San Marco. La piazzata dei vigili

Pericolosi teppisti minorenni si sono permessi di lasciare, sulla vera da pozzo di piazzetta dei leoni a San Marco, dannosissimi fogli di carta, letterine con messaggi sovversivi del tipo “Questo è il Natale dei bambini veneziani” mentre tre criminali si sono macchiati del reato di aver violato la sacralità della Piazza affiggendo sotto all’albero televisivo uno striscione con su scritto “in mezzo ae do colone se copava i criminali no el Nadal”. Per fortuna intervengono prontamente gli agenti di Brugnaro e Agostini.
scritto da GIOVANNI LEONE
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Il risveglio è un tempo che dedico a meditazione e riflessione, talvolta venata d’inquietudine derivante dallo sfoglio dei quotidiani, com’è avvenuto oggi leggendo un articolo sulla cronaca locale de La Nuova Venezia. Ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere: non si trattava del soggetto di una sceneggiatura di Age e Scarpelli per un film di Totò ma di fatti reali, di cui poteva essere autore solo un regista da stra-pazzo (nel senso di “ultra matto”). Per questo, qualcuno – ricorrendo a un luogo comune ingeneroso – potrebbe ricondurre la responsabilità dei fatti che esporremo alla riforma Basaglia, che ha aperto quelle gabbie per matti che erano i manicomi; ma è il sonno della ragione a generare mostri, e il senso di sonnolenza della coscienza è fenomeno diffuso. Non si spiegherebbe altrimenti quel che è accaduto a Venezia dove pericolosi teppisti minorenni si sono permessi di lasciare sulla vera da pozzo di piazzetta dei leoni a San Marco dannosissimi fogli di carta, “innocenti” letterine con messaggi sovversivi del tipo: “Questo è il Natale dei bambini veneziani. Vietato togliere la speranza”. Intollerabile!

Per fortuna le forze del (dis)ordine comunale hanno sventato il grave attentato alla convivenza civile della città d’acqua, che può finalmente e legittimamente aspirare a essere riconosciuta come capitale mondiale del provincialismo becero, patrimonio mondiale della stupidità umana e dell’incultura umanistica. Pagheranno questi banditi imberbi e anche i loro genitori, incapaci di esercitare la funzione educativa. Per fortuna c’è il primo cittadino che si è distinto come paladino dell’etica e della morale fin dall’esordio della prima sindacatura nel 2015, quando tra i primi atti ufficiali aveva provveduto a far ritirare dalle scuole i libri per bambini selezionati da un gruppo di esperti in educazione e psicologia nel quadro di un progetto di ricerca – lanciato dalla precedente amministrazione – con l’aberrante obiettivo di attenuare il disagio per discriminazioni sociali e di genere.

Oggi si è capito che il sindaco non è contrario al gioco, sfoggia anzi le sue abilità ludiche giocando a fare lo sceriffo dalla sua stanza dei giochi, quella control room diventata una seconda casa, tempio del voyerismo da cui spia la città e lancia sovente esternazioni in un gioco che sta tra cinema (Truman show), letteratura (George Orwell) e televisione (Il grande fratello). Non è per cattiveria se talvolta si cede alla tentazione di fare dispetti: come si fa a giocare ai cowboy se nessuno vuole fare il pellerossa o il cattivo di turno? Ed eccolo allora perseguire bambini e falsi buontemponi.

Lasciare libertà di espressione sarebbe un precedente troppo pericoloso per Brugnaro, che si distingue come difensore del decoro pubblico vietando ai bambini d’insozzare il pavimento con gessetti o di giocare a palla sul selciato cittadino. Come osano i bambini veneziani disordinare la finzione di una città che dev’essere solo cartolina da spacciare al mondo per richiamare le orde di turisti a cui nulla si deve spiegare della città? Vogliono per caso mostrare il residuo di vitalità di una comunità che si ostina a opporsi all’estinzione? Intendono questi indigeni manifestare a ospiti e foresti il vanto di una città che ha nelle relazioni sociali la qualità prima e più autentica della comunità? Hanno intenzione di distrarre dalla sfarzosa scenografia urbana dei palazzi per far riflettere sulla natura umana? Come si permettono di attentare alla pubblica stupidità? Insopportabile!

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È vietato manifestare nell’area marciana, non lo sanno costoro?

Il tentativo di restituire all’uso civico la Piazza è irregolare e sarà regolarmente represso dagli uomini del sindaco/sceriffo e del Sant’Agostini vicesceriffo. In questo caso è certamente meglio l’eccezione della regola, azione non violenta, discreta, civica e civile. Non assalti al campanile con tanko, ma lettere dei bambini veneziani per un Natale sottotono, sottratto loro dalla pandemia che li costringe a casa dove neanche la famiglia può ritrovarsi per intero, contratta ai soli conviventi.

