Perú. Una rivolta che è quasi una rivoluzione

I cinque giorni di mobilitazione popolare di metà novembre resteranno scolpiti nella memoria collettiva della nuova generazione di peruviani, che ha imparato a reclamare pacificamente i diritti politici calpestati da un sistema immobilista e parassitario.
EDUARDO GIORDANO
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La società peruviana, specie la gioventù, si è risvegliata da un lunghissimo letargo. Tra i paesi andini, il Perù era stato l’unico a non essere stato attraversato da convulsioni sociali in reazione alla situazione economica esplosiva, causata dalle politiche neoliberali adottate nel corso dell’ultimo anno. Gli scioperi generali e le rivolte contro classi dirigenti delegittimate si sono susseguite in Cile, Ecuador, Colombia e anche in Bolivia, dopo il colpo di stato contro l’ordine costituzionale. In tutte queste vicende, la repressione politica è stata brutale, provocando decine di morti e feriti, oltre che numerosi arresti e abusi. Una tale violenza repressiva non è, però, riuscita a frenare la forza delle proteste popolari, sempre più accese, anche per reazione al comportamento della polizia. Queste lotte sociali, guidate da giovani, donne e movimenti indigeni contro i governi di destra, sono riuscite a raggiungere i loro principali obiettivi in Cile (un referendum costituzionale) e in Bolivia (il ripristino della democrazia), aprendo un nuovo orizzonte di riconquista dei diritti per l’America Latina. 

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In questa dinamica di lotte sociali, è arrivato il turno anche del Perù, un paese la cui popolazione deve scuotersi dal torpore del sonno neoliberale, dell’incubo di un alto tasso di crescita economica durante gli ultimi decenni di cui hanno però beneficiato solo i proprietari delle grandi aziende, in particolare delle compagnie minerarie, spinte dagli interessi delle élite politiche ed economiche native. Se esiste un paese dell’America del sud in cui la corruzione è onnipresente e coinvolge in maniera permanente le principali strutture dello Stato, quel paese è il Perù. A cominciare da Alberto Fujimori – sono appena trascorsi vent’anni dalle sue dimissioni via fax dal Giappone – tutti gli ex presidenti peruviani eletti dalla fine del XX secolo sono passati attraverso il carcere o gli arresti domiciliari e hanno cause aperte contro di loro per corruzione, la maggior parte delle quali legate alle tangenti della multinazionale brasiliana Odebrecht. Il caso più drammatico fu quello del socialdemocratico Alan García (Alianza Popular Revolucionaria Americana, Apra), che si tolse la vita in seguito alle rivelazioni che lo coinvolgevano in tale situazione. 

Dopo le confessioni del rappresentante dell’impresa edile brasiliana Odebrecht a Lima, nel febbraio 2018, il pubblico ministero peruviano ha iniziato le sue indagini per corruzione contro cinque ex presidenti. L’esecutivo della multinazionale brasiliana ha rivelato nel dettaglio le elargizioni alle campagne elettorali dei principali candidati: tre milioni di dollari per Ollanta Humala, 1,2 milioni per Keiko Fujimori, 600.000 dollari per Alejandro Toledo, 200.000 per la campagna di Alan García del 2006 e 300.000 per quella di Pedro Pablo Kuczynski del 2011. 

Pedro Pablo Kuczynski fu eletto presidente nelle ultime elezioni del 2016 e si dimise nel marzo 2018, quando si venne a sapere che la sua consulente privata aveva ricevuto da Odebrecht 780.000 dollari. Kuczynski fu sostituito dal suo vicepresidente e ambasciatore in Canada, Martín Vizcarra Cornejo, del partito Peruanos Por el Kambio, il raggruppamento della destra liberale costituito nel 2011 dallo stesso Kuczynski (l’abbreviazione PPK coincide con le iniziali del suo nome). Nemmeno la traiettoria di Vizcarra durante il governo di Kuczynski fu priva di sospetti di corruzione, come nel caso molto controverso della concessione dell’aeroporto di Chinchero, a Cusco.

