Natura e società ai tempi del Covid

Non ci sono più eventi naturali distinti da quelli sociali, che occorre rielaborare socialmente nei loro significati e valenze: solo pretesti, creati artificialmente al solo scopo di creare o rafforzare il dominio di certi esseri umani su altri.
ALBERTO MADRICARDO
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Ho letto qualche tempo fa di un italiano che, trovandosi per strada con la mascherina antiepidemia in una piccola città americana, si è sentito rivolgere da cittadini del luogo la domanda: “sei comunista”? È un piccolo episodio ma emblematico della situazione in cui viviamo oggi.

Non ci sono più eventi naturali distinti da quelli sociali, che occorre rielaborare socialmente nei loro significati e valenze: solo pretesti, creati artificialmente al solo scopo di creare o rafforzare il dominio di certi esseri umani su altri. 

Credo che ci sia un grave pericolo per noi nell’incapacità di distinguere il soggettivo dall’oggettivo, la realtà sociale da quella naturale. L’autoreferenzialità davanti alla natura ci rende ciechi e sordi davanti ai disastri che stiamo provocando nell’ambiente in cui viviamo. 

La crescente difficoltà di distinguere eventi naturali da quelli sociali si spiega in parte con il fatto che la maggioranza degli esseri umani nel mondo vivono ormai in grandi conglomerati urbani, e non ha quasi più un rapporto diretto con la realtà naturale, come ancora avevano le società contadine, le quali ben percepivano gli andamenti naturali e la loro eventuale deviazione dalla norma. Nelle nostre città – si può dire – è sempre giorno e la percezione della differenza tra le stagioni e i climi è di molto attenuata negli ambienti in cui viviamo. 

Credo di avere avuto in vita mia una sola autentica esperienza della notte, quando, diversi anni fa, dal finestrino di un aereo di linea che sorvolava l’Africa occidentale, nell’oscurità più profonda sotto di me ho visto brillare un piccolissimo punto luminoso, uno solo, che sembrava lottare per non scomparire. Ho pensato che così – una tenebra immensa, avvolgente intorno al loro fuoco – doveva apparire sempre la notte ai nostri antichi progenitori.

La nostra esistenza si svolge in ambienti quasi interamente artificiali, e le esperienze che facciamo sono quasi esclusivamente sociali. Esperienza della natura, del suo profilo “altro” – enigmatico e indifferente – l’hanno ancora gli scienziati. Sono i nostri occhi puntati su di lei, ma anch’essi la guardano per lo più in modo così settoriale e specializzato – così circoscritti sono i fenomeni che indagano – che anche per loro la realtà naturale perde facilmente il suo carattere d’insieme. 

Conseguenza dell’ambiente ipersocializzato in cui viviamo è una diffusa, surrettizia convinzione di onnipotenza umana, mentre la natura (l’elemento non umano in cui l’umano è immerso) è minimizzata, idealizzata o tutte e due le cose insieme: minimizzazione e idealizzazione romantica della natura praticamente si confondono. 

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Se non ci sono più fatti naturali non ci sono nemmeno limiti naturali. Si spiega così perché a ogni limite naturale è facilmente negato che abbia una realtà oggettiva. Più di una volta mi è capitato in questi ultimi mesi di sentire persone che si chiedevano “a chi giova la pandemia?”. Convinzione diffusa è che non accade nulla che non abbia alla sua origine una volontà umana e non sia finalizzato a qualche obiettivo di dominio. Forse questa soggettivizzazione estrema della realtà porta in sé, per lo più inconsapevolmente, l’eco di quel pessimismo radicale – che è anche dichiarazione indiretta di onnipotenza – che Hobbes sintetizzava nel famoso motto homo homini lupus. Io lo tradurrei liberamente così: non c’è pericolo maggiore per l’uomo che quello rappresentato per lui da un altro uomo. In questa posizione l’enfasi del primato del rapporto tra uomo e uomo su quello con la natura è così marcata che la presenza di essa come terzo nel rapporto tra uomo e uomo è implicitamente negata.


Hobbes arriva a negare il carattere oggettivo della realtà anche esplicitamente quando, ancora nel Leviatano, afferma che se il potere vuole può far sì che il teorema di Pitagora sia falso. Però suppone anche che gli uomini, per proteggersi gli uni dagli altri, sarebbero stati spinti a stringere tra di loro un contratto sociale che, affidando tutto il potere a un sovrano, avrebbe fatto di esso il principio stesso di realtà. Ma se potere e realtà coincidono, per attaccare l’uno si deve mettere in discussione anche l’altra. È quello che succede oggi su vasta scala e che abbiamo oggi sotto gli occhi.

Il cambiamento climatico? Non esiste: è l’invenzione di forze occulte che vogliono far deviare la società dal suo naturale sviluppo. Le migrazioni? Sono organizzate da menti potenti e perverse per annientare l’identità dei popoli. I vaccini? Sono inutili e pericolosi, creati per favorire le multinazionali del farmaco. La pandemia? È un’invenzione di un potere che, spaventando la gente, vuole imporre un sempre più rigido controllo della società in nome di una strategia di potere chiamata biopolitica. 

