Ricominciare dal Mose

scritto da FRANCO AVICOLLI
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In questo tempo di nuvole, confusione e complicazioni sanitarie, è un sollievo sapere che il Mose funziona. Faccio molta difficoltà a leggere nei se, nei ma e nei distinguo il palpitare di un’opposizione pensante, di una visione rigeneratrice. Li trovo almeno inadeguati rispetto ai profondi cambiamenti in corso e alla necessità di chiarimenti, di riferimenti utili per una qualche prospettiva, per una soggettività che si riconosca nella qualità civile delle conoscenze, delle abilità, dei saperi. 

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L’epidemia ha dimostrato con evidenza che il pericolo del contagio si elimina se nessuno può contagiare. È un dato che deve costituire la base di comportamenti e riferimenti identificativi di civiltà, la fiducia necessaria verso una cultura che accompagni al superamento della gravità sanitaria e a rendere più solida la condizione esistenziale molto precaria.

Ciò che è in pericolo è il progetto di convivenza troppo condizionato a regole di compatibilità finanziaria che finiscono per scontrarsi con le ragioni primarie di organismi concepiti per la salute, la formazione, la trasmissione di saperi e conoscenze. Ed è in pericolo la democrazia intesa come sistema per riunire coscientemente le forze.

Cultura e democrazia 

Ed è fondamentale per la democrazia che la costruzione di una nuova prospettiva non venga lasciata solo ai soggetti istituzionali della politica. La protezione di Venezia dalle acque che ne minano l’esistenza non è una questione circoscritta ai palazzi del potere perché Venezia è anche civiltà, sistema culturale, abilità e modalità del vivere, riferimenti scritti e comportamenti fiduciari e qualificanti che riportano ai principi fondamentali della costruzione sociale. La forza della democrazia risiede nella partecipazione collettiva alla definizione degli indirizzi, nella varietà comportamentale, nel confronto; diversamente è finzione. 

Il Mose è lo strumento scelto per la salvezza di Venezia ed è anche l’unico in funzione per tale scopo; e tuttavia, le modalità della sua realizzazione hanno leso la fiducia della città verso la politica e anche la scienza e hanno offeso la sua essenza civile per i ritardi e i fini non corrispondenti alla sua genesi. La questione è molto preoccupante perché rivela gravi assenze di contributi civili e culturali, segni sostanziali di una democrazia debole, zoppa. La politica è sicuramente colpevole, ma c’è anche una responsabilità che porta al ruolo della scienza, dei saperi e delle istituzioni più direttamente coinvolte nella gestione della conoscenza e nella formazione di professioni e competenze. Tale concorso mina le basi della nostra civiltà e dei suoi simboli di riconoscimento. Ciò che manca nell’esercizio della democrazia non è tanto l’autonomia di intellettuali, artisti, uomini di cultura, ma delle istituzioni rappresentative di quel complesso di conoscenze e abilità che esprimono nella forma più alta e completa la civiltà nella quale si afferma virtuosamente la convivenza con tutti gli effetti positivi corrispondenti. Venezia ridotta al ruolo di grande mercato di affari viene espropriata proprio di quel valore civile e culturale alla base dell’interesse che suscita.

Non è sufficiente esprimere l’importanza dei saperi e della cultura in parlamento o in consiglio comunale e regionale, ma è importante che ciò accada nella prassi quotidiana, nei luoghi dove i soggetti della cultura realizzano le loro funzioni. Per tale ragione è fondamentale che le università e le istituzioni culturali siano anche uno spazio dove la città può maturare e metabolizzare il senso utilmente pervasivo della cultura ancora troppo relegata a una funzione del tempo libero, soprattutto per la parte relativa alle arti, alla riflessione storica e astratta. 

La fiducia e le prospettive nascono dal metodo e riguardano il funzionamento della democrazia come strumento essenziale delle libertà di opinioni e di civiltà proprio nella veste di quell’ampliamento di visione depositato nella cultura e nei suoi protagonisti.

E c’è una certa analogia metodologica tra il Mose, strumento per la salvezza di Venezia che diventa offesa civile per la città, e il trattamento irrispettoso riservato dal primo cittadino di Venezia a un membro del Consiglio comunale: l’uno e l’altro mostrano il contrasto tra ragione e funzione. In questo senso la pratica dell’uso a pagamento degli spazi diventa una negazione della scienza e della cultura. Difatti, essa accomuna in un unico sistema funzionale enti che esistono per ragioni e finalità di diversa natura. A quale progetto conoscitivo, formativo e culturale corrisponde la pratica delle università e di istituzioni a esse assimilabili di richiedere canoni per l’uso di spazi tecnicamente pubblici? Tale metodo sovrappone compiti, finalità e funzioni, ed è forse alla base dell’immane conflitto di interessi della nostra società. 

