L’ingegnere con una visione di Venezia

La monografia di DOM publishers a cura di Clemens F. Kusch toglie l’opera di Eugenio Miozzi dall’oblio.
scritto da CRISTINA VALENTINI
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DOM publishers torna a interessarsi a Venezia e in particolare al suo sviluppo urbano contemporaneo, pubblicando Eugenio Miozzi. Venezia tra innovazione e tradizione 1931-1969, a cura di Clemens F. Kusch. La monografia, basata sulla documentazione originale e autografa raccolta del Fondo archivistico Eugenio Miozzi, donato dai figli dell’ingegnere all’Archivio Progetti Università Iuav di Venezia nel 1991, si compone di sei saggi e dodici schede sia sui progetti realizzati che su quelli – più arditi – rimasti sulla carta. 

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Clemens, m’avevi parlato del tuo progetto sul Miozzi ancora qualche anno fa. Com’è stato possibile avverare questo sogno nel cassetto?
Ho letteralmente scoperto Miozzi mentre lavoravo alla stesura della Guida all’architettura e mi sono reso conto di quanto abbia fatto a Venezia e di quanto poco sia conosciuta la sua opera. Ho portato l’editore all’Archivio Progetti e si è subito appassionato al progetto. Poi, coinvolgendo studiosi e docenti dello Iuav è nato il libro e il lockdown ha fatto il resto: la grafica era a Berlino, l’archivio a Venezia, io a Ginevra, ma siamo riusciti a lavorare in maniera positiva.

Un progetto realizzato in ambito internazionale, dunque, che si rivolge anche a un pubblico internazionale, con le due edizioni del volume, inglese e italiana.
Sì, all’estero c’è un interesse per Venezia e la sua storia davvero notevole, anche su questi aspetti. Università di tutto il mondo hanno studiato Venezia negli ultimi anni. C’è questo affetto per la città, la sua cura e la sua sopravvivenza, di cui forse qui nemmeno ci si rende ben conto. Ecco il perché dell’edizione anche inglese. 

Il ponte dell’Accademia in costruzione [IUAV, Archivio Progetti, Fondo Eugenio Miozzi]

Veniamo allora all’ingegner Miozzi: perché l’interesse per la sua opera?
Perché non gli sono state dedicate, nel tempo, l’attenzione critica e l’indagine storica che merita, al di là del giudizio sulle sue opere. Dopo che la raccolta completa della sua documentazione è stata acquisita dall’Archivio Progetti, il lascito è stato inventariato, negli anni Novanta si è tenuta una mostra su di lui, ma poi non è uscito più nulla. Perfino le tesi di laurea a lui dedicate non mi risulta che siano più di tre. Era insomma giunto il momento di toglierlo dall’oblio. Si tratta infatti di un personaggio che ha segnato in maniera assolutamente decisiva la storia moderna e del secolo scorso di Venezia, trasformandone anche il funzionamento, con il ponte della Libertà, Piazzale Roma, il Garage comunale, e ancora Rio Nuovo e tutti ponti. 

Eugenio Miozzi [IUAV, Archivio Progetti, Fondo Eugenio Miozzi]

Quali sono, a tuo avviso, i motivi di questo oblio?
Sicuramente non ha giocato a suo favore il fatto che la sua attività sia stata fortemente legata al fascismo. Era un funzionario pubblico “di regime”, avendo ricoperto l’incarico di ingegnere capo della Direzione lavori e servizi pubblici del Comune di Venezia dal 1931 al 1954.

Un altro motivo di cui tener conto però è che è anche un personaggio difficile da inquadrare, perché era ingegnere, ma ha fatto anche progetti di architettura, ha fatto progetti di restauro, ma anche infrastrutturali, inoltre lavorava come funzionario pubblico, non come architetto privato. Un eclettico, quindi, come dimostra peraltro il suo stile.

Come si può definire il suo stile?
Essendo ingegnere, Miozzi non si è schierato sulla questione dello stile. Il dibattito in quegli anni era abbastanza acceso, perché era un periodo di passaggio tra lo storicismo e il razionalismo. Sicuramente i progetti del Garage comunale o del Palazzo del Casinò al Lido rispecchiano questa tendenza di affiancarsi e partecipare allo stile fascista, ma altri sono assolutamente di tipo diverso, storicista o più pratici. Ad esempio, per quanto riguarda il Ponte degli Scalzi [foto di copertina], l’attenzione maggiore di Miozzi è stata per come il manufatto potesse inserirsi coerentemente nel contesto veneziano, senza creare una rottura. Voleva sempre trovare la soluzione più adatta allo specifico tema e allo specifico luogo. Non era promotore di un linguaggio unico, ma credeva che a problematiche diverse bisognasse rispondere con soluzioni diverse, anche in termini stilistici.

