Acqua alta e la diga che c’è ma non c’è

La marea dell’Immacolata ci ha trovati impreparati e ha interrotto bruscamente la sequenza delle recenti performance positive del MoSE. Una disamina di quel che non ha funzionato e di quel che andrebbe fatto perché la salvaguardia possa dirsi davvero tale.
GIOVANNI LEONE
Condividi
PDF

Ci ha colto di sorpresa. Vuoi per il giorno di festa, vuoi perché del MoSE ci eravamo fidati e al MoSE ci eravamo affidati per averci lasciato all’asciutto, la sostanza è che tutti noi abbiamo abbassato la guardia e ci siamo fatti cogliere alla sprovvista: l’acqua alta di lunedì ci ha trovati impreparati e ha interrotto bruscamente la sequenza dei successi del MoSE nella difesa dei centri insulari dall’acqua alta.

ytali è una rivista indipendente. Vive del lavoro volontario e gratuito di giornalisti e collaboratori che quotidianamente s’impegnano per dare voce a un’informazione approfondita, plurale e libera da vincoli. Il sostegno dei lettori è il nostro unico strumento di autofinanziamento. Se anche tu vuoi contribuire con una donazione clicca QUI

Per quanto il nome richiami il biblico Mosè (un nome legato alla radice semantica dell’“estrarre dall’acqua”, infatti è colui che fu estratto dall’acqua e così salvato, la stessa acqua che si ritrae davanti a Mosè e al popolo di Dio), il Mo.S.E. non è una grazia divina ma un prodotto umano, un’opera di ingegneria di enorme impegno e portata ma non è la panacea di tutti mali (come vorrebbe qualcuno che confida nell’infallibilità del dispositivo meccanico) né il male assoluto (come crede chi ritiene che la natura vada sempre e solo assecondata, e per fortuna sono pochi perché la gran parte cerca la soluzione meno impattante).

Venezia è la storia di un sogno che diventa realtà, grazie a un concreto dialogo fondato sul rispetto di uomo e ambiente lagunare che da ostile si fa familiare.

Che l’emergenza climatica si aggravi progressivamente non è un’opinione ma una realtà tangibile ormai evidente a tutti, solo i negazionisti più ottusi possono ostinarsi a negarla. Il MoSE da solo non basta, va messa in atto una strategia integrata con un approccio metodologico finalmente sistemico. In quanto a difesa dall’acqua alta:

  • va dato impulso alla strategia di difesa a insulae con la realizzazione del progetto riferito all’area marciana finalmente approvato qualche settimana fa, un approccio da riproporre anche per le altre insulae;
  • si devono riprendere le esperienze di sollevamento di interi edifici, da valutarsi attentamente alla luce dei progressi della tecnica; 
  • si deve proseguire lo studio, la verifica e la sperimentazione di rialzi di porzioni del territorio con interventi nel sottosuolo profondo, tema su cui esistono studi e ricerche avanzati che si è voluto ignorare;
  • si possono utilmente riprendere gli studi e i progetti per interventi di riduzione dei flussi e della velocità di marea all’entrata delle bocche di porto e nel tratto iniziale del canale dei Petroli dalla bocca di Malamocco.

Possiamo dedicarci alla ricerca dei colpevoli menando fendenti a destra e a manca sulle tante, troppe autorità che si occupano della Laguna di Venezia, oppure individuare i nodi critici e cercare soluzioni. Certamente dannosa è la frammentazione e il groviglio delle competenze: abbiamo i commissari del Consorzio Venezia Nuova (CVN) e il commissario per il MoSE, la presidente del Provveditorato interregionale opere pubbliche di Venezia e il presidente dell’Autorità di sistema portuale del Mare Adriatico Settentrionale, ben tre uffici che si occupano della previsione delle maree (CPSM, ISPRA, CVN) e un tavolo tecnico a cui siedono anche CNR e ISMAR. Poi c’è il sindaco che lamenta la sua incompetenza e chiede lo scettro del comando, afferma di non venire informato, di non sapere nulla e propone di scavare canali e spostare approdi navali.

