Gli universi narrativi di Yoko Tawada

Tra le voci più interessanti della letteratura contemporanea, trasferisce nelle sue opere la tensione tra Oriente e Occidente, indagando da una parte la proficuità dell’incontro tra i due universi e, dall’altra, sostenendo con forza l’idea che il movimento tra dimensioni e mondi differenti possa ridefinire l’idea stessa di interculturalità.
scritto da ERIBERTO RUSSO
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Nel composito panorama della letteratura interculturale in lingua tedesca, Yoko Tawada (1960), autrice di nazionalità giapponese, che vive in Germania dal 1983 e che compone le sue opere sia in tedesco sia in giapponese, occupa indubbiamente un posto di grande rilievo. Autrice estremamente prolifica e attiva su più generi letterari (prosa, teatro, poesia), riconosciuta e premiata in tre continenti – nei paesi di lingua tedesca (Medaglia Goethe nel 2005, Premio Kleist nel 2016, Medaglia Zuckmayer nel 2018), in Giappone (Premio Atugakawa nel 1993, Premio Junichiro nel 2003) e negli Stati Uniti (National Book Award nel 2018) – Tawada porta in sé il seme dell’universalità narrativa dei grandi autori e l’innovatività di un modo di sentire la letteratura che si colloca al di là di etichette e di categorizzazioni identitarie e culturali.

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È proprio l’atto del superamento e della problematizzazione del concetto di confine e un uso completamente inedito della lingua ad attirare l’attenzione dei suoi lettori. Il continuo transito e lo scambio tra le due lingue di scrittura (tedesco e giapponese) e l’incontro con altre lingue e altri sistemi di identificazione culturale (si vedano i molteplici riferimenti alla Francia e al francese) ha costituito sin dall’inizio del XXI secolo terreno fertile per la traduzione delle sue opere nelle più importanti lingue di comunicazione (inglese, francese, spagnolo e, anche se in misura di gran lunga minore, italiano).

La ricezione di Tawada in Italia è, infatti, segnata dalla traduzione di Das BadIl bagno, a cura di Lucia Perrone Capano, edita per i tipi di Ripostes nel 2003 e da un lungo silenzio editoriale, risvegliato dalla traduzione dell’affascinante e suggestivo Etüden im SchneeMemorie di un’orsa polare, tradotto da Alessandra Iadicicco dal tedesco ed edito per Guanda nel 2017 e di Persona, tradotto da Daniela Moro dal giapponese ed edito dalla Libreria Editrice Cafoscarina nel 2018. 

Tra le voci letterarie più interessanti della letteratura contemporanea (non soltanto tedesca o giapponese), Tawada trasferisce nelle sue opere la tensione tra Oriente e Occidente, così tanto dibattuta e persino controversa, indagando da una parte la proficuità dell’incontro tra i due universi e, dall’altra, sostenendo con forza l’idea che il movimento tra dimensioni e mondi differenti possa ridefinire l’idea stessa di interculturalità.

Non a caso, i tentativi di definizione del suo stile scrittorio sono disparati e anche molto diversi tra di loro, in particolare anche perché la categoria della pluralità identitaria ha visto, negli anni, una serie di ridefinizioni tassonomiche (si pensi ai concetti di interculturale, transculturale, multiculturale, essofonico) ed è sempre più difficile orientarsi e trovare, appunto, un universo unitario di definizione.

Sarebbe, in fondo, impossibile provare a riassumere la poetica di Yoko Tawada per via dell’impossibilità di parlare di una poetica. L’autrice rifiuta, infatti, qualsiasi categorizzazione e così facendo rifugge anche l’idea stessa di poter parlare di una costante tematica nella sua produzione. Nella sua testa, dominata dalla creatività e dall’immaginifica cognizione di dimensioni altre e di un oltre molteplice, l’eterogeneità delle dialettiche evidenzia la sua intenzione di evitare precise considerazioni stilistiche prestabilite: la categorizzazione rischierebbe di limitare l’infinito fluire della creazione.

Scrivendo da una dimensione altra e osservando sempre con attenzione le forme alternative di rappresentazione della realtà, Tawada riesce, attraverso i suoi testi (in particolare i racconti e le riflessioni metalinguistiche e metaletterarie), nell’intento di ritrarre con eleganza in che modo l’esperienza dell’estraneità riesca a entrare in dialogo con la quotidianità. Ed è proprio nella vita di tutti i giorni e in quel conflitto quotidiano tra l’Io e la realtà circostante che Tawada ambienta le sue opere, aprendo scenari narrativi e descrivendo personaggi colti nelle azioni più normali e in non-luoghi, che vengono sottoposti a dei processi interni di desemantizzazione e risemantizzazione.

In tal senso, Tawada fa sua la lezione dell’arbitrarietà linguistica e mette in discussione i sistemi di comunicazione e di calcolo del senso: alla base dell’esperienza di lettura vi è, infatti, una costante negoziazione, ovvero una co-costruzione dei significati primari e secondari. La sua scrittura non è, perciò, immediatamente fruibile e deve essere costantemente ripensata poiché nasce dal ripensamento delle convenzioni della scrittura.

Si pensi, ad esempio, al romanzo breve Das Bad (1989), in cui il personaggio, dopo aver cercato di riprodurre allo specchio il viso così come era rappresentato su una sua vecchia foto, scatena una serie di metamorfosi sino a una vera e propria dissoluzione identitaria e fisica; o ancora al formidabile racconto Erzähler ohne Seele, contenuto nella raccolta Talisman del 1996, in cui si tematizza il momento del viaggio più importante nella biografia dell’autrice, ossia di quello verso l’Europa, o meglio verso la Germania, giungendo a proclamare la perdita della sua anima e giustificando tale perdita, sostenendo che l’anima non riesce a volare tanto veloce quanto un aeroplano.

Nel testo non manca la menzione di diversi tentativi, naturalmente vani, di riappropriarsi della propria anima durante i viaggi successivi, ma questa continua a errare: il nomadismo si trasforma, gradualmente, in inafferrabilità. 

Ed è proprio l’inafferrabilità a costituire la cifra interpretativa fondamentale della scrittura proteiforme di Yoko Tawada, che si configura all’interno di un universo narrativo che si muove tra i territori della familiarità e dell’inconoscibile, sfruttando altresì la plasticità del linguaggio e la sostanziale e costante problematizzazione della rappresentazione del mondo.

Gli universi narrativi di Yoko Tawada ultima modifica: 2020-12-04T13:46:27+01:00 da ERIBERTO RUSSO

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