Pericolosi messaggi vergati su fogli volatili da rimuovere tempestivamente da solerti agenti di polizia locale, che si chiamavano vigili urbani perché vigilavano sulla vita urbana, assistendo e sostenendo il cittadino, sostituiti a Venezia da aitanti e atletici giovani che in assenza di spacciatori africani – da inseguire con prestazioni di corsa da podio olimpico – si tengono in allenamento con una corsa sul posto accanendosi su spacciatori di sogni. Non ce ne vogliano, ma farebbero bene a rifiutarsi di prestarsi al gioco, anche ricorrendo alla disobbedienza civile.

Luigi Brugnaro nel presepe di San Gregorio Armeno…

Se non fosse tutto vero si potrebbe pensare di essere a Scherzi a parte, l’insolente trasmissione televisiva. Scherzi a parte: è così che gli agenti della polizia locale impiegano il loro tempo prezioso? È per questo che non riescono a presidiare lo spazio pubblico e a intervenire quando sono chiamati dagli abitanti? Non hanno di meglio da fare che impiegare il tempo a rimuovere pericolosissimi messaggi sovversivi di carta che con la loro volatilità siamo certi creino danni irreversibili alla solidità secolare della pietra, danneggiando irreversibilmente the stones of Venice? Altro che graffiti! Si può a fatica sopportare Bansky (confidando in un contributo all’attrazione turistica), ma qui si attenta al patrimonio storico.

Buffonate da pagliacci, non quelle dei bambini ma quelle di un’amministrazione che dovrebbe stare dalla parte dei cittadini e che invece della comunità è diventata controparte. Il sindaco concorre a garantire la pubblica sicurezza nel quadro di quanto previsto dall’art. 54 del TUEL (il Testo Unico degli Enti Locali di cui al D.lgs. 18 agosto 2000, n. 267, aggiornato al 30/10/2020): in particolare deve tutelare l’incolumità pubblica (con cui s’intende l’integrità fisica della popolazione) e la sicurezza urbana (con cui s’intende un bene pubblico da tutelare con attività nell’ambito delle comunità locali poste a difesa del rispetto delle norme che regolano la vita civile, per migliorare le condizioni di vivibilità nei centri urbani, la convivenza civile e la coesione sociale).

La funzione principale resta in capo a questore e prefetto, con i quali il sindaco deve coordinarsi. Della pubblica incolumità si è dimenticato nel caso dell’acqua alta dell’Immacolata mentre è con solerzia che, forse ebbro di film con John Wayne, vuole accreditarsi come novello sceriffo e si fa fotografare sorridente nella control room (che fa tanto spy story) con il dott. Antonello Zara che dirige il Commissariato della polizia di Mestre, quello sì impegnato appieno sul campo.

Nel frattempo, i suoi vigili – pardon, i suoi agenti della polizia locale – indagano oltre che sui bambini anche sui tre criminali rei di aver violato la sacralità della Piazza affiggendo sotto all’albero televisivo uno striscione con su scritto “in mezzo ae do colone se copava i criminali no el Nadal”. Come si permettono questi piccoli impertinenti di violare il cuore pulsante della polis, il foro in cui la comunità s’incontrava e da cui è stata esiliata per non disturbare la svendita di una città del mondo ridotta al simulacro di sé? Per loro fortuna – anche nel caso in cui siano assicurati alla giustizia a protezione della popolazione minacciata – a questi pericolosi sostenitori dell’autonomismo veneto non potrà essere comminata la massima pena prevista dalla Serenissima, da loro stessi ricordata: l’impiccagione tra le colonne. Che fare, dunque? Suvvia, rimandiamoli a casa appena possibile…

…non i bambini (giganti della cultura sociale) né i genitori (pertinentemente impertinenti), ma i lillipuziani paladini dell’ordine, della (in)sicurezza e della (in)cultura.

San Marco. La piazzata dei vigili ultima modifica: 2020-12-22T18:44:48+01:00 da GIOVANNI LEONE

6 commenti

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Giuse_54 22 Dicembre 2020 a 19:57

Riprendo dall’articolo: Buffonate da pagliacci, non quelle dei bambini ma quelle di un’amministrazione che dovrebbe stare dalla parte dei cittadini e che invece…
Non è un caso che a suo tempo io abbia coniato una frasetta: “Il Comune, il tuo nemico”.
E chi vuole smentire si faccia pure avanti.