Il complotto dei “rateros” (ladruncoli)

Vizcarra aveva assunto l’incarico di governo promettendo che la sua priorità assoluta sarebbe stata quella di ripulire il paese dai politici (e deputati) corrotti, proponendo la non rielezione dei membri del Congresso e aumentando l’attenzione sull’ancor più screditato potere giudiziario. In Perù è diffusa la percezione che molti giudici ricevano denaro in cambio di sentenze favorevoli, molte delle quali finiscono sotto i riflettori pubblici. Il fenomeno della corruzione s’estende fino ai vertici del potere giudiziario, come hanno dimostrato alcune registrazioni audio di conversazioni tenute da magistrati che abusano del proprio potere, collocati ai vertici massimi del potere giudiziario, da giudici della Corte suprema a ex membri del Consiglio nazionale della magistratura (Cnm, finiti sotto inchiesta per reati di traffico di influenze e corruzione).

In un simile contesto di decomposizione generale delle istituzioni, alcune delle proposte di Vizcarra sono state inizialmente ben viste da settori sindacali e da organizzazioni sociali impegnate sul fronte della rigenerazione democratica del Perù, ma non hanno avuto seguito. Il blocco politico del fujimorismo e degli altri partiti corrotti non ha permesso l’approvazione al Congresso di tali proposte. Nell’intento di evitare il blocco dell’iter in parlamento, Vizcarra l’ha sciolto, convocando le elezioni anticipate nel gennaio 2020. Il risultato è stato un indebolimento di Fuerza Popular, il partito di Keiko Fujimori, con la conseguente frammentazione del voto a vantaggio dei partiti di destra.

Alla fine, Vizcarra è stato destituito dal Congresso il 10 novembre per “incapacità morale permanente”, accusato dai parlamentari di corruzione in una vicenda su cui, al momento, non sta ancora indagando la giustizia: il presunto pagamento di commissioni illegittime da parte di un consorzio di imprese conosciuto come il “club del mattone”. L’accusa evocata per la sua destituzione è costituzionale, ma non si è mai arrivati ad applicarla e, letteralmente, si riferisce all’incapacità mentale, non a una presunta disonestà.

Al suo posto, la presidenza del paese è stata assunta dall’allora presidente del Congresso, l’imprenditore di destra Manuel Merino de Lama, che aveva ottenuto solo cinquemila voti alle ultime elezioni. La rimozione di Vizcarra richiedeva il voto favorevole da parte di un minimo di 87 membri del Congresso: contava sull’appoggio di 105 su 130 deputati, solo 19 hanno votato contro. Più della metà dei deputati (68) è sotto inchiesta del pubblico ministero per diverse accuse di corruzione e temeva che il governo Vizcarra potesse attivarne altre ancora. Intervenendo nel dibattito sulla destituzione, il deputato José Luna Morales avrebbe difeso la vacanza presidenziale accusando Vizcarra di aver ordito un complotto per far incarcerare suo padre, leader di Podemos de Perú (partito di destra), arrestato il 7 novembre. Questo deputato avrebbe dichiarato, durante la riunione dei portavoce: “se non molliamo Martín Vizcarra, saltiamo tutti quanti”, secondo quanto avrebbero confermato alla stampa i deputati presenti. 

La chiusura corporativa dei membri del Congresso per schivare l’azione della giustizia ha acceso lo scontento e l’indignazione popolare, soprattutto tra i giovani, che sono scesi tutti i giorni in piazza a manifestare, non per difendere Vizcarra – un uomo grigio, dal profilo tecnico e probabilmente corrotto tanto quanto la maggior parte di loro – ma per esprimere il ripudio verso le ennesime macchinazioni dei partiti dietro le quinte, contro la distribuzione delle cariche (la cosiddetta repartija) e il criminale “mercato” delle impunità. L’immagine di questa istituzione si collocava già al di sotto del quindici per cento nei sondaggi di opinione quando Vizcarra aveva assunto il potere come presidente, ed è andata ancor più giù nel corso degli ultimi due anni. La ripulsa dei manifestanti delle manovre antidemocratiche di una classe politica incardinata nel Parlamento fin dagli anni Novanta si rifletteva bene negli striscioni di protesta che dipingevano un presidente irrilevante e debole tra le raffigurazioni di topi, i suoi sostenitori. Roditori, e nell’estensione semantica, non meno esplicita: rateros (ladruncoli senza scrupoli).

