L’impatto del 2020 sulla demografia italiana

Analizzando l’andamento demografico italiano di quest’anno due sono gli elementi che emergono: la crescita della mortalità e il crollo della natalità. Come si svilupperanno questi fattori nel prossimo futuro?
scritto da VITTORIO FILIPPI
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Gli uomini, anche se devono morire, non sono nati per morire, ma per dare inizio a qualcosa di nuovo. Con la creazione dell’uomo il principio del dare inizio è entrato nel mondo – ciò che ovviamente è solo un altro modo di dire che con la creazione dell’uomo il principio della libertà ha fatto la sua comparsa sulla terra. [Hannah Arendt, “Vita activa”].

Nel 2020, l’annus horribilis che abbiamo alle spalle, la pandemia è divenuta sindemia, dato che l’infezione ha investito anche l’economia, l’occupazione, gli stili di vita, la socialità, la demografia. E soprattutto in campo demografico il pensiero della Arendt è stato rovesciato, in quanto il 2020 è riuscito a combinare perversamente la crescita della mortalità con il tonfo (ulteriore) della natalità.

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Infatti calcola l’Istat che nei primi undici mesi dell’anno i decessi sono cresciuti mediamente dell’undici per cento con punte terribili raggiunte in diversi comuni della Lombardia, mentre l’intero anno, in termini di scomparsi, richiama i numeri del tragico 1944.

Ma non basta contare i morti, occorre anche raccontarli. E ricordarli. Perché in loro si è riaffacciata quell’oscena fine in solitudine che era caratteristica delle pestilenze dei secoli passati. Una solitudine che appare paradossale nell’epoca attuale in cui tutto è comunicazione e connessione quanto crudele dato che nelle affollate terapie intensive convivono il postumano delle tecnologie mediche con il disumano dell’assenza dei propri cari.

Raccontare i morti, ricordare le storie delle vittime di una catastrofe – come un genocidio, una guerra, una pandemia – deve essere un monito per il futuro.  Per non ripetere gli stessi errori, gli stessi orrori.  Ci sono diversi modi per raccontare i morti, per ricordarne il travagliato percorso finale, la dignità e l’umanità di cui possono essere stati privati (oltre all’angoscia di chi li amava), e ciò dovrà essere fatto, perché chi è dimenticato muore due volte.

L’imprevedibile – il luogo teologico dello Spirito – ha fatto irruzione sparigliando quelle speranze di onnipotenza che stavano nei guadagni di longevità evergreen e, perché no, anche nei sogni di immortalità dei baby boomers cresciuti con le note rassicuranti di “Noi siamo i giovani” (la canzone, guarda caso, è del 1964, l’anno del picco delle nascite).

Dall’altro, come si diceva, c’è la denatalità. I numeri si riscontrano nei dati dell’Istat, che ha indicato in 420 mila le nascite del 2019, cioè 20 mila in meno rispetto al 2018; ma il calo è di 156 mila se si confronta questo numero con quello del 2008. Sappiamo che è una tendenza che l’Italia si porta dietro da molto tempo e la pandemia ne ha accelerato la corsa.

Infatti, dal rapporto governativo intitolato “Impatto della pandemia su natalità e condizioni delle nuove generazioni”, emerge come la demografia sia

uno degli ambiti più colpiti dalla pandemia, non solo per l’effetto diretto sull’aumento della mortalità, ma anche per le conseguenze indirette sui progetti di vita delle persone: la crisi sanitaria non agisce solo come emergenza, produce anche una discontinuità sui percorsi dei singoli.

Per cui, scrive il rapporto citato,

Il clima di incertezza e le crescenti difficoltà di natura materiale (legate a occupazione e reddito) generate dall’emergenza sanitaria orienteranno negativamente le scelte di fecondità delle coppie italiane. I 420 mila nati registrati in Italia nel 2019, che già rappresentano un minimo mai raggiunto in oltre 150 anni di Unità Nazionale, potrebbero scendere, secondo uno scenario Istat aggiornato sulla base delle tendenze più recenti, a circa 408 mila nel bilancio finale del corrente anno – recependo a dicembre un verosimile calo dei concepimenti nel mese di marzo – per poi ridursi ulteriormente a 393 mila nel 2021.