Negazionismo e complottismo hanno la stessa radice: nascono dalla sovrapposizione e identificazione di potere e realtà, tra ciò che è sociale e ciò che è naturale, come se il reale e il naturale non esistessero più. 

Il processo di socializzazione, che ha come suo fine reale lo sviluppo della collaborazione tra esseri umani per meglio far fronte all’estraneità ostile dell’ambiente, a un certo punto del suo sviluppo tende ad assolutizzarsi, ad assorbire e dissolvere in se stesso la base naturale (il terzo sempre presente nel rapporto tra uomo e uomo) da cui si è prodotto. 

Il rischio della “ipersocializzazione” è già presentito da Aristotele. Egli dice infatti:

Ammetto che l’unità di tutta una città nella sua totalità è il suo sommo bene (e anche Socrate assume questo principio), per quanto sia evidente che essa, diventando sempre più unitaria, finirà con il non essere più neppure una città. Essa è per natura una molteplicità. (Politica. II, 1261a). 

Aristotele ricorda, nello stesso passo, che le differenze naturali sono presenti nello stesso spazio umano, che la natura – per così dire – è tra noi:

Non solo la città è costituita da una pluralità di uomini, ma anche da uomini diversi specificamente, perché non nasce una città da uomini simili. 

Continua poi:

La città è per natura una molteplicità e, procedendo sempre più sulla strada dell’unità diventerà da città famiglia e da famiglia uomo singolo, perché appunto si potrebbe dire che la famiglia è più unitaria della città e l’individuo più della famiglia. Sicché, se anche fosse possibile, questo processo non andrebbe intrapreso, perché distruggerebbe la città.

L’eccesso di socializzazione-unificazione porta la città ad assolutizzarsi e a dissolversi.

Come possiamo interpretare questa soppressione del molteplice, questa inversione dialettica del sociale che trasforma il bene in male e distrugge la città? Che cosa possiamo far corrispondere “all’individuo” nel quale la città, unità di un molteplice – secondo Aristotele – unificandosi completamente, è – per così dire – risucchiata? 

Secondo me sono due i “vortici”, opposti e simmetrici, che possono assorbire e dissolvere in loro stessi la città: da una parte il singolo iperindividualista, dall’altra l’individuo massa. L’individuo iperindividualista si sente solo, proiettato fuori, nello spazio infinito della sua libertà, e sente i suoi simili solo come ostacolo-stimolo al suo infinito potenziarsi. 

L’individuo massa si sente anch’egli solo, ma perduto nella infinita sua impotenza nella massa dei suoi simili, da cui non riesce a distinguersi, a emergere. Con essi non ha nulla in comune, perché si può mettere in comune solo ciò che si ha naturalmente di diverso, e lui, perfettamente appiattito e omologato, non ha più nulla di naturale, di diverso dagli altri da socializzare.

Entrambi sono individui interamente socializzati, incapaci di distinguere gli obblighi sociali da quelli naturali: considerano la società come se fosse un dato di natura e tutto ciò che è naturale come se fosse il prodotto di una volontà umana, politica. A entrambi sfugge che la società è un farsi, un distinguersi, drammatico e continuo, dalla natura grazie alla riproduzione, mai scontata, dei rapporti sempre più stretti di cooperazione tra gli esseri umani: un farsi, e non un dato. Tutti e due ignorano, insomma, che la società si erge su una base di natura, ed è allo stesso tempo causa ed effetto della trasformazione della natura. Entrambi, poiché hanno dimenticato che cos’è la natura – il suo essere terza, scenario nel quale si sviluppa la relazione tra uomo e uomo – non sanno neanche che cos’è la società. 

Entrambi hanno dimenticato che l’ordine civile non è naturale: è un’eccezione alla regola della natura, che è quella del caos; che, per non ricadere giù in questo, dobbiamo promuovere l’uguaglianza tra gli uomini – intendendola come la condizione in cui essi abbiano il minimo motivo possibile di risentimento e d’invidia verso i loro simili – perché conviene a tutti che tutti partecipino nelle condizioni migliori allo sforzo comune di non soccombere alle forze cieche della natura. Che si resta individui sociali solo fino a che si ha qualcosa di proprio – di originale e perciò di naturale – da socializzare. 

Essere originali non è semplice, bisogna avere il coraggio di inoltrarsi sempre di nuovo in se stessi per scoprire il diverso (il naturale) che ciascuno ha dentro di sé. La socializzazione è anche – e del pari – uno sforzo continuo e sempre rinnovato d’individualizzazione. E questa individualizzazione richiede un insearsi sempre più profondo, un contatto sempre più intimo con la natura sorgiva che è in ciascuno di noi. Uno sforzo simile a quello dell’acrobata per mantenersi su un filo che si fa sempre più sottile, per arrivare là dove non è giunta ancora nessuna voce. Come dice Aristotele: la città non nasce dal simile. Ma questo è il sommo bene, la stella polare che le dà l’orientamento. 

Natura e società ai tempi del Covid ultima modifica: 2020-11-09T17:35:20+01:00 da ALBERTO MADRICARDO

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