Possiamo dirci che è stato un incidente di percorso e non si ripeterà. Difficile, d’incidenti di percorso dobbiamo aspettarcene ancora in un processo complicato, lungo e complesso com’è quello della salvaguardia della città e della laguna. Tuttavia, è possibile contenere i danni se sapremo analizzare i fatti, approfondire le dinamiche cause/effetti, agire di conseguenza introducendo opportuni correttivi, perché di questo c’è bisogno, come vedremo, di correttivi. Il MoSE deve ancora andare a regime, abbiamo bisogno di dati e informazioni per mettere a punto la macchina. Abbiamo acceso il motore e avviato il rodaggio, portiamolo avanti con la massima trasparenza e partecipazione. Vediamo come ottenere il massimo vantaggio possibile da questo rilevante investimento.

Più della sentenza assertiva oggi è utile l’interrogazione dubitativa. Perché e cosa è accaduto? 

Il ruolo della Natura

Che la Natura ce ne metta di suo non c’è dubbio. Ci sta presentando il conto per il comportamento dissennato dell’uomo che dalla scoperta della macchina a vapore in poi ha trasformato acqua aria e fuoco in generatori di energia, movimento, azione. Inizialmente tutto ciò serviva a fare ciò che l’uomo da solo non poteva fare, poi l’ingegno è diventato ingegneria, le leggi dell’economia e l’accumulazione della ricchezza ci hanno fatto inseguire un agio che non è benessere e talvolta sconfina nell’inedia, portandoci a perdere il buon senso e ad attuare uno sfruttamento eccessivo e dissennato delle risorse. Non ce ne accorgiamo nemmeno. Il determinismo ha ceduto il posto alla determinazione del calcolatore che a sua volta ha introdotto una dimensione solo apparentemente immateriale: chiamiamo nuvola un dispositivo (i-cloud) che immagazzina inutilmente montagne di dati in altri calcolatori distanti e invisibili, esiliando il diritto all’oblio e consumando risorse ed energia in un’azione che non è sempre utile e necessaria. E si autoalimenta, perché per essere sicuri di non perdere la memoria continuiamo a copiare dati da un disco rigido a un altro, alla faccia della leggerezza. Non possiamo né dobbiamo tornare all’età del ferro e del fuoco, ma è bene riprendere le redini del progresso e orientarlo in una prospettiva di rispetto, collaborazione, sinergia, con inter-ligenza, che è la capacità di leggere tra le righe a cogliere sfumature significative altrimenti impossibili da valorizzare. 

Lo zampino dell’uomo

Poi c’è fattore umano, variabile influente. Chi ha responsabilità deve districarsi in un ginepraio di procedure gestionali che offrono libertà di scelta fino a quando la scelta non diventa obbligata. È su questo che possiamo e dobbiamo lavorare: il processo decisionale. A Venezia non è facile capire chi, come, quando, dove si prendono le decisioni, gli ambiti hanno confini confusi e a volte sovrapposti, specialmente per quanto concerne le acque lagunari. Basti pensare alla mobilità gestita in parte dal Provveditorato alle opere pubbliche con la Polizia lagunare, poi c’è il comune con la Polizia locale, infine la Capitaneria di porto. D’altro canto, sulla laguna hanno competenza l’Autorità portuale, l’Autorità di bacino distrettuale delle Alpi orientali, il Provveditorato interregionale alle opere pubbliche di Venezia, la regione, il comune… ciascuno portatore di interessi che sono pubblici, ma che entrano in conflitto perché riferiti a scenari e ambiti di competenza di ciascuno, con interessi specifici non sempre convergenti. Per questo serve un luogo in cui far sintesi.

