Femministe, transgender e legislazione. Che genere di donne?

Il disegno di legge contro l’omolesbobitransfobia, il cosiddetto ddl Zan, innesca anche in Italia una riflessione potenzialmente rivoluzionaria.
scritto da MATTEO ANGELI
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Omolesbobitransfobia. Una neologismo per definire una forma d’odio antica. Una parola lunga per includere tutte le vittime della repressione strisciante e generalizzata contro le persone LGBT. Per troppo tempo, lo stato, le istituzioni e molti italiani sono rimasti in silenzio, complici, di fronte a chi vuole costringere parte della popolazione a vivere nell’ombra. Ora, finalmente questo potrebbe cambiare. 

La speranza viene dal disegno di legge “contro le discriminazioni e violenze per orientamento sessuale, genere, identità di genere”, che arriverà presto in Senato, dopo essere passato indenne alla Camera. Una proposta che promette non solo di riconoscere i crimini d’odio contro le persone LGBT, iscrivendoli nel nostro ordinamento, ma anche d’aumentare la consapevolezza della popolazione italiana di fronte a un fenomeno che è stato troppo a lungo ingiustamente ridimensionato, inascoltato, oscurato. 

L’Italia ha ancora molta strada da fare sulle questioni LGBT. Per farsi un’idea, basta guardare i risultati dell’ultimo rapporto dell’Agenzia europea per i diritti fondamentali. Secondo questa indagine, nel nostro paese ben il 62 per cento delle persone LGBT eviterebbe di mostrare in pubblico la propria affettività. Ancora peggio, solo il 39 per cento esprimerebbe liberamente la propria identità LGBT, a fronte di una media europea del 47 per cento. Inoltre, il 23 per cento degli italiani LGBT avrebbe subito delle discriminazioni sul posto di lavoro, il 40 per cento in riferimento a un altro ambito della vita. Di fronte a un tale quadro, agire è urgente e imperativo. L’omolesbobitransfobia deve essere bandita. Tutte le donne e gli uomini italiani devono poter vivere liberamente la propria sessualità, per come si sentono, come credono. 

In questo senso, la Camera dei deputati ha compiuto questa settimana un importante passo avanti, approvando il cosiddetto ddl Zan, che porta appunto il nome di Alessandro Zan, deputato Pd, primo firmatario della proposta di legge. In estrema sintesi, il testo adottato aggiunge delle aggravanti a reati già previsti dalla nostra giurisdizione, affinché le violenze, fisiche o verbali, contro gay, lesbiche, bisessuali e transgender vengano giustamente punite.

Le destre e la CEI – la conferenza dei vescovi cattolici italiani – s’oppongono strenuamente al testo, dicendo che sarebbe “liberticida”, perché introdurrebbe il reato di opinione. Questa tesi è già stata smontata in varie sedi. La nuova legge, infatti, non impedirà, per esempio, alla Chiesa di continuare a esprimere le sue opinioni – tra le più note l’opposizione al matrimonio tra persone dello stesso sesso o alla gestazione per altri. Certo, però, interverrà nel momento in cui il dissenso si trasformerà in incitamento alla violenza, fisica o verbale. 

Più problematica è invece la critica che viene da una parte del mondo femminista, a lungo alleato dei movimenti per l’emancipazione omosessuale. Il nodo della questione è l’identità di genere, una delle fattispecie che il ddl Zan punta a tutelare. Essa è definita in questo modo nella premessa del disegno di legge: 

Per identità di genere si intende l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione. 

Il concetto di genere, ovvero, sempre stando alle parole del ddl Zan

qualunque manifestazione esteriore di una persona che sia conforme o contrastante con le aspettative sociali connesse al sesso

è decisamente problematico per i sostenitori della causa femminista, perché rimanda a tutti quegli stereotipi contro i quali le donne hanno combattuto, per smontare i privilegi maschili.

Proprio per questo, in estate, il movimento femminista “Se non ora quando”, ha indirizzato una lettera-appello ai sostenitori del disegno di legge, chiedendo di eliminare il riferimento all’identità di genere. Questa parte del mondo femminista dice in sostanza che se il sesso anatomico verrà rimpiazzato dal concetto di genere (il sentirsi uomo o donna), per le donne diventerà più difficile far fronte alla discriminazione basata sul sesso. 