La repressione della protesta sociale

Per le organizzazioni popolari e i movimenti sociali, e in generale per i militanti di sinistra, la manovra del Congresso non è stata altro che un colpo di Stato contro la democrazia, in particolare in prossimità delle elezioni fissate da Martín Vizcarra per il mese di aprile. Le proteste di piazza, guidate dai giovani, si sono protratte lungo tutta la settimana, senza lasciarsi intimorire dagli spari e dalle cariche delle forze dell’ordine. Sabato si sono contati a Lima almeno due morti e più di un centinaio di feriti. Le immagini della polizia che reprime i manifestanti con lanci di gas lacrimogeni e colpi d’arma da fuoco sono diventati virali, alimentando di nuovo la reazione furiosa dei giovani attraverso in social. I mezzi di comunicazione hanno agli inizi minimizzato e sottovalutato i cortei di protesta, definendo i giovani manifestanti come “delinquenti”, “vandali” e persino, in alcuni casi, “terroristi”. 

Le immagini diffuse della violenza spropositata da parte della polizia, sia a Lima sia ad Ayacucho e in altre città, non hanno fatto altro che alimentare giorno dopo giorno la protesta nelle strade. La polizia ha represso le manifestazioni pacifiche sparando lacrimogeni e proiettili per disperdere la folla. La richiesta unanime dei manifestanti erano le dimissioni del presidente Manuel Merino e la convocazione di elezioni, e il corteo nazionale di sabato 14 novembre si è concluso con due morti, numerosi dispersi e più di un centinaio di feriti, 63 dei quali ancora ricoverati il giorno seguente. Tra i feriti diversi giornalisti e cameramen, attaccati proprio per essere messi a tacere. L’Associazione nazionale di giornalisti del Perù ha comunicato che si sono registrati attacchi nei confronti di trentacinque giornalisti nei primi quattro giorni di proteste cittadine. Il giorno dopo il corteo nazionale, domenica 15 novembre, la situazione è precipitata: 13 dei 19 ministri hanno rinunciato al loro incarico nell’effimero governo di Manuel Merino, una parte della stampa ha fatto eco al clamore popolare e alcuni giornalisti hanno chiesto le dimissioni del presidente già alle prime luci del giorno. 

Con un colpo di scena spettacolare, il presidente del Congresso ha anticipato che se Merino non avesse rinunciato all’incarico, sarebbe stato destituito quello stesso giorno nel corso della seduta straordinaria. Qualche ora più tardi, Manuel Merino ha annunciato le sue dimissioni. Il suo incarico non è durato nemmeno una settimana. 

Sono seguiti grandi festeggiamenti nelle strade, ma i giovani manifestanti non erano disposti a ritirarsi fino a quando non fossero stati sicuri che non sarebbe stato nominato un altro membro della grande famiglia di corrotti che s’annida in quasi tutti i partiti con una rappresentanza in parlamento. La veglia popolare è andata avanti nel corso di tutta la domenica, concludendosi con altri due giovani feriti, uno dei quali, colpito da prioiettili, in gravi condizioni. 

L’elezione di un nuovo presidente

Di fronte alla pressione dei manifestanti dopo la rinuncia di Merino, il Congresso si è immediatamente riunito quella stessa domenica ed è stata presentata una candidatura unitaria per sostituirlo, quella della deputata di sinistra del Frente Amplio, Rocío Silva, che tuttavia non ha superato il voto. Secondo quanto è venuto alla luce in seguito, i deputati sapevano in anticipo che quella candidatura non si sarebbe potuta realizzare, ma, privi di una soluzione alternativa, hanno comunque fatto un tentativo per dare un contentino alla popolazione, fuori dell’aula. La mancanza di una soluzione per designare un nuovo presidente ha suscitato l’indignazione dei manifestanti ed è stata criticata da autorità come il difensore del Popolo, Walter Gutiérrez, che ha dichiarato a un canale televisivo:

Sembra che il Congresso non capisca, o che nemmeno le manifestazioni o le morti lo persuadano. Il livello d’irresponsabilità è enorme, il livello di scollegamento con ciò che sta accadendo nel paese sembra non avere limiti. 