La rabbia dei cittadini

La cittadinanza è provata, c’è rabbia e sconforto per essere stati proiettati indietro, a un passato che ci si era illusi di essersi lasciati alle spalle e che è tornato improvvisamente presente. Dopo il sollievo che aveva regalato il blocco delle acque alte dei giorni scorsi, i veneziani non riescono a farsi una ragione del perché – se c’è e funziona – il MoSE questa volta non sia stato sollevato. Si chiede legittimamente maggiore tempestività decisionale e rimbalza di bocca in bocca l’accusa del sindaco che lancia strali contro il governo. Lo si accusa di accentrare il potere esautorando la città da decisioni che la riguardano ma che vengono prese altrove, dallo stato centrale attraverso derivazioni e appendici dei suoi ministeri oggi rappresentati dalla triade di Provveditorato interregionale opere pubbliche, il commissario straordinario del sistema denominato Mose, il commissario del Consorzio Venezia Nuova. C’è una parte di verità ma la sintesi così posta è riduttiva e semplicistica. Il sindaco ha tante cose di cui occuparsi, è veramente in grado di governare anche il MoSE? Pare proprio di no.

Comunque sia l’indignazione sembra stia regalando al primo cittadino quel consenso che gli era stato negato dal centro lagunare nella recente tornata elettorale e che lo aveva portato a girare le spalle alla Venezia storica quando, dopo la rielezione, le aveva assestato un sonoro schiaffone disertando la sede del comune di Cà Farsetti e tenendo a Mestre la sua prima conferenza stampa, nel corso della quale aveva tagliato i ponti con la città insulare a cui indirizzava toni rancorosi. 

“Le autorità competenti dov’erano?” si chiede l’uomo della strada, ma capire chi è competente di cosa non è facile nel caigo veneziano, dove la trasparenza lascia il posto alla disinformazione e al balletto dei giochi di ruolo. A differenza di chi è convinto di detenere la verità, provo a offrire qui al lettore le mie perplessità con spunti di riflessioni.

La mancanza di competenze del sindaco

Partiamo dal sindaco Brugnaro. Dopo l’acqua granda del novembre 2019 afferma di non venire informato e di essere tenuto all’oscuro dello stato d’avanzamento del MoSE. Lamenta la sua incompetenza e chiede potere: vuole essere lui a decidere se e quando avviare il sollevamento delle paratoie. Un maggiore potere d’influenza lo ha poi effettivamente acquisito dopo il novembre 2019. 

Per un verso (anche in virtù della sua funzione di autorità locale di Protezione civile) viene nominato commissario delegato alla gestione degli eccezionali eventi meteorologici del giorno 12 novembre nel territorio del Comune di Venezia. 

Per altro verso, considerato che il MoSE avrebbe potuto scongiurare o attenuare gli effetti della calamità, viene istituita una cabina di coordinamento sullo stato di realizzazione del Mose e delle altre opere per la salvaguardia di Venezia in cui siedono anche regione e comune. Nella riunione del 22 gennaio 2020 di questo organismo, il sindaco dichiara soddisfatto che gli enti locali sono riusciti a cambiare l’iniziale impostazione che voleva la sperimentazione venire dopo un completamento dell’opera che tardava ad arrivare. E in effetti in autunno il MoSE entra in funzione prima di essere completato e compiutamente collaudato, grazie anche all’impulso dato dalla commissaria Elisabetta Spitz con soddisfazione del sindaco che con lei si scambia il braccio destro (la geometra Luciana Colle, vicesindaco nella passata legislatura e già impiegata del demanio diretto dall’architetto Spitz). Gli abitanti ne ricevono comunque sollievo e speranza.

L’idea di avere una stanza dei bottoni sembra piacere a Brugnaro al punto che si dota di una control room al Tronchetto, cabina di regia di competenza comunale per la gestione della sicurezza, una materia bifronte: da un lato la sicurezza come salvezza in caso di emergenza, dall’altro la sicurezza come ordine pubblico (aspetto questo con cui ha maggiore confidenza). Il sindaco entra appieno nella parte durante la prima ondata della pandemia, con lunghi collegamenti quotidiani da quella che sembra essere diventata una seconda casa da cui controlla ciò che avviene in città. Un po’ come la casa della trasmissione televisiva Il Grande Fratello, ma rovesciata: in questo caso è lui che controlla. 

