Pompei. L’ultima scoperta tra sensazionalismo e superficialità

scritto da FRANCO MIRACCO
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Se ti dicono che su Raidue va in onda un documentario in prima serata che per titolo fa Pompei ultima scoperta non ti resta che vederlo sperando di stupirti. Prima però ho dovuto superare un paio di sgradevoli diffidenze. Innanzitutto la presentazione con toni eccessivi e un tantino sbracati diffusa dalla Rai:

Due corpi, due uomini, due età diverse, due testimonianze uniche risalenti al fatidico 79 d.C. L’ultima scoperta a Pompei è davvero eccezionale. Per la prima volta dopo 150 anni è stato possibile non solo realizzare i calchi ma documentare con le nuove tecnologie, la scena, gli oggetti, l’attimo prima che la furia del Vesuvio distruggesse tutto.

Un invito del genere è meglio lasciarlo cadere, come non averlo né ascoltato né letto. Tra l’altro chi l’ha scritto deve aver chiesto consiglio a un signore insuperabile negli annunci sfacciati, spinti al di là dell’inverosimile, anche se di recente sembrano avvolti da una certa ironia. Si parla dell’insuperabile Roberto Giacobbo, conduttore e autore televisivo di perle quali Voyager o l’attuale Freedom, oltre il confine. Giacobbo, colui che ci porta “alla scoperta del mondo delle pseudoscienze e del mistero”.

Torniamo per un momento ancora al comunicato Rai “giacobbista”:

La nuova ed emozionante rivelazione di Pompei è l’ennesimo frammento di un grande puzzle che il direttore Massimo Osanna e la sua équipe di archeologi ed esperti ha sapientemente ricostruito negli ultimi anni, trasformando Pompei nel sito archeologico più importante d’Europa.

Ma il direttore del Parco archeologico di Pompei, da poco nominato direttore dei Musei italiani, ossia l’archeologo Massimo Osanna, se c’è un limite che non dovrebbe mai superare è quello del suo stesso cognome, da cui si passa ad osannare. Un limite incautamente superato proprio dal documentario in questione: un maldestro osanna bassotelevisivo per Osanna. Oltretutto a osannarlo ci pensa ad abundantiam il ministro Dario Franceschini da Ferrara, che a seguito di chissà quali meriti museografici o storico-artistici, di certo non museologici, ha incaricato il nostro di occuparsi dei Musei d’Italia.

Il documentario, sia nel linguaggio che nelle modalità dell’esposizione, si richiama al modello dello sceneggiato, della fiction, che pure conosce prodotti di buona qualità se non ottima; un punto di forza, ohimè, assai lontano da come è stato imbastito il Pompei ultima scoperta. Si assiste allo scoprimento di un termopolio su cui spiccano immagini dai colori vivaci dipinti su figure e oggetti segnati da contorni giustamente marcati, dovendo servire da vistoso richiamo con cui attrarre i clienti attorno ai dolia e alle molte anfore ancora integre. Il tutto lungo un bancone “spinto” ad accendere nuovi immaginari pompeiani tutt’altro che inediti: la cucina stradaiola, gli uccelli da spennare, un gallo bellicolori, un cane azzannatore, divinità marine rassicuranti, eccetera.

Purtroppo ciò che viene detto da chi ha partecipato alla scavo, diventando così l’esperto televisivo da ascoltare, non va oltre a pochezze del genere “scoperta eccezionale”, “mamma mia che bello”, “straordinario”. Avete presente gli innumerevoli “straordinario” ripetuti a ogni piè sospinto da Alberto Angela? Insomma quasi nulla, se non un vuoto sensazionalismo della serie chissà se “il proprietario sarà riuscito a mettersi in salvo”, meditazione sensazionale per scoperte sensazionali.

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La fiction si sviluppa su momenti recitati in costumi d’epoca, sui graffiti di una campagna elettorale, sulle vicende dei membri di una famiglia dai destini già segnati, sui lavori di ristrutturazione della loro casa, compresi altri lavori per sottoservizi e infrastrutture urbane che si ritengono avvenute lungo il vicolo assunto a “teatro di posa” del docufilm, come si usa dire. Invece di ripetere per non meno di dieci volte l’aggettivo “straordinario”, quale suo debole contributo scientifico, il direttore Osanna, volendo chiarire a se stesso e agli spettatori il perché dei tanti scheletri di non consanguinei trovati in “quella” casa, vista e rivista per far da perno narrativo ai perché irrisolti dello scavo (o forse della trasmissione), avrebbe potuto richiamarsi a quanto scritto da Andrew Wallace Hadrill in Le abitazioni urbane di Pompei.