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caesar 22 Dicembre 2020 a 23:29

Inutile bla bla bla che non spiega nulla se non consigliare gli agenti di polizia locale alla disobbedienza civile. Butta nel calderone polemico le responsabilità di gestione della città in tutti i suoi aspetti con quelle individuali di giovani (molti in contratto a tempo determinato) che spesso sono loro malgrado a far da fondale scenico alle incapacità amministrative, che sono mandati a presidiare zone “calde” di baby gang o a dissuadere (derisi) in tempi pandemici i consueti assembramenti.

Si faccia qualche domanda : se avesse un fratello, una figlia, un amico alle dipendenze di una ammnistrazione pubblica e non sapesse una beata minchia di come operano nei luoghi di lavoro, delle frustrazioni e talvolta delle costrette inattività, scriverebbe ancora quella becera facile ironia su di loro?
Non so che lavoro faccia, forse non è alle dipendenze di nessuno o nel caso contrario il rifiuto e la disobbedienza civile immagino siano una Sua costante quotidiana.

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Giovanni Leone 23 Dicembre 2020 a 10:20

Gentile signora Giuse_54 condivido quel che scrive, da 5 anni ho una causa in corso con VESTA difesa da un avvocato del comune. Ho ricevuto nel 2011 o 2012 (non ricordo esattamente e non voglio prendere il fascicolo in mano perché non ho voglia di mal di pancia) una multa per spazzatura a me riconducibile rinvenuta in calle, duecento e rotti euro. Ero stupito perché sto molto attento, addirittura ho un bidone con cui produco compost dato che nella città insulare l’umido va con l’indifferenziata. Mi accingevo comunque a pagare, quando mi è venuto il dubbio che non mi trovassi a Venezia, dubbio confermato: ero in Sicilia. Lo confermavano le ricevute del Telepass che ho trasmesso alla VESTA segnalando la circostanza e pregando di cancellare la multa. Tempo dopo ho ricevuto una lettera con la multa confermata e incrementata perché non avevo pagato subito. Indignato ho fatto il ricorso al giudice di pace e il procedimento è ancora in corso. Tengo a precisare che la raccolta non era ancora porta a porta ma bisognava lasciarla in strada, ciononostante il solerte avvocato del comune pretende che la responsabilità sia mia. Ho visto in udienza che alcune cose rinvenute in quel sacco (non mio, non ne uso di quel tipo) erano effettivamente a me riconducibili, come una lettera del mio dentista, mentre tanto altro come gli involucri da pizza non erano certamente miei. Ho allora pensato che a Venezia chi sa tutto quello che succede sono gli spazzini, veri presidi di vicinato, e ho chiesto che venissero sentiti come testimoni. Con un sorriso ironico stampato sul viso l’avvocato del comune ha detto “caro architetto lei ha voluto risparmiare la spesa dell’avvocato, avrebbe saputo che i testi vanno indicati prima non a procedimento in corso!”. Come dire “ti ho fregato!” In effetti la giudice non ha potuto fare altro che confermarlo respingendo la mia richiesta. Lo ammetto ho avuto la presunzione di pensare che non poteva essere malafede ed ero convinto che il malinteso equivoco si sarebbe chiarito alla prima udienza, invece… la prossima udienza è in primavera, online, e il comune continua a pagare un avvocato per venirmi contro, non incontro! In effetti sotto il profilo formale ha ragione il grande professionista, che si sentirà orgoglioso per avermi per contestazioni relative a importi inferiori a una certa somma si fregato con una eccezione procedurale, è vero infatti che si può fare da soli (rischiando imperdonabili errori come il mio) e così ho ritenuto di fare dato che il ricorso mi costava già quasi quanto la multa ma intendevo procedere per principio e per creare un precedente che facesse riflettere gli uffici. Ancora oggi continuo a chiedermi: ma il comune non sono io?

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Giovanni Leone 23 Dicembre 2020 a 15:04

