Il Piccolo Manifesto, una bella riflessione sulla cultura

I membri della “Fucina Arti Performative” dell'università Ca’ Foscari hanno elaborato un manifesto con cui si soffermano ad analizzare il ruolo della conoscenza, delle arti e della creatività, soprattutto alla luce della difficile situazione attuale.
scritto da FRANCO AVICOLLI
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Chiara, Cristina, Deborah, Irina, Laura, Luigi, Valentina fanno parte della “Fucina Arti Performative” di Ca’ Foscari diretta da Elisabetta Brusa. Nello scorso mese di ottobre il gruppo di studenti ha lanciato il Piccolo Manifesto sulle alleanze generazionali elaborato “nel corso di un’estate difficile e inaspettatamente singolare”. Il documento saluta l’elezione della nuova rettrice Tiziana Lippiello invitandola a condividere riflessioni sulla funzione cruciale della musica, del teatro, di danza e arti visive nel “consolidamento della comunità”, riconoscendo in esse una forte carica simbolica e il loro significato sociale, poi ribadito dall’auspicio che diventino “uno stabile punto di riferimento per una stimolante crescita collettiva”.

Il manifesto ritiene che i saperi e la formazione vadano considerati nel loro significato sociale, un patrimonio accessibile a tutti in un progetto di vita che riconosca la “felicità” come valore collettivo, espressione di un sistema relazionale cosciente della polisemia di un mondo in cui “la nostra realtà non è uguale alla realtà altrui.”

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Il testo invita quindi alla “riflessione”, esorta a una corretta informazione “per sperimentare la magica alchimia della condivisione” e auspica che

il rapporto con l’altro… resti una componente ineliminabile dell’apprendimento.

Perciò, prosegue, il percorso formativo non deve risolversi “in un adeguamento alle esigenze… degli strumenti digitali” ma deve tornare

ai luoghi, alle persone, alle esperienze di vita fisica e non solo virtuale dove la memoria sia riferimento della convivenza improntata al rispetto della parità di genere nelle relazioni umane

e in un contesto di superamento del “confine” e della “barriera”.

Gli studenti si ispirano a un quadro operativo e funzionale dove prevale l’importanza del percorso, le ragioni di un fare finalizzato all’interesse collettivo più che all’affermazione professionale, e in tale dimensione rivendicano “l’importanza del silenzio e della contemplazione” con il loro valore.

Noi vogliamo riconquistare il diritto all’intimità, uscendo dal bisogno spasmodico di condividere qualsiasi cosa, anche la più insignificante,

sostengono, e la

dimensione privata per il rispetto che dobbiamo a noi stessi, ai nostri amici, ai nostri colleghi, agli affetti più cari.

Si tratta di un atteggiamento che afferma l’individualità come valore in sé non come elemento emergente di gruppo, di un collettivo e neppure collegato al successo sociale; è un rifiuto dell’omologazione e della protezione rassicurante del pensiero convergente che prevale nell’attuale società della tecnica.

Il Manifesto rimarca, infine, la centralità del “mondo della natura e degli animali” e auspica che “arte, creatività, sostenibilità, inclusione, conservazione del paesaggio e natura” entrino a far parte del quotidiano e “del nostro linguaggio comune”, concludendo:

“Non vogliamo dimenticare […] quanto sia bello stringerci la mano con calore e quanta emozione ci possa essere in un abbraccio o in un bacio. Vogliamo essere consapevoli e responsabili, ma non vogliamo cedere alla paura. Per questo aspettiamo con fiducia di ritornare alle cose belle che un giorno la vita ci saprà restituire e, se riusciremo ad attraversare quest’attesa come un’opportunità, forse saremo in grado di costruire davvero – tutti insieme – quella società migliore che vogliamo e chiediamo.

Il Piccolo Manifesto mostra inquietudine e preoccupazione, ma senza entrare nella genesi delle problematiche che affronta e forse limitandone la portata all’ambito generazionale. Mi soffermo su tre aspetti che considero di particolare interesse.

Il primo riguarda l’assenza di un qualche nemico inteso come gruppo e, per estensione, come sistema; si individua una problematica senza indicarne le cause, senza richiami ad appartenenze e ancor meno a organizzazioni sociali, a schieramenti e neppure a ideologie.

La seconda questione concerne il primato dell’individuo, del soggetto in quanto depositario e portatore di una qualità che rifiuta l’indeterminatezza, ritenuta la causa reale di una sofferenza soggettiva e di una mortificazione individuale. Credo che questo aspetto si configuri in un contesto narrativo dissimile dagli atteggiamenti delle generazioni giovanili novecentesche che si identificavano maggiormente con le tendenze storiche e con le formazioni e raggruppamenti che a quelle categorie si rifacevano. È certamente una novità, a mio avviso basata su un sistema di sicurezza e di riconoscimento sui quali andrebbe fatta una adeguata riflessione.

La terza tematica ripropone l’antica questione – molto italiana – del conflitto tra cultura scientifica e cultura umanistica. Sono temi estremamente attuali che però il gruppo sente in modo generazionale, forse perché non ne trova le tracce nel dibattito sociale e soprattutto nell’università e nelle istituzioni culturali, dove si afferma sempre più una metodologia finalizzata al progetto formativo di tipo specialistico che tende a escludere ciò che non è direttamente funzionale a una precisa professionalità, ossia arti, teatro, danza, musica e attività affini.

Ciò ha approfondito il solco che in nome della concretezza produttiva stabilisce la separazione tra interessi scientifici e umanistici. Difatti, mentre da una parte la scienza è sempre più funzionale al sistema produttivo e alla gerarchizzazione economica e sociale, non accade altrettanto per la cultura umanistica, relegata nella dimensione del tempo libero malgrado il suono, la parola, il colore, il segno, la forma costituiscano la base e il sistema connettivo del complesso delle attività del mondo moderno.

Su questo piano è emblematico il destino di Venezia, espropriata del valore che essa rappresenta come città, anche come sistema di attività, in funzione di un uso positivamente finalizzato al profitto che circoscrive il valore di Venezia a una qualche utilità produttiva.

È un meccanismo assimilabile all’omologazione dell’utilità economica e al “rumore” della serialità con inevitabili conseguenze sul sistema culturale, un sistema referenziale di valori di cui la città è portatrice. Sono i temi del Piccolo Manifesto e voglio sperare che diventino un utile strumento di riflessione.

Il Piccolo Manifesto, una bella riflessione sulla cultura ultima modifica: 2020-11-25T17:46:44+01:00 da FRANCO AVICOLLI

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