Scuola. La lezione di Covid

La Didattica a distanza deve fare i conti con mesi di critica e svalutazione a tutti i livelli, mentre vi erano validi motivi per cogliere l’occasione e far fare a tutti un salto in avanti. Perché è insensato pensare che si possa fare scuola senza l’uso sistematico delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione.
scritto da GIAMPAOLO SBARRA
Condividi
PDF

Non si è mai parlato tanto di scuola come in questi mesi di pandemia, a proposito e a sproposito, con argomentazioni solide e per luoghi comuni, da parte di esperti di scuola, di esperti di altre questioni e da parte di chi – per qualche esperienza personale – ritiene di dover esprimere la propria opinione. Bene, c’è posto per tutti, se non nei talk-show, almeno in Facebook.

Ma ancora oggi il dibattito resta lo stesso: riaprire o non riaprire le scuole? Ed è un dibattito inconcludente, tanto che in mesi di discussione non si è raggiunto alcun risultato.

Per capire l’oggi e il domani della scuola nella pandemia, dobbiamo anche conoscere e valutare il passato, ovvero ciò che è stato fatto e per quali motivazioni.

ytali è una rivista indipendente. Vive del lavoro volontario e gratuito di giornalisti e collaboratori che quotidianamente s’impegnano per dare voce a un’informazione approfondita, plurale e libera da vincoli. Il sostegno dei lettori è il nostro unico strumento di autofinanziamento. Se anche tu vuoi contribuire con una donazione clicca QUI

La scuola è stata chiusa a lungo, da marzo a settembre. In questi mesi è stata attivata la Didattica a distanza (Dad) come misura emergenziale; ma in verità la scuola non era pronta per quella modalità didattica: non erano pronte le infrastrutture (connessioni per le scuole, per i docenti e per gli studenti), non tutti i docenti e gli studenti erano dotati degli strumenti necessari, gli studenti non erano preparati alla nuova didattica, gran parte dei docenti non aveva una formazione adeguata.

Insomma, non eravamo preparati non tanto alla pandemia (che è giunta inattesa), ma all’utilizzazione sistematica delle tecnologie informatiche nella didattica (che è questione ormai datata).

Invece di mettere in moto i meccanismi per superare le inefficienze e le arretratezze, cosa si è fatto? Si è cominciato a dire che la Dad non è vera scuola, che la vera scuola è in presenza (la chiameremo Dip, Didattica in presenza): ministra, filosofi, psicologi, politici, sindacati, presidi, docenti (spesso i meno preparati).

Questa contrapposizione tra Dad e Dip è stata il colpo mortale alla possibilità di riprendere la scuola in modo serio, al momento dell’inizio del nuovo anno scolastico.

La Dip, in tempi di pandemia, ha bisogno di condizioni strutturali particolari, non solo nelle aule (distanziamento, dispositivi di protezione, scaglionamenti, percorsi, sanificazione ecc.), ma anche nel trasporto e nel tracciamento interno ed esterno alla scuola.

A mio avviso era illusorio immaginare che si potesse riorganizzare e adeguare il trasporto per tutti gli studenti di tutti i corsi di studio in tutto il paese, ma la Dip è stato l’unico obiettivo indicato dalla ministra.

E così la scuola è ripresa in Dip a settembre, ma con la brutta sensazione della precarietà, in attesa che succedesse qualcosa e si verificasse qualche impedimento.

E qualcosa è successo: l’epidemia è andata fuori controllo, i dati sulla scuola erano imprecisi (frutto di impressioni, più che di rilevazioni scientifiche) e le regioni hanno cominciato ad andare per conto loro. Fino a che il governo ha preso una decisione per tutto il paese: Dad per tutti, o quasi.

Nelle condizioni date, non si poteva fare diversamente.

Adesso, quindi, continuare a pensare alla riapertura della scuola per tutti, significa non avere capito la lezione, non avere imparato nulla dalla realtà: i mezzi di trasporto non basteranno per il distanziamento di tutti gli studenti, lo scaglionamento orario non è fattibile in moltissime situazioni, in molti casi il distanziamento in aula è formale ma non reale. Insomma, ancora una volta non sono state create le condizioni per la ripresa a pieno regime.

Pertanto bisogna adeguare gli obiettivi e lavorare per la piena ripresa della scuola dell’infanzia, della primaria, della prima media e della prima superiore; per le altre classi si può organizzare la Dip per metà classe e la Dad per l’altra metà: in questo modo si crea distanziamento e si svuotano i mezzi di trasporto, senza dover lasciare tutti a casa.

E non capisco perché non si sia adottata questa soluzione fin dall’inizio, anzi lo capisco: perché qualcuno si è incaponito sull’idea che la scuola è solo Dip, mentre la Dad non sarebbe “vera scuola”.

E quindi la Dad di oggi deve fare i conti con mesi di critica e svalutazione a tutti i livelli, mentre vi erano validi motivi per cogliere l’occasione e far fare a tutti un salto in avanti, perché è insensato pensare che si possa fare scuola senza l’uso sistematico delle Tic (Tecnologie dell’informazione e della comunicazione). Le quali Tic, però, non richiedono solo la conoscenza dello strumento tecnologico e informatico, ma anche l’attivazione di modalità didattiche diverse e adeguate (e questo vale per i docenti, ma anche per gli studenti).

Tra i motivi per accettare la Dad, ve n’è uno indicato da Massimo Recalcati:

Ogni formazione è fatta di buoni e cattivi incontri, di buona e cattiva sorte

e la Dad di questo periodo sarebbe il cattivo incontro, la cattiva sorte da cui trarre “una lezione nella lezione”, ovvero che

la formazione non avviene mai sotto la garanzia dell’ideale, ma sempre controvento.

Ecco, quest’idea di “resistenza” mentre si attende di tornare alla Dip è molto riduttiva, contiene in sé il rifiuto della Dad e porta a perdere un’occasione formativa, ovvero l’opportunità di sviluppare competenze diverse, magari dando sistematicità e razionalità all’uso di strumenti che gli studenti utilizzano tutti i giorni. E non vale l’idea banale che i giovani usano il computer meglio degli insegnanti, perché è improbabile che i giovani abbiano fatto considerazioni didattiche e psicopedagogiche intorno all’uso degli strumenti informatici.

È evidente che una tale impostazione, però, richiede un ragionamento sulla scuola del post-Covid, che non può essere la stessa di prima, che tra l’altro era (ed è) una scuola ingiusta, che privilegia chi è già fortunato e penalizza i ceti socialmente più deboli.

Quindi, per il futuro, non si tratta solo di eliminare il precariato e le classi pollaio, ma di ripensare la scuola e le modalità metodologiche e didattiche, non per imporne una, ma per moltiplicare le opportunità.

Se teniamo conto che nei prossimi anni diminuiranno gli studenti e molti docenti andranno in pensione, siamo nel momento giusto per progettare e programmare la scuola del futuro.

Ma queste premesse esistono da anni, e non sono mai state sfruttate.

Ovviamente la scuola del futuro ha bisogno di molte altre cose: speriamo che si crei l’occasione per un dibattito finalmente di qualità.

Scuola. La lezione di Covid ultima modifica: 2020-11-24T11:38:53+01:00 da GIAMPAOLO SBARRA

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento