Trump boia

Il presidente repubblicano uscente accelera le condanne a morte federali, programmate anche a ridosso del passaggio di consegne a Biden (che vorrebbe eliminare la pena di morte, a livello federale). Dei cinque condannati a morte, due dei quali già giustiziati, quattro sono africano-americani.
MARCO MICHIELI
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Trump ancora controcorrente. È tradizione infatti che il governo federale si astenga dall’applicare la pena di morte durante la transizione dei poteri tra presidente uscente e presidente eletto. Con la fine dell’amministrazione repubblicana invece le esecuzioni federali subiscono un’accelerazione.

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La decisione di ripristinare le esecuzioni federali, dopo una pausa di diciassette anni, è stata assunta dall’amministrazione repubblicana già nel 2019 e si applica nei casi di crimini federali come terrorismo, crimini razzisti, attacchi a proprietà e agenti federali, omicidi di bambini. Tra il 1976 e il 2003 ci sono state soltanto tre esecuzioni federali. Dal 14 luglio 2020 sono già nove le persone condannate a morte. Secondo il Death Penalty Information Center, Trump è al quarto posto per il numero di esecuzioni federali in un solo anno, alla pari con il presidente e generale Grant.

Quelli di Trump sono numeri record in un anno in cui le esecuzioni statali toccano la cifra più bassa da cinquant’anni. Nell’anno del Covid-19 vi sono state infatti “soltanto” sette esecuzioni statali. Molti stati infatti hanno soppresso un numero già basso di esecuzioni programmate. Solo cinque stati – Alabama, Georgia, Missouri, Tennessee e Texas – hanno continuato con le esecuzioni. E solo il Texas ne ha eseguito più di una. Comunque il minor numero di esecuzioni da parte degli stati dal 1983.

Una diminuzione che non è dovuta solo al Covid-19. L’uso della pena di morte è diminuito drasticamente negli Stati Uniti negli ultimi venticinque anni. Le nuove condanne a morte sono diminuite di oltre l’85 per cento dal picco di oltre 300 condanne a morte all’anno a metà degli anni Novanta. Le esecuzioni sono diminuite del 75 per cento dal picco di 98 nel 1999.

Il governo federale di Trump sembra invece velocizzare le condanne a morte. Anche correndo ai ripari per la scarsità di pentobarbital, la sostanza utilizzata per le iniezioni letali. Negli ultimi anni infatti autorità federali e statali hanno avuto sempre più difficoltà per trovare le sostanze per le iniezioni letali a causa dell’opposizione delle cause farmaceutiche, tra le quali Pfizer. Per questa ragione il Dipartimento di Giustizia ha recentemente diramato delle direttive per concedere una più ampia libertà sulle modalità di esecuzione dei prigionieri federali che potranno essere giustiziati con sedia elettrica, gas e il plotone di esecuzione. 

Tra le cinque persone condannate a morte in questo periodo, quattro sono africano-americane, mentre la quinta sarà la prima donna a essere giustiziata dal governo federale in quasi settant’anni. Una condanna, quella dei quattro africano-americani, che avviene nel bel mezzo di un movimento – Black Lives Matter – che richiede la revisione dei sistemi di polizia e di giustizia penale americani che arresta, incarcera e condanna a morte persone di colore in un numero sproporzionato. Secondo Death Penalty Information Center, più del 44 per cento delle restanti 54 persone nel braccio della morte federale sono neri, anche se i neri costituiscono solo il 13 per cento della popolazione degli Stati Uniti.

E i due casi più recenti hanno suscitato moltissime reazioni. Il 10 dicembre è stato infatti giustiziato Brandon Bernard, la cui grazia era al centro di una campagna a sostegno della quale si sono mossi politici e celebrità. Un ultimo tentativo per salvare Bernard è stato fatto anche da Alan Dershowitz e Ken Starr – che sono stati gli avvocati difensori di Trump e, il secondo, il grande accusatore di Bill Clinton – ma senza successo: hanno ritardato l’esecuzione di tre ore senza convincere la Corte Suprema a concedere due settimane ulteriori.

