Rupert Mayer, il gesuita che non si piegò a Hitler

Settantacinque anni fa morì il simbolo del cattolicesimo che non venne a compromessi con il nazismo. Sempre in piedi, anche al momento della morte.
scritto da GIOVANNI INNAMORATI
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In questo periodo di Covid anche a Monaco di Baviera si sono imposte misure di sicurezza nelle chiese, con un numero limitato di fedeli consentito a seconda della grandezza dell’edificio. Nella piccola cripta della centralissima Burgersaalkirche possono entrare solo sette fedeli per volta, e in questo novembre 2020 la fila per accedervi finisce persino sulla strada. Una fila ordinata fatta di uomini e donne di tutte le età, alcuni dei quali hanno in mano un fiore. Lo portano sulla tomba di padre Rupert Mayer, morto esattamente 75 anni fa, l’1 novembre 1945, pochi mesi dopo la fine della guerra e la caduta del nazismo, al quale questo sacerdote gesuita non si piegò, finendo tre volte incarcerato e poi confinato ad Ettal nel timore che divenisse un martire. Anzi Mayer non si piegò mai, nemmeno nel momento della morte, che avvenne in un modo incredibile. Fu la quintessenza della sua vita: sempre in piedi a schiena dritta. Circostanza che lo ha reso leggendario e tuttora amatissimo.

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In questo periodo reso mesto dal Covid, Monaco non ha potuto tributare ad uno dei suoi figli più amati la celebrazione che era stata pensata. Il cardinale Reinhard Marx ha celebrato la messa per lui nella cattedrale, la Fraukirche, il 3 novembre, quando anche ufficialmente la Chiesa cattolica ricorda liturgicamente Mayer, proclamato Beato da Giovanni Paolo II nel 1987 in un Olympiastadium stracolmo in tutti i suoi 75mila posti. 

A dire la verità a Monaco si sperava che il 75° anniversario della morte di Mayer fosse celebrato con il gesuita già proclamato Santo. Tale speranza dipendeva dal fatto che papa Francesco appartiene allo stesso ordine dei gesuiti, e c’era l’aspettativa che favorisse la canonizzazione del suo confratello. Ma come ha sottolineato il vicepostulatore della Causa di canonizzazione di Mayer, padre Peter Linster, in una recente intervista al sito Katholisch.de, Francesco non è il tipo da “raccomandare” gli altri gesuiti e per la proclamazione a Santo di Mayer manca un secondo miracolo da attribuire alla sua intercessione, dopo il primo che ha permesso di proclamarlo Beato. Ma vista la devozione che c’è per lui in tutta la Baviera, Mayer è già considerato Santo anche dai non credenti.

Senz’altro l’amore che tuttora lega Monaco a questo sacerdote risiede nella sua vita fuori dal comune, nel suo indefesso apostolato sociale, ma soprattutto nella sua fermezza di convinzioni nell’opporsi al nazismo:

Ich werde ihnen ganz klar sagen, dass ein deutscher Katholik niemals Nationalsozialist sein kann (Ve lo dirò in modo molto chiaro: un cattolico tedesco non può mai essere nazionalsocialista).

Padre Rupert Mayer, dopo la Seconda Guerra mondiale con il suo bastone

Rupert nacque a Stoccarda nel 1876 e fu consacrato sacerdote nel 1899. Solo successivamente chiese di entrare nella Compagnia di Gesù e, dopo ulteriori studi in teologia e filosofia e il noviziato in Austria, fu inviato dai superiori a Monaco nel 1912, dove iniziò il proprio apostolato sociale, attivissimo ad aiutare i poveri e i deboli. Allo scoppio della Prima Guerra mondiale venne nominato cappellano militare e inviato al fronte, dove accadde un episodio per lui determinante: durante un bombardamento fu colpito alla gamba sinistra che gli venne amputata. Rupert tornò dunque a Monaco mutilato, con una protesi, come molti reduci dal fronte. Ma questo non gli impedì di riprendere l’impegno sociale in favore di poveri e bisognosi, in quel periodo post-bellico assai numerosi. Il via vai di questo sacerdote con la gamba di legno e con il bastone divenne popolarissimo a Monaco dove “Pater Rupert”, come veniva chiamato da tutti, iniziò la consuetudine delle messe domenicali alla Stazione ferroviaria, per aiutare spiritualmente i profughi interni, che caratterizzavano in quei mesi le grandi città. 

A Monaco quelli sono anni turbolenti dal punto di vista politico, con scontri tra comunisti e i neo-nati movimenti nazionalisti di estrema destra. Proprio nella capitale bavarese un oscuro caporale austriaco, Adolf Hitler, riesce a catalizzare questi gruppuscoli radicali di estrema destra in un movimento organizzato, e a tentare nel 1923 un putsch che fallisce. Padre Rupert Mayer non solo continua la sua attività sociale, ma ne avvia una di formazione dei laici cattolici, guidando l’Associazione mariana maschile. E già negli Anni Venti il gesuita sottolinea l’inconciliabilità della fede cattolica con le teorie politiche basate sull’odio, sul razzismo e sull’antisemitismo. Le sue prediche nella Michaelskirche, la chiesa retta dai gesuiti nel Centro della città, lo rendono sempre più famoso, così come i discorsi fuori dalla stessa Chiesa. Spesso Mayer si reca ai comizi dei diversi gruppi radicali, di sinistra e di destra, e interviene per controbattere agli oratori.