Le conseguenze sono due, facilmente comprensibili. La prima è che la popolazione si contrae inesorabilmente: solo nei primi otto mesi di quest’anno (l’aggiornamento arriva ad agosto) l’Italia ha perso 253 mila abitanti, andando sotto i 60 milioni; le previsioni davano il 2030 come data di tale sorpasso negativo, data abbondantemente anticipata che evoca 2024, l’inquietante romanzo di Jean Dutourd. La seconda conseguenza è che la denatalità affonda gli equilibri demografici.

Tende a scomparire il terzo figlio, ricordo di una genitorialità “affollata” che ci fu fino agli anni cinquanta mentre prende piede, per converso, la “non genitorialità”, dato che – calcola l’Istat – oggi una donna su quattro non genera figli. Per comprenderne le conseguenze è utile vedere il livello di sostegno fornito dalla popolazione in età lavorativa agli ultra sessantaquattrenni utilizzando il tasso di dipendenza degli anziani, che esprime la dimensione relativa della popolazione anziana rispetto a quella in età da impiego.

Tale indice per l’Unione Europea (si veda Ageing Europe – 2019 Edition) si attesta al 30,5%, ad indicare che vi sono poco più di tre persone in età lavorativa per ogni persona di età pari o superiore ai 65 anni. Tra gli Stati membri dell’Unione, l’indice di dipendenza degli anziani oscilla dai minimi del 20,6% in Lussemburgo e del 21,2% in Irlanda, vale a dire quasi cinque persone in età lavorativa per ogni persona di età pari o superiore ai 65 anni, fino ai massimi del 35,2% in Italia, del 34,2% in Finlandia e del 34,1% in Grecia, ovvero meno di tre persone in età lavorativa per ogni persona di età pari o superiore ai 65 anni.

Inoltre

By 2050, half of the EU Member States are projected to have an old-age dependency ratio above 50.0 %; in other words, they will have less than two persons of working age for every person aged 65 years or more. In Greece and Italy, the old-age dependency ratio is projected to reach a level above 60.0%, while it will peak at 65.8% in Portugal.

[Entro il 2050 si prospetta che metà dei Paesi membri dell’Unione Europea avrà un tasso di dipendenza degli anziani superiore al 50%; in altre parole, avranno meno di due persone in età da lavoro per ogni persona di 65 anni o più. In Grecia e in Italia si prevede che questo tasso raggiungerà livelli superiori al 60%, mentre il picco massimo sarà in Portogallo, con il 65.8%]

Che fare, o meglio cosa si può fare e cosa non si può (più) fare? Per vari motivi, invertire la rotta demografica è oggi ormai impossibile. È troppo tardi per rovesciare tendenze denatalistiche lente ma ampie e profonde. Ciò che si può ancora fare è invece un contenimento di tali tendenze attivando politiche che migliorino la condizione dei giovani, facendo sì che l’Italia sia per loro un paese “conveniente” dal punto di vista formativo, occupazionale, procreativo.

Sembra andare in questo senso il cosiddetto Family Act voluto dal ministro per la Famiglia Elena Bonetti: un provvedimento che prevede un assegno mensile universale per tutti i figli fino all’età adulta, sconti per gli asili, agevolazioni per gli affitti delle coppie sotto i 35 anni, detrazioni fiscali delle spese relative al contratto di affitto di abitazioni per i figli maggiorenni iscritti a un corso universitario.

I soldi (europei) oggi ci sono e aver chiamato il piano per la ripresa “Next Generation EU” suona bene. Però, soprattutto per le politiche demografiche, sempre vale per somma prudenza (che è saggezza per i greci) dire che chi vivrà vedrà.

Copertina: illustrazione di Brian Breneman, The East Bay Express.

L’impatto del 2020 sulla demografia italiana ultima modifica: 2020-12-31T16:49:04+01:00 da VITTORIO FILIPPI

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