C’era una volta il Pci. Ma non c’è la svolta

In vista del centenario della nascita del Partito comunista italiano, tra i numerosi studi e saggi in uscita merita interesse “Quando c’erano i comunisti” di Mario Pendinelli e Marcello Sorgi. Che però si scordano della Bolognina di Occhetto.
scritto da nino bertoloni meli
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Complice il centenario della nascita del Pci (Pcd’I per la precisione) di qui a pochi mesi, è tutto un pullulare di studi, saggi e rievocazioni di quel 21 gennaio del 1921 destinato a segnare i destini del paese e di alcuni personaggi che quella storia segnarono e da quella storia furono segnati. A differenza che in altri paesi, dove di comunisti e comunismo si è spenta ogni eco da tempo (chi si ricorda più di Marchais in Francia, di Carrillo in Spagna, o di Cunhal in Portogallo?) da noi la storia del Pci continua a produrre effetti, a segnare studi e attualità, se non è propria viva, comunque non è morta.

“Perché proprio in Italia nacque, continuò a crescere e produsse storia e politica il più grande partito comunista dell’Occidente?”, è l’interrogativo che si pongono Mario Pendinelli e Marcello Sorgi nel loro Quando c’erano i comunisti per i tipi di Marsilio. La risposta, l’asse attorno al quale ruota l’intero volume, è che da noi ci sono stati un certo Antonio Gramsci e un certo Palmiro Togliatti, più il primo che il secondo, ma comunque entrambi hanno segnato dapprima l’esistenza, quindi la resistenza e ancora dopo il radicamento nella società italiana, attraverso quell’arcinota e ultrastudiata interpretazione del marxismo completamente inserita nella storia e nella migliore tradizione del paese (la triade De Sanctis, Croce, Labriola), facendo del Pci non tanto lo strumento per una presa del potere en attendent la fatidica ora X, ma un partito utile almeno a una buona parte della società italiana, perfettamente e sapientemente inserito nelle dinamiche politiche e sociali del paese.

Già, ma quale ruolo, quale strategia, quale gramscismo, infine, mettono in rilievo i due autori, giornalisti politici di lungo corso che nella maturità si cimentano con i temi della storia più che della cronaca, come accade sovente ai giornalisti di razza? Il primo capitolo del volume si intitola, a sorpresa, “Gramsci e il banchiere”. Oibò, non è che la vulgata del Pd, in parte erede di quella storia, come partito dei petrolieri, dei banchieri e di élite da ztl risale addirittura al fondatore? No no, il libro di Pendinelli e Sorgi apre con la descrizione dell’Ordine nuovo, il giornale fortemente voluto e diretto da Gramsci, le scale della cui redazione vengono percorse da personaggi che si chiamano Benedetto Croce, Piero Gobetti. E Raffaele Mattioli, il banchiere appunto, che aveva conosciuto il sardo Antonio rimanendone colpito come tanti altri, e che un ruolo di primo piano avrà in seguito nella salvaguardia dei Quaderni, assieme all’altro economista amico fraterno di Gramsci, Piero Sraffa. 

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Mattioli impersona quel tipo di banchiere alfiere di un “capitalismo riformatore”, non rampante e men che meno selvaggio, un capitalismo umano e umanistico. Ne discende l’assunto del libro: quando i comunisti, al di là dell’ideologia, si sono cimentati con i problemi di riforma del capitalismo, anziché declamarne l’abbattimento salvo poi doverci fare i conti anche stando all’opposizione, allora la storia del Pci (e dell’Italia) ha offerto grandi sviluppi, importanti passaggi, si è riusciti insieme, capitalismo e finanza “buoni” assieme a quanti provenivano dal Pci, a tagliare le unghie al capitalismo “cattivo”, famelico, più rendita che investimenti, “l’anarco-capitalismo”, come lo chiamano i due autori. È la politica tenacemente perseguita da Ugo La Malfa che aveva orecchie attente e interlocutori a Botteghe Oscure in leader come Giorgio Amendola e Giorgio Napolitano, e per altri versi anche in Alfredo Reichlin, per citare i più noti.

Nel libro c’è anche dell’altro, ovviamente, molto altro. Ci sono i primi anni del Pcd’I strettamente intrecciati con Mosca e l’Internazionale da una parte, e l’avvento del socialista Mussolini, dall’altra. C’è Lenin in formato bunga bunga che nel treno che lo porta in Russia per poi scatenare la rivoluzione porta la moglie e anche l’amante, piombata anch’essa; lo stesso Lenin che ritroviamo poi bacchettone a stigmatizzare l’amore extra coniugale come “deviazione piccolo borghese”. C’è Gramsci in formato latin lover, che sposa Giulia Schutz ma che si scopre essere andato a letto anche con la sorella Eugenia (altri storici gossipari giurano anche di una storia con Tatiana, la terza sorella Schutz che lo seguì in Italia fino alla fine). A coronamento del volume, la ripubblicazione dell’intervista di Pendinelli a Umberto Terracini, del 1981, che da sola vale un volume di Spriano. Ci sono poi le testimonianze degli eredi di Gramsci e Togliatti: Veltroni, D’Alema, Fassino, Zingaretti, Salvi, e anche Gentiloni. 

