Venezia non è una serranda abbassata

Vendesi, cedesi, affittasi, cessione, un refrain angosciante accompagna chi cammina e nelle mie passeggiate ho potuto constatare quanto il fenomeno sia diffuso in ogni sestiere. C’è bisogno di strumenti amministrativi che siano da un lato capaci di calmierare i prezzi degli affitti e dall’altro di regolare e controllare la trasparenza e la coerenza delle transazioni di proprietà. Impossibile? No.
scritto da TIZIANA PLEBANI
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Non coltivo in genere delle abitudini ma trovavo molto piacevole prendere un caffè in un locale che aveva aperto da alcuni anni e in cui il gestore e tutto il personale avevano doti di gentilezza che a Venezia, a forza di turismo frettoloso e di guadagno facile, erano divenute rare. Piccoli strapuntini permettevano di sedersi a leggere il giornale con la tazzina a fianco, senza costi aggiuntivi, altra rarità in città. 

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Il locale non ha riaperto dopo il lockdown di questa primavera. Un rialzo straordinario dell’affitto, già assai alto, è stata la ragione della chiusura. E l’ambiente è tuttora sfitto. Ma non è l’unico locale che abbiamo visto sparire e serrande abbassate ormai costellano le calli della nostra città. 

Vendesi, cedesi, affittasi, cessione, un refrain angosciante accompagna chi cammina e nelle mie passeggiate ho potuto constatare quanto il fenomeno sia diffuso in ogni sestiere. E se tale desolante situazione la si ritrova a Mestre in maniera più concentrata, basta andare a Treviso o a Padova per osservare che non troviamo negozi sfitti e che a Venezia questo fenomeno si è accentuato per la pressione della speculazione turistica e di un’economia distorta.

La crisi economica che la pandemia ha aggravato non ha però consigliato i locatari ad abbassare gli affitti, evitando così di svuotare la città, allontanare artigiani, botteghe di vicinato e chiudere attività.

Tocchiamo con mano ora di chi è la città: fondi immobiliari, gruppi finanziari, rendite urbane di cui spesso non si conosce bene la proprietà né la provenienza e che si sono mangiate porzioni sempre più ampie del tessuto cittadino. Quanto appartiene a piccoli proprietari che potrebbero essere invogliati da politiche di tassazione adeguata a essere meno ingordi, quanto invece dipende da mani anonime e per questo ancor più indifferenti?

Ma l’Amministrazione, che dovrebbe rappresentare il bene dei cittadini, può assistere a tale svuotamento senza intervenire con dei correttivi?

Il rischio, ahimè non più ipotetico, è che nel caso di svendite la malavita organizzata subentri con molta facilità: chiudere gli occhi su tali commerci alimenta traffici oscuri e consegna la città a non residenti e a logiche di sfruttamento intensivo e di inquinamento etico.

Come emerge da molti studi, convegni e incontri, di cui possiamo leggere una buona sintesi nel volume, Il diritto alla città storica, serve cambiare davvero rotta specialmente nel rapporto tra pubblico e privato, che «va totalmente rifondato dando al pubblico i poteri e le risorse per far prevalere l’interesse generale». 

Qui sta il punto cruciale. Eppure abbiamo vissuto anni di liberalismo selvaggio, di totale sudditanza del pubblico verso le iniziative e gli appetiti privati. 

Si ha pertanto bisogno di strumenti amministrativi che siano da un lato capaci di calmierare i prezzi degli affitti e dall’altro di regolare e controllare la trasparenza e la coerenza delle transazioni di proprietà. Impossibile? No. Alcune città, come Milano, hanno cominciato da tempo a intervenire e a dotarsi di alcune misure di contenimento e controllo. C’è bisogno infatti che l’Amministrazione locale si assuma il ruolo di intelligente mediatore e garante tra proprietari e locatori. Deve inoltre mappare le proprietà e individuare i poteri economici che agiscono indisturbati a sfruttare la città, senza dare nulla in cambio. Quanto restituiscono alla città i gruppi finanziari? Quale parte della loro rendita viene redistribuita? Possono continuare a estrarre valore senza che gli amministratori intervengano, opponendo chiare condizioni e regole e instaurando – come scrive l’economista Mariana Mazzucato – una diversa e più virtuosa collaborazione tra pubblico e privato, mirando all’interesse collettivo?

Basta volerlo e sceglierlo come indirizzo politico che sposi il bene comune ed eviti la morte delle città storiche e il funerale di Venezia*.

*Su questa prospettiva rispetto alla residenza, il mio contributo, Reinventare il futuro partendo dal passato, in Dal caranto alla Laguna. Voci per Venezia, a cura di Giovanni Benzoni, Toletta editrice, Venezia 2020

Venezia non è una serranda abbassata ultima modifica: 2020-12-18T17:47:50+01:00 da TIZIANA PLEBANI

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