Prevenzione e protezione sono tuttavia materie delicate, che richiedono competenza e professionalità. Fondamentali in questa materia sono il principio di precauzione, l’analisi e valutazione dei rischi, l’azione di cooperazione e coordinamento. Tutti aspetti di valutazione cui il sindaco appare in difetto in questa occasione. Leggendo il verbale del tavolo tecnico per le previsioni delle maree viene spontaneo chiedersi se oggi, a tenere all’oscuro il sindaco, non sia più il governo ma i suoi stessi uffici comunali. Non si spiegherebbe altrimenti il suo non attivarsi dopo che a mezzogiorno di domenica 7 gli esperti di quella che può essere considerata una conferenza di servizi scrivono che “non si possono escludere valori di marea anche superiori ai 130 cm nella giornata di martedì 8 dicembre”. Vogliamo credere che il sindaco – garante della incolumità e della sicurezza dei cittadini – non ne sia stato messo al corrente, altrimenti sarebbe inspiegabile non aver preso i provvedimenti conseguenti, che non possono limitarsi alla posa di passerelle a opera di Vesta. 

Il principio di precauzione, imperativo in materia di analisi e valutazione dei rischi, imporrebbe di assumere il valore più alto e – in casi come questo, alla luce dell’acqua granda – di attivarsi per prendere ogni misura atta alla riduzione dei rischi di danno alle cose e alle persone ignare delle circostanze e dei rischi crescenti. La diramazione dell’allarme con il secondo ciclo di sirene è arrivata tardiva ed era stata preceduta da un segnale di segno opposto che tendeva a rassicurare anziché allertare: alle 11.30 di lunedì 8, quando la preoccupazione dei cittadini era già alta, il primo cittadino lanciava un tweet in cui sostanzialmente si affidava alla benevolenza di Eolo, dio dei venti.

Non si sa se a trarlo in inganno sia stata la distanza dalla città lagunare o la scarsa esperienza nel riconoscere i rischi che una inesorabile marea spinta dal fenomeno della sessa e dal vento comporta, ugualmente inesorabile seppur meno impetuosa della tempestosa mareggiata del 2019. Non avere assunto misure preventive a monte e non avere diramato l’allarme a valle sembrano configurarsi come una grave omissione dei suoi obblighi di garante della sicurezza e dell’ordine pubblico, oltre che dell’incolumità dei cittadini.

La responsabilità del ministero

Guardando il notevole numero degli arrivi (tredici) attesi in porto lunedì scorso non è da escludere che tale circostanza possa avere influenzato la scelta di non far alzare le paratoie del MoSE. Come l’Autorità portuale di sistema portuale del Mare Adriatico Settentrionale fa capo al ministero delle infrastrutture e dei trasporti, così anche il Provveditorato alle opere pubbliche per il Veneto, il Trentino-Alto Adige e il Friuli-Venezia Giulia e il commissario straordinario con il compito di sovraintendere alle fasi di prosecuzione dei lavori volti al completamento del modulo sperimentale elettromeccanico per la tutela e la salvaguardia della Laguna di Venezia, noto come sistema MoSE. 

A proposito di supposizioni, forse è anche questa la ragione per cui il sindaco potrebbe aver deciso di non esercitare pressioni, visto il sostegno sempre offerto ai lavoratori del porto, uno dei comparti oggi maggiormente penalizzati che non si aiuta però mettendo in ginocchio un’intera città. Ad ogni modo se questa remora a far sollevare le paratoie non c’è stata, il sindaco lo dica e puntualizzi quali sono i suoi orientamenti per la gestione del MoSE. Un tale sostegno non può essere incondizionato e dev’essere anzi condizionato al preminente interesse pubblico di salvaguardia della città e dei cittadini. Beninteso, quella portuale è attività economica essenziale che va potenziata e rilanciata, ineludibile in una città che sul rapporto con le acque della laguna e del mare trova le ragioni della propria esistenza.

