Se la forza LGTB diventa forza politica

Il dibattito sulla legge contro l’omotransfobia dà a lesbiche, gay, bisessuali, transgender e queer una nuova visibilità nello spazio pubblico. Un’occasione per essere protagonisti.
scritto da MATTEO ANGELI
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Le minoranze sessuali reclamano un nuovo posto nella vita pubblica italiana. Il dibattito sulla legge contro l’omolesbobitransfobia potrebbe segnare il punto di svolta, aprendo la strada a nuove battaglie, ma anche a nuove soggettività politiche. In questo senso, ha fatto discutere l’annuncio di un “partito gay” fatto settimana scorsa da Fabrizio Marrazzo, già fondatore di Gay Help Line e Gay Center, Claudia Toscano, già attivista AGEDO (l’associazione di genitori parenti e amici di LGBT), e Vittorio Tarquini, giovane attivista trans.  

Gli obiettivi dichiarati di questo nuovo soggetto politico vanno “dal 6 per cento nazionale fino addirittura al 15 per cento”. Presentando queste cifre, i fondatori fanno direttamente riferimento agli studi di EuroMedia Research, secondo i quali la comunità LGBT in Italia sarebbe pari al 12,8 per cento della popolazione.  

Sono subito piovute le critiche, soprattutto all’interno della comunità LGBT. A partire dal nome, non abbastanza inclusivo, perché dimentica lesbiche, bisex, trans e gli altri. La connotazione politica poi fa storcere il naso.

Quel ‘liberale’ parrebbe occhieggiare a una precisa parte politica nazionale che da sempre ci umilia,

scrive Federico Boni su gay.it, denunciando la mancanza di rappresentatività dei tre co-fondatori e il rischio che il probabile flop elettorale rispetto alle cifre sbandierate

possa tramutarsi in pericoloso boomerang, che vedrà i tanti, troppi cattoestremisti d’Italia salire felicemente sul carro del perculo, sottolineando l’inesistenza di un movimento che non vota neanche i propri rappresentanti.  

Proprio in questo periodo di emergenza e pandemia riteniamo che noi LGBT+ non possiamo più delegare le nostre istanze a terzi,

risponde Marrazzo.  

Questo è punto della questione, rispetto al quale le sorti del partito di Marrazzo passano decisamente in secondo piano: chi rappresenta le istanze della comunità LGBT nel panorama politico italiano? Quali partiti? Quali politici? Il Pd? Monica Cirinnà? Laura Boldrini? Al di là degli sforzi, lodevoli, di questi e di altri paladini dei diritti LGBT, ciò che salta subito all’occhio è che il numero dei politici italiani apertamente LGBT è ancora molto ristretto. Nel frattempo, in buona parte del mondo occidentale, si assiste a una dinamica opposta: i politici LGBT sono sempre più la norma. Occupano posti chiave nelle istituzioni. Sono il volto e la voce non solo della loro comunità, ma anche dei loro partiti.  

In molti paesi europei, infatti, per chi fa politica essere lesbica, gay, bi o trans non è più un’onta. Anzi, diventa sempre più spesso un’arma da brandire contro i propri avversari. Come fa ad esempio il polacco Robert Biedroń, già deputato e sindaco della città di Słupsk, e oggi europarlamentare. Fervente militante per i diritti LGBT e candidato dei partiti della sinistra alle elezioni presidenziali del 2020, Biedroń non perde occasione per riaffermare la propria identità sessuale e usarla per scagliarsi contro quelle amministrazioni comunali polacche che nel corso del 2019 si sono dichiarate “zone libere da LGBT” e contro il governo centrale, anch’esso responsabile di una discriminazione non dissimile.  