Con l’approdo di Hitler alla Cancelleria il 30 gennaio 1933 lo scontro non può che essere frontale. Il regime tuttavia teme Padre Rupert per la sua popolarità. Hitler poi non può sopportare che nella “sua” Monaco ci sia un suo avversario che abbia così tanto seguito. Ma la sfida al regime è totale, non solo con la predicazione: Padre Rupert non ottempera al divieto di raccogliere soldi per la Caritas, ed anzi lo fa in strada, davanti alla Michaelskirche. Il cardinal Faulhaber lo protegge ma nel 1937 arriva il primo arresto da parte della Gestapo. Una volta rilasciato Mayer rifiuta di interrompere le proprie prediche anti-naziste e non smette di citare la prima Lettera di San Paolo ai Corinzi “guai a me se non annunciassi il vangelo”: denunciare l’ateismo e il paganesimo del nazismo non è una scelta, è un dovere (“Pflicht”). Dopo pochi mesi, il 5 gennaio 1938, si aprono per lui le porte del campo di concentramento di Landsberg, dove rimane fino al 3 maggio dello stesso anno.

Su suggerimento del cardinal Faulhaber questa volta ottempera al divieto di predicare in pubblico, ma non smette di esortare gruppi e singoli a contrastare il regime. Per piegarlo ecco il terzo arresto, il 3 novembre 1938, con l’internamento nel campo di concentramento di Sachsenhausen, vicino a Berlino, lontano cioè dalla sua comunità cattolica. Qui le condizioni detentive sono veramente dure, e le già precarie condizioni di salute del sacerdote disabile peggiorano. Il regime a questo punto ondeggia e il timore di fare del popolarissimo Rupert Mayer un martire supera la selvaggia voglia di vendetta di Hitler. Il gesuita viene rilasciato ed egli accetta, dopo la mediazione del cardinale Faulhaber, di essere confinato nel monastero benedettino di Ettal, nell’alta Baviera, vicino a Garmish Partenkirchen.

Chi oggi dovesse visitare questa bellissima abbazia bavarese, vi troverebbe una targa che ricorda la presenza in quegli anni sia di padre Rupert Mayer che del pastore protestante Dietrich Bonhoeffer, trucidato nel maggio 1945: “Perseguitati per la loro resistenza al nazismo in nome di Cristo, dimorarono in Ettal Rupert Mayer e Dietrich Bonhoeffer”. Nella foresteria del monastero c’è anche una fotografia del Natale 1940 in cui si vede Bonhoffer e alcuni amici e familiari suonare e cantare i canti di Natale. Il teologo luterano, nel mirino del regime, fu infatti ospitato a Ettal dal novembre 1940 al febbraio 1941, dove scrisse uno dei suoi capolavori, Etica, e possiamo immaginare i colloqui tra il teologo luterano berlinese e il gesuita.

Giovanni Paolo II prega nella cripta della chiesa della congregazione mariana a Monaco dove è la tomba di Rupert Mayer, maggio 1987

Diversamente da Bonhoeffer fu la popolarità di Mayer a salvarlo, così come avvenne per il cardinal van Galen o lo stesso Faulhaber, e come invece non avvenne a centinaia di preti, suore o semplici laici che non erano famosi o vivevano in regioni con comunità cattoliche troppo piccole per impensierire il regime. Basti pensare alla storia commovente dei tre giovanissimi sacerdoti di Lubecca Johannes Prassek, Hermann Lange ed Eduard Mueller, uccisi perché si erano pubblicamente pronunciati contro l’ordine di eutanasia imposto dal regime alle persone disabili psichicamente.

Padre Rudolf Mayer fu dunque liberato dai soldati americani quando giunsero a Ettal nel maggio 1945 e poté tornare nella sua Monaco, o meglio in ciò che ne rimaneva. Qui riprese la propria indefessa attività di aiuto ai più bisognosi e soprattutto divenne immediatamente il punto di riferimento non solo religioso ma morale della città. Monaco, come l’intera Germania, era rasa al suolo sia dal punto di vista fisico che etico-politico, per aver ceduto ad una ideologia e ad un regime folle; l’autorità morale di chi vi si era opposto a viso aperto era l’unico appiglio per non sprofondare nella vergogna ma ricostruire fisicamente ed eticamente la città.

La lapide nell’abbazia di Ettal, in Alta Baviera

La messa da lui celebrata quotidianamente alle otto del mattino nella Kreuzkapelle, vicina alla MichaelsKirche distrutta, era un momento di incoraggiamento per i numerosissimi cittadini che vi prendevano parte. Il giorno di Ognissanti, l’1 novembre 1945, dopo aver proclamato il Vangelo, padre Rupert aveva incentrato la predica sull’Eucarestia, il “nutrimento” che dà al credente la forza di amare Dio e gli uomini. Come ha raccontato Rita Haub nella biografia del gesuita, Mayer disse con forza “è il Signore” (“Es ist der Herr”) senza concludere però la frase. Poi ripeté due volte con voce flebile “Il Signore, il Signore” per poi far piombare la Cappella nel silenzio totale. Di fronte agli occhi attoniti dei fedeli Padre Rupert Mayer fu colpito da un infarto fulminante, nonostante ciò rimase lì in piedi, sostenuto dalla protesi di legno della gamba sinistra. Due confratelli lo soccorsero e lo portarono in sagrestia e di lì in ospedale, dove morì la mattina stessa. In tutta la città si diffuse questa certezza:

Selbst in Tot ist Pater Rupert nicht umgefallen (Padre Rupert Mayer non si è piegato mai, nemmeno davanti alla morte).


Copertina: Foto di Padre Mayer negli archivi della Gestapo dopo il primo arresto.

Rupert Mayer, il gesuita che non si piegò a Hitler ultima modifica: 2020-11-13T18:55:39+01:00 da GIOVANNI INNAMORATI

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1 commento

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Alba Bonelli 16 Novembre 2020 a 18:22

ho letto con interesse questo articolo apprendendo la storia di una grande Persona.
Ringrazio l’autore per il linguaggio chiaro e preciso

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