Ma quella del porto è attività che va contestualizzata nell’ambito dell’insieme delle questioni attinenti alla laguna. Non è questa la sede per approfondire il tema, qui possiamo solo portare solidarietà ai lavoratori del porto, come anche a quelli del comparto turistico, danneggiati da chi è stato incapace di differenziare le attività produttive e gli investimenti economici puntando esclusivamente sull’industria turistica. Ma il porto è tema delicato e nodo irrisolto, che sarà inevitabile affrontare in vista dell’avviamento dell’Autorità della Laguna di Venezia.

La prossima seduta del Comitatone, che può essere un viatico per rilanciare l’apertura e il dialogo, evitando forzature come sarebbe l’approvazione del progetto per localizzare a Porto Marghera in modo provvisoriamente e/o definitivo delle banchine per le navi da crociera. 

Quello dell’attività portuale è un importante banco di prova con diversi fronti e non può essere affrontato come tema a sé stante. Lo scavo dei canali e il protocollo fanghi pongono problemi di carattere ambientale ma il vero nodo è di natura strategica. Le navi commerciali e per la crocieristica di ultima generazione hanno raggiunto dimensioni tali da renderle difficilmente compatibili con il delicato equilibrio dell’ambiente lagunare. Per conciliare istanze ambientali con quelle economiche di rilancio del porto può essere utile guardare alle numerose realizzazioni innovative internazionali, che possono costituire un utile orizzonte di riferimento: porti offshore o galleggianti o collegati alla riva. Tutte le ipotesi andrebbero valutate, studiate approfondite, e quale migliore occasione per farlo dell’auspicata disponibilità dei fondi del Recovery Fund? A opere di questo tipo e rilevanza andrebbero destinati quei fondi anziché parlare di stadi, palazzetti dello sport, inceneritori, ecc. come ventilato, ma questo è un altro argomento. 

A proposito di porto abbiamo visto che sabato 5 dicembre le paratoie della porta di Malamocco non sono state sollevate interamente, lasciando al centro un varco per consentire il transito di alcune navi. Come si concilia tale scelta con l’ordinanza della Capitaneria di porto numero 104 del 2 dicembre “Disciplina della navigazione in occasione del sollevamento delle barriere del MoSE” in cui all’art. 2 comma 2 si legge che “le navi in ingresso/uscita in/dal porto dovranno transitare attraverso le Bocche di porto prima dei sessanta minuti antecedenti al sollevamento del MoSE”? Chi ha autorizzato la parziale apertura in deroga all’ordinanza anzidetta?

Chi ha valutato i rischi che si correvano lasciando passare navi con paratoie parzialmente sollevate? Se per qualche causa naturale (corrente, vento, scarsa visibilità) o accidentale (guasti alla nave) o anche per errore umano, la nave deviava dalla rotta impattando su una paratoia, cosa poteva succedere? Danno alla paratoia, alle cerniere, anche alla femmina della stessa e al suo alloggiamento nella barriera sotterranea? Quante centinaia di milioni di euro e quanti anni sarebbero serviti per riparare? Quanti danni avrebbe arrecato il non funzionamento del MoSE in questo periodo? Tale manovra fa parte delle operazioni di prova o collaudo parziale che dir si voglia?

Governance ovvero chi comanda oggi

La cabina di regia della Prefettura sembrava il luogo deputato alla gestione delle emergenze, in tutto ciò che fine ha fatto? Non pervenuta. Lo scettro del comando sembra saldamente in mano alla commissaria Elisabetta Spitz, che dicono essere la candidata in pectore dell’Autorità per la Laguna di Venezia. A lei è stato riconosciuto il merito del successo del MoSE non il demerito dell’Immacolata. Resta in secondo piano mentre si fa avanti la Cinzia Zincone, sua sodale operativa, che chiede scusa alla città per la mancata apertura, fa autocritica sui tempi della procedura, s’impegna a cercare di accorciarli, ma al tempo stesso ribadisce la correttezza della decisione di fissare a 130 cm soglia di marea per il sollevamento delle paratoie.