Robert Biedroń in occasione del lancio del suo partito Wiosna (Primavera), a Varsavia, il 3 gennaio 2019

Sorge quindi un’altra domanda: i diritti LGBT sono meglio rappresentati dai politici LGBT? La risposta non è a senso unico. Da un lato, si potrebbe esser tentati di fare il paragone con l’esperienza di Angela Merkel in Germania. La longevità politica della cancelliera è senza dubbio un successo per il movimento femminista. Ma Merkel non è una femminista e durante il suo mandato non si sono visti grandi passi in avanti in materia di pari opportunità. Come, in maniera non dissimile, l’elezione di Barack Obama negli Stati Uniti non ha portato a veri progressi per la comunità africano americana. 

Dall’altro lato, però, va riconosciuto l’impatto che politici dichiaratamente omosessuali, bisessuali, transessuali o queer hanno sulle percezioni della popolazione. Fare coming out – dichiarare pubblicamente la propria identità sessuale – è in questo senso uno dei modi più incisivi per combattere l’omofobia. Le persone che conoscono almeno una persona apertamente non eterosessuale hanno infatti un atteggiamento molto più favorevole verso le persone LGBT rispetto a chi non ne conosce nessuna.

Per il semplice fatto di essere sulla scena pubblica, il politico LGBT contribuisce quindi a cambiare le cose. Si pensi a due dei finora pochi capi di stato dichiaratamente omosessuali: l’ex primo ministro irlandese Leo Varadkar e la prima ministra serba Ana Brnabić. Anche se questi due hanno preferito non accordare importanza alla dimensione pubblica della loro identità sessuale – affermando che essa non li definisce –, questa ha comunque contribuito a cambiare la percezione della popolazione in due paesi fortemente conservatori, dove la stragrande maggioranza della popolazione si dichiara credente. Infatti, secondo la classifica di ILGA-Europe, che definisce quali sono i paesi europei nei quali lesbiche, gay, bi e trans vivono meglio, l’Irlanda è quindicesima, la Serbia ventiseiesima (l’Italia, invece, è trentacinquesima).  

Una foto storica: il primo ministro lussemburghese Xavier Bettel (secondo, da sinistra), con il marito e la prima ministra serba Ana Brnabić (ultima da sinistra), con la compagna

C’è poi chi, diversamente da Varadkar e Brnabić, usa il proprio ruolo politico per promuovere attivamente la causa. In questi casi il cambiamento può essere dirompente. È la storia del primo ministro lussemburghese Xavier Bettel, eletto nel 2013 e ancora in carica. Nel 2015, qualche mese dopo l’adozione del matrimonio egualitario nel principato, Bettel sposò il suo compagno, Gauthier Destenay. Una relazione questa, vissuta sotto i riflettori, con Bettel che si fa accompagnare dal marito anche ai summit della NATO. Tra le altre cose poi, il primo ministro lussemburghese s’è distinto per uno storico intervento davanti all’assemblea delle Nazioni Unite nel 2019, quando dichiarò:

Essere gay non è una scelta, non accettarlo, invece, lo è. L’omofobia è una scelta e dobbiamo combatterla. 

In tal senso, si direbbe che la causa LGBT è meglio sostenuta quando a portare avanti le battaglie sono donne e uomini che appartengono alla comunità. Se il successo del politico dipende infatti dalla sua capacità di costruire una narrazione convincente, allora è chiaro che gli esempi personali e il vissuto funzionano molto meglio degli aneddoti e del sentito dire.  

Affinché questo accada, però, deve esserci anche un contesto adatto, che consenta a chi fa politica di fare coming out pubblicamente senza dover temere ritorsioni, o che permetta a volti nuovi di emergere, non nonostante, ma anche proprio in virtù della loro diversità.  