Gentile signor Caesar vedo che la lettura del mio articolo l’ha infastidita, in effetti è uno degli effetti collaterali dell’ironia, filo conduttore del testo. Non ce l’ho con i giovani che (buon per loro) hanno trovato un lavoro, né con i lavoratori della pubblica amministrazione, ho collaborato con tanti uffici diversi dove ho trovato persone di maggiore e minore valore, come è ed è giusto che sia (a meno per chi crede e aspira alla perfezione della razza come i nazifascisti). Nessuno di loro è per questo colpevole ma può avere delle responsabilità, prima tra tutte quella di obbedire sempre e comunque. Le responsabilità sono distribuite in orizzontale (tra i lavoratori), ma specialmente in verticale (tra i superiori, via via fino a raggiungere il vertice) tra chi deve organizzare, orientare, dirigere, stabilire e magari non sfrutta le doti e lascia che i limiti di questo o quel dipendente facciano danni. La burocrazia (dal francese bureau) non è un giudizio di valore ma indica il lavoro di ufficio, in particolare quello degli uffici pubblici che sono il pilastro dello Stato democratico. In Italia è diventato sinonimo d’indolenza e incapacità, una sindrome talvolta innata ma più spesso contagiosa e dilagante non per colpa dell’indolente (che spesso lo diventa) ma per responsabilità di chi sta gli sta al di sopra, incapace di organizzare e gestire e dare l’esempio. In una recente intervista a La Stampa, Sabino Cassese cita in proposito il libro “Meditazioni e ricordi” di Francesco Saverio Nitti (economista e politico antifascista, più volte ministro e presidente del consiglio nel Regno d’Italia): “I ministri che hanno per abitudine di far cadere tutte le responsabilità sulla burocrazia dan prova della loro incapacità. Nei tempi normali un capo trova sempre il modo di utilizzare i suoi dipendenti. E se proprio i suoi dipendenti sono incapaci trova i modo di eliminarli”. Aggiunge Cassese: “La burocrazia italiana ha molte responsabilità, ma m molte altre sono del corpo politico, sia perché i legislatori esondano, si perché i governi lottizzano”. Mi trovo d’accordo. Non ho nulla contro i nostri ragazzi, ce l’ho con chi da loro ordini e orienta i percorsi di formazione e informazione sull’uso della forza della forza e non dell’arguzia. Qualche tempo fa parlavo con un agente di polizia che mi diceva di essere stato chiamato a Castello per gli schiamazzi notturni fatti da giovani alticci che facevano a gara in canale con piccoli canotti. Il regolamento cosa prevede? L’identificazione, la sanzione e se qualcuno alza i toni o le mani il fermo e magari la denuncia. Mi disse che rispondevano con toni provocatori, avevano portato i canotti a riva ma non sembrava avessero intenzione di rinunciare all’attività ludica notturna. Mi racconto di aver staccato con discrezione una spilla e facendo finta di vedere che i canotti fossero a posto ne bucò uno dei due. Dopo essersi allontanato si acquattò di lato e si mise a osservare che succedeva. Bastarono pochi minuti e i ragazzi rimisero i canotti in acqua pronti a ricominciare il gioco, ma subito uno saltò a terra dal canotto afflosciato che rischiava di affondare. Recuperarono le loro cose e si allontanarono. Da regolamento un tale comportamento dell’agente andrebbe probabilmente sanzionato, io credo che abbia agito cum grano salis, riservandosi di riconoscere a se stesso l’errore e a intervenire nel caso avessero continuato a fare schiamazzi e disturbare. Quello che lamento è la scelta di far leva sulla prestanza fisica da palestrati, su un’idea della sicurezza che punta sull’intimidazione (che può accendere la sfida e non sempre e solo intimorire) dev’essere basata sullo scontro e non sulla preparazione, sul buon senso, sull’esperienza come processo educativo. La disobbedienza civile come metodo e pratica quotidiana? sarebbe l’errore uguale e contrario. Non voglio dilungarmi perché temo che potrei diventare pedante, ma posso citarle tanti esempi, documentati e documentabili per via dei quali non apprezzo il nostro primo cittadino, che dovrebbe dare l’esempio e invece per se riserva l’eccezione. Spero di averla rincuorata e che non me ne vorrà oltre. La ringrazio Giovanni Leone

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caesar 23 Dicembre 2020 a 23:02

Non sono interessato ad alimentare l’ego di chichessia, tanto meno chi sotto la coltre di una presunta ironia (sarcasmo in questo caso) tira in ballo questioni altre.
Anche nella Sua risposta noto il vizio dell’esagerazione citando “perfezione della razza” e “nazifascisti”, temini che evocano scenari ben lontani da questa querelle.
Solitamente mi tengo lontano da chi sale in cattedra e cita le proprie letture a dimostrazione che: “credime, te o digo mì che so studià!”
Non si offenda, credo che in questi casi sia consigliabile un po’ di umiltà.
Con questo vorrei rassicurarLa che non nutro alcuna vicinanza, simpatia, tanto meno appartenenza politica con l’attuale amministrazione della città; forse aveva la necessità che lo evidenziassi.
Aneddoti, vicende su zone grigie, forzature, furbize, intelligenti escamotage fanno parte di un ripetersi quotidiano nei rapporti tra controllori e controllati (lo ha raccontato bene pure Lei nella vicenda dei gommoni), ma qui siamo ben lontani dal noto “Sorvegliare e punire”.

Buone Feste.

Caesar.

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Cesare 24 Dicembre 2020 a 11:01

Ma avete mai guardato in faccia il sindaco e il capo dei vigili? Allora capirete il perché di questa buffonata. Ci vorrebbe “Striscia la notizia”

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