di aprire una nuova stagione politica, non solo diversa da quella che ci lascia alle spalle, ma decisamente rivolta al futuro. Donne e persone di colore nei posti chiave, State Department, Tesoro, Pentagono. Esponenti della sinistra in ministeri sociali, interni, sanità. Un programma di spesa e di intervento che segnali un nuovo inizio.

il manifesto



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L’importanza di chiamarsi Joe ultima modifica: 2020-11-08T07:59:58+01:00 da GUIDO MOLTEDO

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