Nichi Vendola all’inizio degli anni Novanta, quando lascia il Pci dopo la svolta della Bolognina. Sarebbe a breve diventato uno dei dirigenti più in vista di Rifondazione comunista, partito per il quale è eletto per la prima volta nel 1992 alla Camera dei deputati

In Italia non partiamo da zero. L’esperienza di Nichi Vendola, già presidente della Regione Puglia dal 2005 al 2015 e presidente di Sinistra Ecologia Libertà dal 2010 al 2015, costituisce un precedente di tutto rispetto. Impegnato fin da giovane nel partito comunista, Vendola portava già allora con orgoglio il suo orecchino, segno distintivo, simbolo alternativo. Fece il suo coming out nel 1978. Dotato di grande intelligenza, sensibilità, cultura, umana simpatia, esperienza e di una straordinaria capacità oratoria, egli non è stato solo un grande leader politico meridionale, ma ha saputo anche conquistare la scena nazionale, smontando una serie di pregiudizi, quando farlo era molto più difficile. Purtroppo, però, il suo resta, per certi versi inspiegabilmente, un caso isolato. Infatti, anche se negli ultimi anni si sono susseguiti altri politici italiani dichiaratamente omosessuali, nessuno di loro ha saputo esprimere le stesse capacità di leader.

Oggi si resta quindi in attesa di una svolta. Questa può prendere varie forme. Se si guarda agli Stati Uniti, il punto di rottura fu nel 2015, quando la corte suprema emise una sentenza storica, estendendo il matrimonio tra persone dello stesso sesso in tutto il paese. In soli cinque anni, il panorama politico è profondamente cambiato, con soprattutto il Partito democratico che in occasione delle recenti elezioni generali ha scommesso come non mai sui candidati LGBT. L’exploit di Pete Buttigieg, primo candidato gay alla Casa bianca con chance di vittoria, s’inserisce in questa dinamica. A cambiare, poi, è stato anche e soprattutto il capitalismo americano, sempre più attento a includere i membri delle minoranze sessuali, a prendere in conto i loro bisogni specifici, non solo come consumatori, ma anche in quanto lavoratori.

La copertina che il Time ha dedicato a Pete Buttigieg e a suo marito Chasten

In generale, i temi LGBT non sono più un qualcosa di nicchia, ma assumono sempre più centralità nel discorso politico americano, anche ai massimi livelli. Lo si è visto di nuovo qualche giorno fa, in occasione del Transgender Day of Remembrance, una ricorrenza per commemorare le vittime dell’odio e del pregiudizio verso le persone transgender. In quest’occasione, il presidente eletto americano, Joe Biden, è intervenuto per denunciare i livelli “senza precedenti di violenza e discriminazione”. 

Dal momento in cui giurerò come presidente degli Stati Uniti, sappiate che la mia amministrazione vi vedrà, vi ascolterà, lotterà non solo per la vostra sicurezza ma anche per la dignità e la giustizia che vi sono state negate, 

ha affermato Biden rivolgendosi alla comunità trans.  

Il confronto con il silenzio delle autorità italiane è imbarazzante. Certo, l’Italia non è l’America. Ma anche noi siamo forse arrivati a quel tornante che gli Stati Uniti hanno passato cinque anni fa.

Vista così, l’approvazione della legge contro l’omolesbobitransfobia assume allora ancora più importanza. In gioco non c’è solo l’accettazione di una comunità, l’uscita dal ghetto. Va aperto un discorso sulla ridefinizione del concetto di famiglia e della società nella quale vogliamo vivere, per farne un posto più inclusivo. È una sfida nella quale si misura il livello di progresso del nostro paese. 

Le discussioni in corso danno visibilità e spazio a chi finora è stato costretto a nascondersi. Perché questa occasione sia colta appieno, però, la visibilità dovrà tradursi in rappresentanza nelle istituzioni. Solo così la comunità LGBT italiana passerà dall’essere oggetto a soggetto del dibattito pubblico, diventando protagonista della politica e del proprio destino. 


In copertina i trentadue deputati europei che il 15 settembre hanno manifestato a sostegno della comunità LGBT polacca

Se la forza LGTB diventa forza politica ultima modifica: 2020-12-03T12:34:43+01:00 da MATTEO ANGELI

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1 commento

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claudia toscano 4 Dicembre 2020 a 17:56

condivido tutto, sembra scritto da me. Ma al concetto che un politico capace mette in luce positiva la comunità particolare da cui proviene non ci ero arrivata. Grazie Matteo Angeli

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