L’ultima partita di Diego

Maradona non poteva conoscere l’onta della vecchiaia, del decadimento fisico, della stanchezza, lui che l’esistenza l’ha presa a morsi, vissuta senza respiro, senza mai risparmiarsi, gridando al mondo la sua gioia e il suo dolore, il suo coraggio e le sue idee politiche
scritto da ROBERTO BERTONI
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E così, dopo aver irriso, preso a calci e dominato la vita per sei decenni, Diego Armando Maradona ha perso la partita più difficile, forse l’unica che non gli è mai appartenuta. Diego non poteva conoscere l’onta della vecchiaia, del decadimento fisico, della stanchezza, lui che l’esistenza l’ha presa a morsi, vissuta senza respiro, senza mai risparmiarsi, gridando al mondo la sua gioia e il suo dolore, il suo coraggio e le sue idee politiche. Mai convenzionale, mai prono agli schemi imposti dall’alto, mai in sintonia con i vertici del calcio e della politica mondiale, il fuoriclasse argentino è stato ovunque la gioia dei poveri e degli ultimi.

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Anche per questo non poteva andare d’accordo con Barcellona: una città abituata ai campioni, alle vittorie, alle conquiste, un ambiente che non lo proteggeva abbastanza perché, pur essendo il simbolo dell’anarchia e del socialismo contrapposti al franchismo di Madrid, era comunque un universo abituato ai Suárez, ai Kubala, ai Cruijff.

Per diventare grande, immenso, eterno Diego ha avuto bisogno di un’Argentina di numeri due, composta quasi per intero da buoni gregari, senza individualità in grado di accostarsi anche solo minimamente alla sua classe, e di Napoli, la più sudamericana delle città italiane ed europee, una città schietta, verace, abituata alla sofferenza e capace di far sentire a proprio agio i fenomeni ribelli.

Era stata la terra adottiva di Sivori e Altafini, anche per questo seppe confortare e amare Diego, perdonandone gli eccessi, sopportandone le stravaganze ma, soprattutto, amandone di un amore puro e assoluto il genio che illuminava ogni domenica e costituiva il riscatto di una squadra che, fino a quel momento, aveva vinto poco o nulla. Maradona restituì a un popolo l’orgoglio di essere se stesso, mise al loro posto gli arroganti che tuttora egemonizzano il mondo del calcio, combatté contro ogni fascismo e non si dimenticò mai da dove veniva.

L’emblema di cosa sia stato Diego è legato a due tragedie sportive riguardanti l’Argentina: il rigore inventato nel Novanta a favore della Germania Ovest per sconfiggere colui che aveva osato mettere pesantemente in discussione il gruppo di potere legato al brasiliano Havelange, all’epoca capo supremo e intoccabile della FIFA, e la vergogna dei Mondiali americani del ’94 quando, per dirla con Galeano, “giocò, vinse, pisciò, fu sconfitto”.

Sono esistite due epoche: il tempo prima di Diego e quello dopo di lui, in cui ogni fuoriclasse, a cominciare da Messi, è stato posto a confronto con un mito che non avrà mai eredi. E non li avrà perché è andato molto oltre il calcio, molto oltre lo sport, ad esempio con quella mano che condannò l’Inghilterra. Per chiunque altro avremmo parlato di una semplice scorrettezza, nel suo caso sappiamo che c’era dietro la rivendicazione della dignità della sua gente e ogni considerazione sulla lealtà si perde al cospetto di una battaglia in cui calcio, politica e vita sono sempre stati un tutt’uno.

Maradona è stato l’ultimo lampo di socialismo nell’epoca aurea del liberismo sfrenato, un pensiero allendiano contrapposto al reaganismo e al thatcherismo che ha avvelenato gli anni Ottanta, un respiro di follia in una stagione nella quale già si tendeva a classificare tutto, a inscatolare gli esseri umani, a stabilire che non dovessero esserci alternative al modello vigente e che tutto dovesse scorrere lungo i binari disegnati dalla Scuola di Chicago.

Maradona si oppose e la pagò a caro prezzo, subendo una gogna per cui nessuno ha mai chiesto scusa, nessuno si è pentito e, anzi, ora dovremo assistere all’ipocrisia dei suoi più strenui detrattori che ne ricorderanno la poesia sul campo, falsamente dimentichi della violenza delle espressioni con cui lo crocifissero. Diego è stato un misto fra Che Guevara e Rimbaud, José Martí e Omar Sivori, un Allende ostaggio della Moneda assediata e un García Márquez che scriveva con i piedi. Ora a Villa Fiorito un altro bambino, sicuramente in lacrime, starà prendendo a calci un qualunque oggetto e, ancora una volta, lungo uno stradone polveroso, starà ricominciando la storia del calcio.

 Pallone, e non solo.
Gli eroi del calcio e dello sport
raccontati da Roberto Bertoni

L’ultima partita di Diego ultima modifica: 2020-11-25T20:28:52+01:00 da ROBERTO BERTONI

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