Nel suo discorso di inizio incarico come presidente, Sagasti affermò che il suo governo aveva come priorità la lotta contro la corruzione.

Il giorno successivo è stata presentata una nuova candidatura, solo dal Partido Morado, appoggiata nei social dallo scrittore Mario Vargas Llosa, che proponeva come presidente il deputato Francisco Sagasti, uno scienziato che è sempre stato in qualche modo legato alla politica, con un profilo marcatamente tecnico e con esperienze manageriali ad alti livelli, per esempio come capo della Progettazione strategica della Banca Mondiale. Nel suo discorso di inizio incarico come presidente, Sagasti ha affermato che il suo governo avrebbe avuto come priorità la lotta contro la corruzione, impegnandosi a raggiungere due obiettivi irrealizzabili in cinque mesi di presidenza ad interim: attuare un piano “hambre cero” (“fame zero”) e dotare di connessione internet la metà della popolazione peruviana che ne è priva (e circa il novanta per cento della popolazione rurale). Nel piano economico, come conseguenza del suo curriculum di liberale, ha assicurato che una delle priorità del suo mandato sarebbe stato il mantenimento a tutti i costi dell’equilibrio fiscale. 

Vi è stato un momento memorabile nel suo discorso, la sincerità con cui ha riconosciuto, in nome della classe politica, “lo scollegamento che esiste tra la cittadinanza, e soprattutto i giovani, e coloro che sono gli attori politici”. Il nuovo presidente peruviano ha poi affermato:

La sfida e compito centrale del nostro governo è restituire la fiducia ai cittadini. Restituire la fiducia ai giovani, dal momento che noi che siamo impegnati in politica ci siamo a volte dimenticati di quelle aspirazioni che tutti noi avevamo quando eravamo giovani, quando scendevamo a protestare, quando partecipavamo ad azioni di protesta e in difesa dei diritti… questo ce l’hanno ricordato i giovani… e questo richiede da parte nostra un’apertura e una predisposizione ad ascoltare tutti. 

Sagasti ha presentato scuse ufficiali per la repressione contro i manifestanti:

Abbiamo alcuni feriti per proteste condotte quasi in forma del tutto pacifica. Abbiamo degli scomparsi. Quando un peruviano muore, e ancor più se è giovane, tutto il Perù è in lutto, e se muore difendendo la democrazia, al lutto si aggiunge l’indignazione.

Ha promesso anche che i suoi primi atti avrebbero avuto l’obiettivo di “trovare i compatrioti che risultano ancora scomparsi” e ad aprire indagini sulle azioni di repressione, scandendo: “non ci sarà impunità”. 

Come presidente del Congresso è stata designata, nella stessa lista, l’avvocatessa Mirtha Vásquez, deputata del Frente Ampio per Cajamarca (città del Perù) e attivista per i diritti indigeni contro gli abusi delle miniere. La candidata sconfitta del suo partito, Rocío Silva, ha deciso di restare ai margini di questa nuova votazione. Quando Silva aveva annunciato la sua candidatura, era stato oggetto di una brutale campagna per screditarla sui social, orchestrata da potenti settori economici contrari a che assumesse lei la carica di presidente. 

Il lungo cammino delle alternative politiche

Parte considerevole dell’intellighenzia peruviana, non priva d’impatto sulla cultura dominante, persevera nella stigmatizzazione del socialismo e in particolare del marxismo come il peggiore di tutti i mali. L’impronta lasciata dalle azioni dell’organizzazione maoista Sendero Luminoso, una “avanguardia illuminata” che per molti anni ha commesso ogni sorta di atrocità, massacrando le popolazioni contadine e indigene e seminando il terrore nelle città, è molto presente nella memoria collettiva. Questo precedente costituisce un impaccio piuttosto gravoso nello sviluppo dei partiti di sinistra democratici e nella loro presenza nei movimenti di massa. 