La decisione di lunedì sembra però essere stata presa in una riunione a cui hanno partecipato anche l’ingegnere Ossola e la geometra Colle, per l’irremovibile determinazione di Spitz e nonostante i dubbi che pare abbia sollevato allora ma taciuto ora Zincone. Quello che non è chiaro è a che titolo costoro operino in condizione di preallarme: hanno ricevuto deleghe in questo senso, per gestire la situazione in caso di emergenza? C’è un protocollo di cooperazione e coordinamento che regola i processi decisionali e indica i termini della collaborazione in caso di acqua alta cioè in presenza di condizioni extra-ordinarie? Non è dato saperlo.

A rigor di logica se l’attività di sollevamento delle paratoie è parte “[…] dei lavori volti al completamento del modulo sperimentale elettromeccanico per la tutela e la salvaguardia della Laguna di Venezia, noto come sistema MoSE” (stralcio dell’art. 2 del Decreto di nomina del Commissario del 27.11.2019) rientra a pieno titolo tra i compiti del commissario straordinario, che “[…] opera in raccordo con la struttura del Provveditorato interregionale alle opere pubbliche per il Veneto, il Trentino-Alto Adige e il Friuli-Venezia Giulia”. Per quanto riguarda i lavori del MoSE, ai sensi di quanto detto, decidono raccordandosi tra loro Zincone e Spitz, ma il sollevamento in coincidenza dell’acqua alta può essere considerato azione di prova programmata nel quadro dell’avanzamento dei lavori o è azione di difesa? Se è azione di difesa perché compete loro e solo loro? Se questa era una prova tecnica di esercizio del potere, il tentativo sembra essere fallito. 

Non è chiaro quale delle due figure che cooperano alla realizzazione dell’opera abbia potere di spesa (se una sola o entrambe, in che ambito, con quali misura e margini di autonomia) né si riesce a capire a quale capitolo di spesa possano venire imputate le spese necessarie alla movimentazione delle paratoie. Se è vero che non ci sono sufficienti fondi per completare i lavori del MoSE da dove vengono attinte le risorse per le continue movimentazioni? Trattandosi di prove è difficile che possano essere programmate e ripetute consecutivamente andando coincidere con la cadenza delle acque alte e in ogni caso, se si tratta di una prova non c’è sicurezza che tenga, allora chi si è preso la responsabilità di non smettere di far suonare le sirene preallarmando i cittadini? Investire risorse in attività non strettamente necessarie ai lavori seppure utili al contrasto dell’emergenza e per pubblica incolumità, non può provocare un danno erariale? In questo caso la competenza non dovrebbe piuttosto essere della cabina di regia prefettizia e le risorse provenienti da fondi straordinari come quelli della Protezione civile? Interrogativi senza risposta. 

Discutibile appare la decisione di alzare la soglia per l’attivazione delle dighe mobili a 130 cm sul medio mare. Si afferma che la quota derivi dalla necessità di salvaguardare Chioggia, dove la quota del cosiddetto “baby” MoSE è appunto quella, ma non sembra una giustificazione logica per varie ragioni:

  1. Una soglia inferiore tutelerebbe comunque Chioggia, anzi la tutelerebbe di più.
  2. La coincidenza della quota del “baby” MoSE con quella dell’acqua alle bocche di porto non offre alcun margine di sicurezza, manovra e garanzia. La soglia dei 110 centimetri era invece stata fissata con un margine di sicurezza di 10 cm rispetto alla quota prevista per l’innalzamento delle pavimentazioni e le insulae stabilita in 120 cm.
  3. Con condizioni atmosferiche instabili e in presenza di una previsione a un minimo di 125 cm come si fa a non mettersi in stato di preallarme?
  4. Sarebbe comprensibile e ragionevole se la soglia inferiore fosse fissata a causa dei costi di gestione in relazione all’alto numero di manovre che sono necessarie per proteggere la città, un dato importante per fare valutazioni ma non vengono forniti dati precisi in merito. 