Brandon Bernard era stato condannato a morte per il rapimento e l’omicidio di una giovane coppia di bianchi nel 1999, quand’aveva soltanto diciotto anni. In prigione era diventato poi un prigioniero modello che svolgeva anche funzioni di tutor per giovani a rischio. A sostegno di Bernard si erano schierati anche cinque dei nove giurati sopravvissuti che all’epoca lo avevano condannato a morte. Angela Moore, la procuratrice federale che ha contribuito a mettere Bernard nel braccio della morte, ha scritto un editoriale sull’Indianapolis Star spiegando perché il governo federale avrebbe dovuto lasciarlo vivere:

Molti di questi ragazzi sono nel posto sbagliato o con le persone sbagliate, come Brandon. A volte, come Brandon, non si aspettano che si verifichi un crimine violento finché le circostanze non sfuggono loro di mano. La mia esperienza con adolescenti che hanno commesso crimini violenti, soprattutto ragazzi di colore, mi ha insegnato molto sull’incoscienza e la fragilità degli adolescenti, nonché sulla loro capacità di maturare e cambiare […] Ecco perché Brandon, anche se legalmente un adulto all’età di 18 anni, non aveva la capacità di un adulto di controllare i suoi impulsi, di prendere in considerazione corsi di azione alternativi o anticipare le conseguenze del suo comportamento. Questa verità scientifica ha svolto un ruolo decisivo nelle recenti decisioni della Corte Suprema secondo cui i minori dovrebbero essere trattati in modo diverso nel sistema di giustizia penale. La stessa scienza mostra che i diciottenni non sono diversi dai diciassettenni sia per l’immaturità che per il potenziale di riabilitazione […] Penso che giustiziare Brandon sarebbe una terribile macchia sull’onore della nazione.

Il 12 dicembre è invece stata eseguita la sentenza di morte per Alfred Bourgeois, un camionista nero del Texas, che nel 2002 ha abusato ripetutamente e in maniera efferata della figlia di due anni, per poi ucciderla. Gli avvocati difensori avevano sollevato problemi mentali per il prigioniero ma i giudici hanno respinto anche l’ultimo tentativo di salvarlo dalla condanna a morte.

Brandon Bernard

I prossimi nella lista delle esecuzioni federali saranno giustiziati pochi giorni prima dell’inaugurazione dell’amministrazione Biden. Il 14 gennaio dovrebbe essere giustiziato Cory Johnson, che è stato condannato per aver ucciso sette persone durante un’operazione di traffico di droga a Richmond, in Virginia. Il giorno dopo sarà invece il turno di Dustin Higgs. Nel 1996, secondo il dipartimento di giustizia, Higgs ha rapito e ucciso tre donne. Ma il Daily Beast riferisce che mentre era presente sulla scena del crimine, vi sono testimoni che confermano che Higgs non ha ucciso nessuno. Il dipartimento di giustizia ha quindi sostenuto che Higgs abbia costretto il suo amico Haynes a commettere il crimine. Ma Haynes, che è stato condannato all’ergastolo, ha confermato che Higgs non lo ha costretto.

L’ultima persona nella lista delle esecuzioni federali è Lisa Montgomery, l’unica donna nel braccio federale della morte e la prima donna destinata a essere giustiziata a livello federale in quasi settant’anni. Nel 2004, Montgomery ha ucciso una donna incinta e poi ha tentato di far passare il bambino per suo. Secondo gli avvocati della difesa, Montgomery ha una grave malattia mentale a causa di un passato violento.

La decisione di Trump pone problemi anche a Joe Biden, il presidente eletto. Biden, che ha segnalato più volte che avrebbe posto fine alla pena di morte federale, ha ripetutamente subito molte critiche per il ruolo svolto nell’approvazione del Violent Crime Control and Law Enforcement Act, noto anche come disegno di legge sul crimine del 1994, firmato dal presidente Bill Clinton. Il disegno di legge ha infatti consentito l’espansione dei crimini ammissibili alla pena di morte federale, che ha aiutato la condanna di alcuni dei detenuti ora in attesa di esecuzione.

Biden può vantare la moratoria sulle esecuzioni federali messa in atto durante la presidenza Obama. Anche se, allora, il dipartimento di giustizia continuava a ricercare e ottenere sentenze di condanne a morte in alcuni processi. La vice-presidente Kamala Harris ha richiesto più volte uno stop nazionale alla pena di morte.

La pena di morte è presente in ventotto stati su cinquanta: in tre stati con la pena di morte c’è attualmente una moratoria decisa dal governatore (California, Pennsylvania e Oregon). Attualmente sono 2591 i prigionieri in attesa di esecuzione della condanna a morte: in testa la California (724), seguita poi da Florida (346) e Texas (214). Il Texas però è lo stato che esegue più condanne a morte: dal 1976 sono 570 le persone condannate a morte nello stato contro i 113 della Virginia (seconda posizione) e i 112 in Okhlaoma. Nel 2002, la Corte Suprema ha dichiarato incostituzionale la condanna a morte per gli imputati con “ritardi mentali”. Da tempo l’American Psychiatric Association, l’American Psychological Association, la National Alliance for the Mentally Ill e l’American Bar Association chiedono l’esenzione anche per i malati mentali gravi.

Trump boia ultima modifica: 2020-12-17T16:15:02+01:00 da MARCO MICHIELI

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