Il saluto al presidente Francisco Sagasti come capo supremo della forze armate e della polizia nazionale all’ingresso del Palacio de Gobierno

Esponenti delle organizzazioni di sinistra che hanno partecipato attivamente alle rivolte ammettono che, sebbene fossero stati loro a dare avvio alle manifestazioni il primo giorno, nei giorni successivi si sono visti completamente spiazzati dall’ampiezza della mobilitazione attuata dai movimenti giovanili che si sono aggregati alla lotta politica, la maggior parte dei quali di stampo antifujimorista, contro l’autoritarismo e la corruzione, e che però non si riconoscono nella sinistra. 

Ciò nonostante, dopo decenni di politiche neoliberali che hanno acuito le disuguaglianze e la povertà, ci sono peruviani che iniziano a guardare diversamente al processo di cambiamento che ha sperimentato la Bolivia nel corso di un decennio e mezzo, ammirandone stabilità e crescita economica. Questa impostazione dello sviluppo sociale ed economico auto-centrato, a partire dalla combinazione di ingredienti di modernità con la visione del mondo tradizionale delle culture indigene, ha smesso di essere, agli occhi dei peruviani, un’utopia irrealizzabile per trasformarsi in uno stile di vita da imitare. 

In Perù la popolazione indigena è maggioritaria, così come in Bolivia, ed è difficile immaginare una sinistra i cui militanti non provengano in larga misura da quelle comunità indigene e contadine che la sinistra pretende di liberare dalle proprie condizioni di oppressione. In un testo scritto novant’anni fa circa, El problema de las razas en América Latina, José Carlos Mariátegui, il grande teorico peruviano di una sinistra marxista radicata nelle culture e tradizioni indigene, avvertiva già che una politica rivoluzionaria avrebbe dovuto convertire “il fattore razza” in un elemento fondamentale del processo politico. Mariátegui chiariva che “il problema non è razziale, ma sociale ed economico”. Tuttavia, continuava avvertendo che “solo militanti usciti dall’ambiente indigeno possono, per mentalità e lingua, riuscire a godere di un ascendente efficace e immediato sui loro compagni”. Teorico eterodosso del pensiero americanista, Mariátegui fu il primo a indagare sulla confluenza di valori tra il socialismo scientifico (materialismo dialettico) e determinate visioni del mondo indigene. Un progetto a cui manca ancora molta strada da percorrere. 

Nonostante il variegato amalgama di ideologie nel movimento giovanile che è sceso in piazza a manifestare e dire “basta!” ai politici corrotti, l’elemento più singolare è l’accumulo di forze che questo impulso ha messo in moto, fino a forzare la mano al presidente usurpatore e ai deputati rateros. Il popolo peruviano si è svegliato, scrollandosi di dosso l’ambiente viziato dalla vecchia politica con le manifestazioni più veementi del secolo. L’assunzione del potere da parte dei cittadini ha dato i suoi frutti: ha permesso di destituite un presidente manipolato dai deputati corrotti e percepito come illegittimo dal popolo. Il timore dei membri del Congresso nei confronti della reazione furiosa e decisa dei manifestanti, del popolo che si ribellava per le strade, l’ha fatto infine capitolare. Questa impresa realizzata dalla mobilitazione popolare in appena cinque giorni resterà scolpita nella memoria collettiva di questa nuova generazione di peruviani, che ha imparato a reclamare pacificamente i suoi diritti politici calpestati da un sistema immobilista e parassitario.


Traduzione di Arianna Tomasi 

Articolo pubblicato per gentile concessione della rivista online

Perú. Una rivolta che è quasi una rivoluzione ultima modifica: 2020-12-01T12:44:17+01:00 da EDUARDO GIORDANO

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