La cultura è l’esercizio metodologico dei saperi e della conoscenza, è il modo in cui essi agiscono sulla crescita sociale favorendo la convivenza. L’uso dei saperi finalizzato alla pura professionalità di esercizio e di formazione riduce le università, i luoghi della ricerca e le istituzioni culturali in centri di potere, sottraendoli allo spazio in cui la civiltà si rinnova con il confronto tra i soggetti sociali che va favorito, non limitato. È questo il segno evidente dell’assenza della cultura nel dibattito politico che perciò corre il rischio di diventare esercizio della negazione reciproca in nome di un funzionamento che non concorda con la ragione. 

Circa cinquecento manifestanti dei comitati cittadini NoGrandiNavi e NoMose in marcia da campo Santa Margherita a campo Santo Stefano, 24 novembre 2019. ANDREA MEROLA

Niente è veleno ma tutto è veleno: la differenza è nella dose

William Ospina fa dire a un suo personaggio Niente è veleno ma tutto è veleno: la differenza è nella dose”. Orbene, le dosi non sono la sostanza, ma il suo uso, sono il metodo assimilabile a ciò che è la cultura. In un recente articolo sulla contesa elettorale tra Biden e Trump, lo scrittore colombiano rileva:

In realtà nessuno era a favore di qualcuno, ma contro l’altro. I voti azzurri sono voti contro la rozzezza di Trump e l’assenza di un suo indirizzo politico e i voti rossi sono voti contro il sistema rappresentato dagli Obama, dai Clinton e incluso… dai Bush.

Alla luce della crisi pandemica che mette a nudo l’ingiustizia sociale, la conflittualità internazionale, le gravi manchevolezze tutte riconducibili al sistema che affida le sorti dell’uomo al mercato, è necessario ricollocare in un’altra narrazione le cose, i sensi, i segni proprio per ricomporre il rapporto tra ragione e scopo in una chiarezza referenziale che diventi forza. È necessario ricorrere a un sistema narrativo che non si limiti alla semplicistica negazione della “cultura del nemico”, ma che concepisca il recupero di valori, ruoli e metodologie capaci di essere stimolanti riferimenti operativi proprio per le differenze che li contraddistinguono.

Il Mose che funziona è una novità assoluta e non va assunto come “strumento dell’esercizio del potere del nemico”, ma come necessità protettiva di Venezia e della laguna da completare e migliorare proprio sulla base dei suoi effetti positivi che possono stimolare una diversa visione delle bocche di porto, attività e insediamenti funzionali adatti a quello scopo. Includendo la questione non più rinviabile della navigazione all’interno della laguna alla quale il sistema del Mose impone dei limiti che suggeriscono un recupero del progetto Venis Cruise con una significativa prospettiva occupazionale e di attività compatibili con la salvaguardia della laguna.

Circa cinquecento manifestanti dei comitati cittadini NoGrandiNavi e NoMose in marcia da campo Santa Margherita a campo Santo Stefano, 24 novembre 2019. ANDREA MEROLA

Cultura e governo della città

Il cambio reale è configurabile in un progetto su Venezia e i simboli della sua civiltà, in un’azione che riconosca alla cultura una funzione motrice; l’operazione va realizzata con un sistema narrativo gestito dalle università, dalle istituzioni culturali e dagli operatori coinvolti in vario modo nelle attività recettive della città. Bisogna immettere il teatro, la musica, l’arte, l’architettura, i saperi, le competenze e le abilità nel contesto urbano con adeguate forme narrative che esprimano il senso dei luoghi e delle opere, il loro valore, le tecniche realizzative, le abilità necessarie, le competenze, l’essere Venezia, insomma.

E ciò nell’eco della risposta cinquecentesca di Venezia alla crisi successiva alla scoperta del Nuovo Mondo. Esaurito il ruolo di grande potenza navale e commerciale, la città decide di ridefinirsi con una narrazione concepita da un governo illuminato che riconosce ai luoghi un’importanza sacrale su cui viene costruito un notevole ed efficace complesso di attività. Lo Stato decide di dare una forma riconoscibile ai propri centri operativi con il concorso di un sistema narrativo che li qualifica. Al progetto partecipano architetti, artisti, scienziati realizzando opere con specifiche funzioni e una forte carica simbolica. È quello che dicono la Biblioteca di Sansovino, Piazza san Marco, Rialto e il ponte, le molte chiese e i numerosi palazzi, le opere e i riti che portano Commyne a definire Venezia “città trionfante”. Sono opere che possono dire ancora molto al mondo.

Ricominciare dal Mose ultima modifica: 2020-11-18T19:03:00+01:00 da FRANCO AVICOLLI

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