Torniamo alla soglia dei 130 cm che è stata presa dal Comitato tecnico amministrativo (Cta) riunito il 30.9.2020 con approvazione a maggioranza e con il voto contrario del dirigente Francesco Sorrentino, che mette a verbale le dettagliate motivazioni del suo dissenso, che hanno carattere tecnico e giuridico-amministrativo. Discutibile appare la legittimità di una decisione che contraddice la precedente soglia deliberata in due sedute del Comitatone (Comitato di indirizzo coordinamento e controllo) del 8.3.1999 e del 12.7.2000, poi ratificata dal presidente del Consiglio Giuliano Amato nel Consiglio dei ministri del 15.3.2001 e infine ripresa nella delibera del Comitatone del 6.12.2001. Ma se il presidente del Consiglio (autorità gerarchicamente superiore) fissa una certa quota come fanno enti gerarchicamente inferiori a non tenerne conto? Non avrebbero l’obbligo di farla propria e rispettarla?

Che fare?

Le immagini delle paratoie del MoSE che separavano acque marine agitate e placide acque lagunari hanno fatto il giro del mondo acquistando grande evidenza per contrasto con quelle della Venezia flagellata dell’anno scorso. Un grande successo d’ingegneria tutta italiana, questa la notizia che ha giustamente fatto il giro del mondo occupando copertine di giornali e riviste, regalandoci grandi soddisfazioni. È verità innegabile che il MoSE ha funzionato e benone. L’informazione però non s’identifica con la notizia. Viene lasciata filtrare goccia a goccia, fino al sopraggiungere di accadimenti che fanno scalpore per i danni e i disagi provocati come nel nostro caso. In quel caso le maglie si allargano. Molte le novità emerse in questi giorni, ma sopra tutte esce confermato il groviglio di competenze che caratterizza l’ambito lagunare. Smettiamolo di farlo a posteriore, i dati devono essere patrimonio comune.

Di quale organico c’è bisogno? Quanto costa ogni manovra di sollevamento delle 78 paratoie e quali sono le voci di spesa? A che punto sono veramente i lavori? Si è approfittato di questa fase di sperimentazione per monitorare i vari effetti, dalla velocità della corrente allo spostamento dei sedimenti, dalle dinamiche in atto sulla morfologia lagunare alle caratteristiche chimiche delle acque lagunari e agli eventuali processi di anossia, ecc.? C’è ancora un eccesso di opacità, per legittimo timore di polemiche, contestazioni e sentenze pregiudiziali. Forse se smettiamo di lanciare strali riusciamo a rompere la cortina di riserbo che talvolta sconfina nella reticenza. Questo periodo di prove è una risorsa per la raccolta di dati. Valutiamoli e vediamo – insieme – come procedere. Alla banca dati unificata che dev’essere costituita dev’essere concesso accesso pieno, libero e incondizionato. 

Si potrebbe cominciare col definire una procedura operativa di coordinamento/cooperazione. Poi, mentre si affina il controllo delle manovre e l’addestramento del personale, cercando d’individuare e risolvere le criticità, si potrebbe, subito, rivedere la decisione che fissa a 130 cm la soglia per sollevare le paratoie, riportandola a quella di 110 cm del progetto originario approvato.

Che la gestione commissariale vada superata è indubbio, è il momento di collaborare e procedere insieme, con l’aiuto di tutti, va valorizzato ogni contributo possibile, attingendo al giacimento di sapere e di esperienza fatta in sede locale. 

Tutto ciò non basta ancora.

Dobbiamo pretendere che il sistema complessivo di gestione venga messo a regime, dando modo di esercitare una vigilanza sociale su ogni passo del percorso avviato, evitando sterili contrapposizioni e dannose competizioni tra il governo e gli enti locali che compongono oggi il Comitatone e che domani faranno parte degli organi di gestione e controllo dell’Autorità. Tutti, con senso di responsabilità e spirito di servizio, devono affrontare le questioni sul tappeto senza strumentalizzare per fini di polemica politica accadimenti quali il successo del sollevamento delle paratoie del MoSE delle ultime settimane o gli errori di valutazione che hanno portato all’acqua alta dell’Immacolata. 