Vittima di questo tipo di ragionamento però è la comunità transgender e in particolare quelle persone transgender che si sentono appartenenti al mondo delle donne e vogliono essere considerate in quanto tali. Si tratta di un discorso dalle implicazioni molto vaste, che non coinvolge, come potrebbe sembrare a prima vista, solo la comunità transgender e le “femministe radicali transescludenti”, come quest’ultime vengono definite dai loro detrattori. Coinvolge tutti noi, perché in gioco è la ridefinizione di ciò che è una donna e ciò che è un uomo. 

Nel maggio del 2014, il Time ha dedicato la sua copertina a Laverne Cow, star transgender della serie “Orange is the New Black“. Il titolo: “Il punto di svolta dei transgender. La prossima frontiera dei diritti civili”

Le donne transgender pretendono di essere considerate come le altre donne perché si sentono tali. Dicono, in questo senso, di “avere cervelli femminili in corpi maschili”. Le femministe radicali rifiutano questa nozione, di “cervelli femminili”. Credono che, se le donne pensano e si comportano in maniera diversa dagli uomini è perché la società le obbliga a farlo, costringendole, ad esempio, a rispettare determinati canoni di bellezza e a impegnarsi nei mestieri della cura. Da questo punto di vista, la femminilità è interpretata come una “sottomissione ritualizzata”.

Sempre secondo questa dottrina di pensiero, chi nasce con degli attributi maschili detiene un privilegio nella società, anche quando decide di vivere come una donna e, così facendo, di accettare una posizione sociale subordinata. Questo perché l’uomo che sceglie di diventare donna ha la “possibilità” di farlo e questa “libertà” non gli consentirà mai di capire fino in fondo cosa vuol dire appartenere all’universo femminile.

Si tratta ovviamente di posizioni che fanno infuriare le donne transgender e i loro alleati. Esse sostengono che, agendo in questo modo, le femministe radicali contribuiscono a perpetrare la discriminazione con la quale le persone transgender devono fare i conti tutti i giorni. Una discriminazione che – senza nulla togliere alla battaglie che le donne hanno ancora davanti a sé – assume contorni molto più gravi di quella diretta contro il mondo femminile in generale. Un elemento centrale di questa marginalizzazione risiede proprio nel fatto che ai transgender è negata, rifiutata la loro identità di donne (o uomini).

La sensazione è di essere di fronte a due posizioni irreconciliabili. Detto ciò, sono le femministe radicali, transescludenti, a sembrare sempre di più dalla parte sbagliata della storia. La comunità transgender ha raggiunto infatti un punto di svolta. Il termine transgender non include più solo le persone che si sottopongono a un intervento di riassegnazione chirurgica del sesso, ma anche coloro che prendono “solamente” degli ormoni e chi si riconosce “semplicemente” nel sesso opposto.

La flessibilità del termine “transgender” stimola quindi, almeno tra i più progressisti, una riflessione e un ripensamento sul significato di sesso e genere. Secondo questo approccio, l’essere uomo o donna dipende sempre meno dai nostri organi genitali, o dal modo in cui siamo cresciuti, e sempre più dalla maniera in cui ci vediamo. Da questo punto di vista, la domanda, retorica, rivolta alle femministe radicali è: che razza di femminismo è quello che si permette di escludere le donne più deboli, più marginalizzate, com’è il caso oggi delle donne transgender? 

L’analisi degli elementi fondamentali della disputa tra femministe radicali e comunità transgender dà un’idea della posta in gioco che il termine “identità di genere”, inserito nel ddl Zan, porta con sé. È una questione innanzitutto di libertà. Affinché ognuno possa esprimere senza censure la sua soggettività e la sua identità di genere, quest’ultima deve essere innanzitutto nominata e riconosciuta.

La legge contro l’omolesbobitransfobia punta a risolvere un problema sociale che interessa una categoria di soggetti eterogenea, anche aprendo una discussione su un tema rispetto al quale in Italia si parla ancora troppo poco, quello della condizione delle persone transgender. Non si tratta di una lotta di nicchia. Nel dibattito sulla ridefinizione dei concetti di donna e uomo è in gioco una partita ancora più grande, che riguarda quello che siamo in quanto esseri umani. 

Femministe, transgender e legislazione. Che genere di donne? ultima modifica: 2020-11-09T12:21:19+01:00 da MATTEO ANGELI

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