Achille Occhetto alla Bolognina, 12 novembre 1989.

Balza agli occhi un’assenza vistosa: Achille Occhetto. La svolta della Bolognina, che chiuse il Pci per dar vita al Pds, non trova nel volume particolare trattazione. Alla svolta sono dedicate tre paginette, e per ribadire la nota tesi dalemiana del “grande coraggio” di Occhetto non accompagnato però da un’adeguata cultura politica, la Bolognina come atto di coraggio ma scarso di elaborazione. Eppure è là, in quel 12 novembre del 1989, a pochissimi giorni dalla caduta del Muro, che il Pci decise di sopravvivere, ma con una diversa cultura politica, che si lasciava alle spalle categorie quali la fuoriuscita dal capitalismo, lo scontro capitale-lavoro, il proporzionale come tabù da non infrangere, tralasciava l’alternativa di sistema per approdare alla più occidentale e perseguibile alternanza. Come poi è stato. E propedeutico a tutto questo, la svolta fu accompagnata da una significativa, e contrastata, de-togliattizzazione, proprio a sottolineare che il Pds si lasciava alle spalle tutto un bagaglio da alternativa di sistema.

“Togliatti non ha più nulla da dirci”, scandì Occhetto, raggelando i Natta, Ingrao, Iotti, D’Alema, Tortorella. Sicché forse è l’ora di ribaltare la vulgata della svolta coraggiosa ma fragile culturalmente: il coraggio che mancò fu quello di sbaraccare l’apparato, la vecchia nomenklatura resistente e conservatrice, mentre le basi culturali permisero ai comunisti italiani di affrontare il mare aperto seguito alla caduta del Muro (e del resto, quali elaborazioni più alte ci sono state dopo la Bolognina, al di là dei programmoni dell’Ulivo prima e dell’Unione dopo, paginate e paginate di elenchi della spesa?). 

Non si pone questi problemi, né era l’intento, il volumetto su un altro fior di comunista che corrisponde al nome di Giuseppe Alberganti. Autobiografia di un sovversivo il titolo, curato da Massimo Bianchi che, come chi scrive, ebbe modo di conoscere Alberganti negli anni Settanta, quando scelse di diventare presidente del Mls, derivazione del Movimento studentesco milanese. Un partigiano vero tra migliaia di studenti radicalizzati e politicizzati, lo si stava ad ascoltare in religioso silenzio.

Bianchi fa emergere a tutto tondo la figura di Cristallo (nome di battaglia per i bianchissimi capelli), ne sottolinea il precoce distacco dal bordighismo, l’adesione agli Arditi del popolo (che Bordiga avversò) e, dopo la Liberazione, la guida della potente e combattiva federazione milanese del Pci, da cui Alberganti fu espulso quando aderì al Mls. Cristallo secchiano? Cristallo anti togliattiano e cultore del mito della Resistenza tradita? Il Pci milanese e nazionale, allora, avvalorarono questa tesi, a darle man forte ci si mise pure Cossutta, il delfino di Alberganti che però poi si schierò con i “rinnovatori” togliattiani facendo fuori il capocorrente (ma all’epoca era vietata anche la parola). Fatto sta, e Bianchi lo fa emergere nettamente, che quando esplose il ’68 il Pci milanese si adoperò più di altri a combatterlo, mentre Luigi Longo, e con lui Alberganti, cercò di interloquire. Un Cristallo “longhiano” è forse più veritiero. Tanto che i superstiti del Pci milanese, Cervetti in testa, che tanto si adoperarono allora per cacciare Alberganti, per il centenario del Pci (e a quaranta dalla morte di Peppino) vorrebbero ricordarlo e ricondurlo alle origini dalle quali proviene, il Pci appunto.

Giuseppe Alberganti, al centro con il basco, in testa a un corteo antifascista a Milano, metà anni Settanta. Raffaele De Grada, alla destra di Alberganti, alla sua sinistra la signora Franceschi, madre dello studente Roberto ucciso dalla polizia davanti alla Bocconi.
C’era una volta il Pci. Ma non c’è la svolta ultima modifica: 2020-11-16T12:57:36+01:00 da nino bertoloni meli

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