In ambito lagunare, una materia in cui c’è da valutare con la massima attenzione il principio di sussidiarietà, come sancito dalla revisione dell’art. V della costituzione. Senza approfondire la questione si rischia di compromettere l’efficienza e l’efficacia dell’Autorità, che deve misurarsi con la pianificazione urbanistica, il Palav, il piano acque, i piani dell’autorità portuale di bacino ecc.

A proposito d’informazione, democrazia e partecipazione

Risulta evidente che al vertice dell’Autorità non può e non deve sedere un tecnico del ministero delle infrastrutture, perché le implicazioni ambientali e sociali ed economiche del territorio sono da considerarsi prevalenti e prioritarie. Né garanzia di affidabilità offrono gli enti locali come abbiamo visto. Quindi?

Il governo fa ancora a tempo a dare un segnale che smentisca le anticipazioni lette sui quotidiani su decisioni già tutte prese, confermi e rafforzi l’apertura manifestata con l’accoglimento degli emendamenti all’art. 95 del DPCM di agosto. Un segno forte e chiaro può arrivare già ora con la definizione dello Statuto a cui si sta lavorando. Si avvii un confronto pubblico, subito, prima e non dopo la sua approvazione, accogliendo sollecitazioni e valutando le osservazioni che possono arrivare dal territorio. 

Perché non cogliere l’occasione per avviare un’azione corale delle istituzioni e della società civile sperimentando forme nuove di partecipazione informata, attiva e propositiva stabile e permanente (non più solo vigilanza e controllo) di natura tecnica, civica e sociale, autonoma e svincolata da qualunque tipo di soggetto istituzionale? 

Il confronto dev’essere aperto non solo agli enti istituzionalmente coinvolti ma anche alle forze migliori che abbiamo sul territorio e a esperti indipendenti. Mi riferisco all’apporto che possono dare le tante persone di valore che abbiamo qui a Venezia, di grandi competenze e professionalità, acquisite nell’esercizio delle loro funzioni sul territorio. Penso ai Boato, Bonometto, Canestrelli, Casarin, D’Alpaos, Danella, Rusconi, Vittadini, Zanetti, Zitelli, solo per fare qualche nome, ciascuno con pregi e difetti ma tutti con indubbia competenza nei rispettivi campi. Costoro (insieme ad altri che certamente stiamo qui dimenticando) potrebbero formare una squadra pluridisciplinare dalle straordinarie potenzialità e offrire spunti di grande valore.

Dal ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare che si è distinto in positivo per quel che non ha fatto passare, dietro le quinte e lontano dalle luci della ribalta, ci si aspetta di estendere l’azione positiva anche in termini di proposte.

PS: La richiesta di dimissioni del Commissario Elisabetta Spitz avanzata da Italia Nostra conferma che le nostre perplessità non erano prive di fondamento.

Acqua alta e la diga che c’è ma non c’è ultima modifica: 2020-12-11T10:41:11+01:00 da GIOVANNI LEONE

VAI AL PROSSIMO ARTICOLO:

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento

sostieni ytali.com

la sua indipendenza dipende da te

YTALI.COM È UNA RIVISTA GRATUITA E INDIPENDENTE. NON HA FINANZIATORI E VIVE GRAZIE AL SOSTEGNO DIRETTO DEI SUOI LETTORI. SE VUOI SOSTENERCI, PUOI FARLO CON UNA DONAZIONE LIBERA CHE ORA È ANCHE FISCALMENTE DETRAIBILE O DEDUCIBILE DAL TUO REDDITO, PERCHÉ SIAMO UN’A.P.S. ISCRITTA AL R.U.N.T.S. (art 83 Dlgs 117/2017)