Può colpirci il fatto che i visitatori siano ammessi in una casa senza invito, ma altri scrittori contemporanei ci parlano delle porte di ingresso aperte come del segno distintivo della casa di un notabile.

E tra gli altri scrittori ecco Vitruvio: il fattore discriminante è quello della presenza o meno di visitatori all’interno della casa, e Vitruvio marca una distinzione tra le aree che sono riservate alla vita privata della famiglia e dei residenti nella casa e quelle accessibili a coloro che vengono dal di fuori (…) le aree pubbliche sono quelle invece in cui sono ammessi visitatori anche se non invitati, come vestiboli, corti centrali, peristili e aree simili.

Con la spaventosa tragedia che stava bruciando, soffocando, uccidendo gli abitanti di Pompei, a chiunque stesse cercando un riparo – nella disperazione di trovarlo a ogni costo, sia all’aperto che al chiuso – importava un resto di niente, come si dice a Napoli, il sapere di chi fosse la casa o il termopolio. E di terrore e impazzimento dei napoletani scrive Plinio il Giovane nelle sue immortali lettere a Tacito, da cui tra l’altro muoverà i primi passi la nascente scienza vulcanologica:

Gli edifici attorno erano squassati e benché fossimo in luogo aperto, angusto però, il timore di un crollo era grande e imminente. Solo allora ci decidemmo a uscire dall’abitato; ci segue una folla sbigottita e, ciò che nello spavento appare come prudenza, preferisce alla propria la risoluzione altrui e in gran massa ci incalza e preme alla nostra partenza.

Così a Napoli, mentre a Pompei accadeva quello che dal XVIII secolo in avanti si è scoperto, si è conosciuto, si è studiato. C’è da augurarsi che il lato scadente e dilettantesco di quanto si è visto e ascoltato sia un demerito attribuibile a chi ha confezionato il prodotto televisivo, nel senso di un’evidente incapacità nel montaggio, nella regia, nella comprensione di ciò che doveva essere documentato oppure scartato o attenuato. Per esempio, come non accorgersi della diversa sensibilità o attenzione professionale intercorsa tra alcune archeologhe che a mani nude strusciano a più riprese le pitture appena riportate alla luce e le attentissime restauratrici dotate di quanto occorre avere in simili evenienze? Lo stesso nel caso di vari altri reperti trovati durante gli scavi: da un lato i maneggiamenti di disinvolti addetti ai lavori di scavo, dall’altro quegli stessi oggetti accolti con cura e competenza da restauratori, studiosi ed esperti di più discipline.

Poco male si dirà, solo che questo pressapochismo nel “fare” denuncia un cantiere (stando a quel che si è visto e ascoltato) scarso di “pensiero”, mancandogli il sapere, il conoscere, il possedere sul serio ciò che significa e ha significato Pompei: la sua sconvolgente e nient’affatto scontata immensa storia (non soltanto archeologica). In breve, Pompei è un pianeta da vietare agli improvvisati.

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Imperdibili a questo proposito le riprese in cui si vede Osanna correre a Roma per mostrarsi nel fascino bibliotecario dell’École française onde consultare cataloghi e qualche altra pubblicazione ampiamente consultabili in biblioteche e istituti culturali napoletani! A casa mia ho sotto gli occhi la copia di un catalogo che sono certo avrà aiutato chi voleva saperne di più e meglio su di uno scudo di serratura rinvenuto nel corso degli scavi Osanna. Ci fu un tempo in cui gli archeologi che si occupavano di Pompei e della Soprintendenza archeologica di Napoli e Caserta sapevano come opporsi alla “trita e un po’ deteriore retorica pompeianistica”. Quale il metodo, quale la linea culturale da seguire?, si chiedeva anni fa Pier Giovanni Guzzo che fu Soprintendente di Pompei.