Il cantiere del ponte della Libertà [IUAV, Archivio Progetti, Fondo Eugenio Miozzi]

Quali i meriti, dunque, di Miozzi?
Era un uomo del fare, che si è trovato molto bene col decisionismo fascista. Era molto più facile attuare i progetti allora e in effetti questa è stata anche la fortuna del Miozzi. Ma era sicuramente un uomo del “far bene”, sempre attento a trovare l’equilibrio tra i mezzi impiegati e i risultati. Non adottava mai soluzioni ridondanti, retoriche, ma tecnologicamente avanzate, basate su calcoli precisi e adatte ogni volta a temi specifici, senza sprechi in termini di tempo, risorse e denaro. In questo senso dovrebbe essere preso a esempio per la pubblica amministrazione di oggi.

Cosa si può imparare studiando il suo operato?
I lavori pubblici in Italia prevedono oggi tempi e costi enormi e non c’è più un’idea di pianificazione pubblica. Questo ribaltamento di prospettiva è venuto dal secondo dopoguerra in poi. Molte pianificazioni hanno fallito nel tempo e ora il ruolo della pubblica amministrazione è quello di assecondare in modo più o meno forte gli interessi privati. La pubblica amministrazione non si fa più promotrice di un’idea di sviluppo di città, ma si fa – nel bene e nel male – regolatrice di interessi privati. Nel periodo di Miozzi, invece, c’era un’idea molto forte di città.

Ponte di san Pantalon [IUAV, Archivio Progetti, Fondo Eugenio Miozzi]

Qual era la “sua” idea di città?
Sognava una città moderna e funzionale. Voleva rilanciarla nel commercio, puntando sulle infrastrutture e sulla mobilità. Era convinto che ogni veneziano non dovesse essere distante più di cinquecento metri dalla sua macchina: aveva questa fiducia incrollabile nel trasporto su auto e nella tecnologia. È in questo contesto che s’iscrive il suo progetto di sublagunare: per lui la macchina era il mezzo di trasporto del futuro e la sopravvivenza di Venezia era legata all’accessibilità e al collegamento. Per invertire la tendenza all’esodo dei residenti poi – che già era evidente nel secondo dopoguerra – pensava che bisognasse creare soluzioni di vita salubri e posti di lavoro, che, all’epoca, non erano così chiaramente identificati nel turismo: la nautica, l’arsenale, la parte nord della città erano ancora in ballo. 

Nell’ultimo capitolo del libro esponete anche le idee che Miozzi aveva sviluppato per il “Salvamento” di Venezia.
Sì, Miozzi si è occupato del problema della subsidenza, dovuta allo svuotamento della falda per via delle attività industriali di Porto Marghera, ma ha anche cercato soluzioni per le acque alte, soprattutto dopo il ’66. Ha elaborato questa soluzione molto invasiva di conterminare una porzione di laguna con un argine e permettere l’afflusso di acqua da una bocca di porto molto ristretta e togliere l’acqua con una stazione di pompaggio, per re-immetterla poi nella laguna. 

Oggi [il giorno dell’intervista, n.d.r.] siamo proprio il 12 novembre, l’anniversario dell’acqua granda del 2019 e leggevo articoli in cui queste idee sono state riprese. Se arriveremo al punto in cui anche il MoSE non basterà più, potrebbe essere che per salvare Venezia servirà creare un argine attorno alla città. La soluzione di Miozzi potrebbe tornare attuale, magari diventare l’unica possibile. 

Progetto degli arginamenti [IUAV, Archivio Progetti, Fondo Eugenio Miozzi]

Il volume ha il merito di presentare l’opera di Miozzi nella sua interezza, mettendone in luce pregi e difetti, in modo sempre oggettivo, mai ideologico. L’attualità della sua opera ne risulta evidente, dato che i temi riguardanti la progettazione veneziana sono quelli che ancora ne caratterizzano lo sviluppo urbano oggi: lo spostamento del baricentro verso la terraferma, la nascita della stazione marittima e del porto industriale di Marghera, l’avvio degli studi per la creazione dell’isola nuova del Tronchetto, e ancora il risanamento delle abitazioni degradate e affollate e l’escavo dei rii, solo per fare qualche esempio. Gli autori non mancano di prendere le distanze dalle soluzioni più impattanti, mettendo così in luce tutte le contraddizioni di certe idee di sviluppo tipicamente novecentesche di Miozzi, che oggi mostrano inevitabilmente i loro limiti, ma sottolineano anche la sua incredibile prolificità e abilità progettuale.

Tutti i suoi progetti – scrivono – rappresentano il costante e infaticabile sforzo per coniugare la secolare tradizione di Venezia con uno spirito di innovazione come garanzia per la sopravvivenza della città. 

L’ingegnere con una visione di Venezia ultima modifica: 2020-12-07T18:26:45+01:00 da CRISTINA VALENTINI

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