Cercare di fornire informazioni reali che facilitino la comprensione di una realtà antica, unica, e perciò tanto più preziosa, come Pompei e l’intero comprensorio antico che il Vesuvio ci ha conservato quasi intatto e completo, è impresa non facile. La comunicazione di un sapere specialistico, com’è quello sul mondo antico e su Pompei in particolare, sembra costituire una tecnica a sé, se non vuole scadere nel sensazionalismo o nella superficialità. Non basta, infatti, “far vedere”, occorre cercare di “far capire”.

All’opposto di questi principi, di queste parole, il documentario sensazionalistico e superficiale propostoci da Raidue.

Ricostruzione del termopolio (da Niccolini IV, 1986, tav. VIII)

Da ultimo, ho riletto con motivata curiosità un saggio di Antonio d’Ambrosio su Termopolio e casa di L. Vetuzio Placido, un edificio la cui completa esplorazione terminò nel 1939. Mi sono rivolto a quello scritto allo scopo di orientarmi di più e meglio su quanto ci è stato mostrato da Osanna e dalla sua équipe sul termopolio con una decorazione pittorica da non sottovalutare. D’Ambrosio, ogni qual volta accenna alle immagini dipinte nell’edificio di proprietà di Vetuzio Placido, non manca di attribuirle alla pittura pompeiana del IV stile, se non al III stile. Scrive per esempio, è solo una breve citazione, che

nel cubicolo, caratterizzato dall’incasso per il letto, è ben conservata la decorazione parietale in III stile a fondo bianco, articolata in pannelli decorati con ghirlande e quadretti centrali raffiguranti uccelli e frutta.

Questo per dire di come si sarebbero dovuti commentare i quadretti dipinti lungo il bancone di vendita del termopolio televisivo, solo ossannato ma non spiegato. Ed è il grandissimo testimone della fine di Pompei, Plinio il Giovane, che in una delle sue indispensabili lettere (indispensabili anche per chi scenderà su Marte o su altri pianeti) ci insegna più di qualcosa sull’arte oratoria, su come si costruisce un discorso, e lo stesso vale per una lezione o per un docufilm. Plinio:

Il disporre in modo adatto e ornare di figure in modo vario è proprio solo della gente erudita. Né si deve sempre ricercare l’elevato e il sublime. Giacché come in pittura nulla giova più alla luce dell’ombra, così nell’orazione si deve saper diminuire il tono come pure elevarlo.

Insomma, pittura erudita o popolare o buttata lì nel termopolio in cambio di qualche piatto o di più bottiglie di vino da parte di un qualche apprendista di una delle grandi botteghe di pittura più che erudite tra Pompei e Oplonti? Infine, di sicuro prima o poi sapremo, senza dover dire “ma è straordinario”, se tra le vivande preparate nel più “recente” termopolio pompeiano ce ne siano state di paragonabili a quelle di una cena in casa di Plinio. Dalla lettera a Setticio:

Era stata preparata una lattuga per ciascuno, tre lumache, due uova, una torta d’orzo con vino melato e neve [pagherai anche quest’ultima, anzi per la prima, perché s’è perduta sui piatti], olive, barbabietole, zucche, cipolle e mille altre cose non meno raffinate. Avresti ascoltato un attore o un lettore o un suonatore di lira o, vedi la mia magnificenza, tutti e tre. Ma tu hai preferito, in casa di non so chi, ostriche, ventresca di maiale, frutti di mare, e danzatrici di Cadice.


P.S. Le citazioni archeologiche sono tratte dal catalogo Pompei, abitare sotto il Vesuvio che arricchì la mostra allestita nel 1996-97 a Palazzo dei Diamanti di Ferrara, mostra curata da Mariarosaria Borriello, Antonio d’Ambrosio, Stefano De Caro, Pietro Giovanni Guzzo. Chissà se l’osannante ministro ferrarese Franceschini trovò il tempo di visitare quell’esposizione, nel caso lo avesse fatto i suoi apprezzamenti sulle “ultime scoperte” di Pompei sarebbero stati più cauti, più equilibrati, più diminuiti, come avrebbe suggerito Plinio. 

Pompei. L’ultima scoperta tra sensazionalismo e superficialità ultima modifica: 2020-12-30T13:33:14+01:00 da FRANCO MIRACCO

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