Il futuro ibrido delle istituzioni culturali. Il caso di Venezia

Il tema del rapporto tra digitale – istituzioni culturali – territori, tema certo non nuovo, è esploso nell’annus horribilis che abbiamo appena salutato senza rimpianti. Il Covid ci ha obbligato a rileggere le nostre economie, le nostre città, le nostre case e anche molti servizi, a partire evidentemente da quelli socio-sanitari per arrivare a quelli legati al mondo della cultura.
scritto da GIUSEPPE SACCA'
Condividi
PDF

Quali prospettive apre a Venezia la fase di straordinaria criticità che sta vivendo la città? L’abbiamo chiesto a Gianpaolo Scarante, con l’idea di aprire una discussione sulla nostra rivista. All’intervento del presidente dell’Ateneo Veneto sono seguiti quelli di Roberto Ellero, Guido Zucconi, Franco Avicolli. Ora è la volta di Giuseppe Saccà.

Sulle “pagine” di ytali si sta sviluppando un dibattito in corso anche a livello internazionale, calato nel contesto veneziano, come è nelle corde della rivista. Tema è il rapporto tra digitale – istituzioni culturali – territori, tema certo non nuovo, ma esploso nell’annus horribilis che abbiamo appena salutato senza rimpianti. Il Covid, infatti, ci ha obbligato a rileggere le nostre economie, le nostre città, le nostre case ed anche molti servizi, a partire evidentemente da quelli socio-sanitari per arrivare a quelli legati al mondo della cultura.

Gianpaolo Scarante ha preso le mosse da quanto fatto dall’Ateneo Veneto e ci regala un intervento pieno di ottimismo con due indicazioni (più una riflessione sull’annoso rapporto tra Mestre e Venezia) del tutto condivisibili. Ma quanto scrive vale per tutte le tipologie di istituzioni culturali? Già l’intervento di Guido Zucconi articola il tema e vorrei proseguire sulla strada da lui suggerita.

ytali è una rivista indipendente. Vive del lavoro volontario e gratuito di giornalisti e collaboratori che quotidianamente s’impegnano per dare voce a un’informazione approfondita, plurale e libera da vincoli. Il sostegno dei lettori è il nostro unico strumento di autofinanziamento. Se anche tu vuoi contribuire con una donazione clicca QUI

Prendiamo ad esempio i musei che in questi mesi si sono letteralmente scatenati per immaginare e proporre modalità di fruizione differenti. Ne abbiamo viste di ogni: conservatori impegnati nel raccontare le collezioni con innumerevoli video; curatori pronti a squadernare nei minimi particolari le mostre sospese e anche le idee che stanno covando per future esposizioni; direttori portare a spasso per sale chiuse il visitatore, per non parlare del settore che è il cuore oramai di ogni istituzione museale ovvero la didattica. Tutti contenuti replicati su ogni canale social possibile (si vedrà nel prossimo futuro – che è già presente – come si cimenteranno con l’ultimo arrivato: Tik Tok). Ma… ci sono tanti ma.

Biblioteca Gianni Milner, Fondazione Ugo e Olga Levi

Il primo: gran parte del materiale prodotto è di bassa qualità. Non mi riferisco ai contenuti veicolati, ma a come questi sono confezionati. Spesso ci si racconta che basti un telefonino, ma non è vero. E credo che non ci sia cosa peggiore per un’istituzione culturale del realizzare prodotti che non siano curati in ogni loro aspetto. Inoltre questo sforzo immane è stato ripagato? Durante i mesi della prima ondata, mentre lo slogan “andrà tutto bene” imperversava come legame di una comunità, quella italiana, che si scopriva, almeno nel suo racconto, unita e meno legata al “particolare”, i musei sono riusciti a inserirsi perfettamente in questa narrazione. Ma i numeri reali quali sono? Quanti i contatti? Abbiamo assistito a un’orda produttiva bulimica che tutto travolgeva, a partire dagli stessi fruitori. Non ho mai pensato al digitale come a un’arma di distrazione di massa, creatrice di uno sguardo superficiale che non agevola l’accesso all’esperienza culturale. Ma a volte si è passato il segno, anche rispetto alla lunga esperienza di tante istituzioni che hanno sposato con entusiasmo il linguaggio digitale dandosi alla sperimentazione, uscendo dalla propria comfort zone e andando perfino contro i desiderata dei propri pubblici di riferimento. Di questi format creati dall’oggi al domani quanti avranno uno sviluppo nelle strategie museali anche dopo il Covid? Quanti sono stati pensati con l’ambizione di continuare in seguito e di consolidare i numeri raggiunti? Tanti contenuti sono stati prodotti da personale che solitamente è impegnato in altro e quindi difficilmente potrà proseguire in queste attività.

Venezia 5 dicembre 2020. Ateneo Veneto, Aula magna, cerimonia di chiusura del 208° anno accademico dell’Ateneo Veneto

Inoltre, al di là della qualità del prodotto e della capacità delle istituzioni di insistere su questa strada, i musei sono delle istituzioni “sociali”, non solo perché gli oggetti esposti sono fisici e richiedono la presenza del visitatore, ma anche perché la dimensione comunitaria della visita non potrà – io credo – essere rimpiazzata dal digitale. Ciò vale anche per le installazioni multimediali sempre più presenti, ma pensate per dare il loro meglio se fruite collettivamente grazie a “effetti speciali” che, se ben realizzati, amplificano il contenuto e il messaggio che sono alla base curatoriale della loro creazione. Installazioni peraltro impossibili da esportare sul web senza banalizzarle e rovinarle. Questa dimensione di visione collettiva, che lascia peraltro anche lo spazio a una fruizione intima se non solitaria, penso sia il bello dei musei e della loro duttilità che viene ben prima della Rete. I musei, infine, vivono sempre più di didattica e la didattica a distanza abbiamo ben visto che ha un funzionamento tutt’altro che facile, ma soprattutto i nostri ragazzi devono crescere assieme ai loro coetanei non certo dietro a un monitor.

Insomma, i musei sono un organismo complesso, dei “centri” in cui la missione di conservazione di beni materiali e immateriali è centrale, ma solo se al servizio di funzioni sociali sempre più marcate che li rendano integrati con il territorio. La nostra città, Venezia, non solo ne ospita in gran numero ma sono tra loro indissolubilmente legati (o almeno dovrebbero esserlo). I musei non sono separabili dal contesto fisico e questo li rende impossibili da trasportare nel virtuale.

Se questo vale per i musei credo ci sia un altro ambito ampiamente presente a Venezia per il quale il discorso, seppur differente, risulta sovrapponibile, ovvero quello delle biblioteche e degli archivi. Parlando dell’istituzione che presiede, Scarante non ha fatto riferimento alla biblioteca dell’Ateneo Veneto, forse perché il gabinetto di lettura dell’Istituto ha sempre vissuto una storia minore, direi travagliata – nessuno se ne voglia – rispetto al resto dell’istituzione? E aggiungo per fortuna: se nell’Ottocento le idee dell’allora presidente dell’Ateneo Giovanni Querini Stampalia si fossero inverate in campo San Fantin probabilmente non sarebbe mai nata la Fondazione che ne porta nome e quindi nemmeno quella che tutti i veneziani considerano la biblioteca della città. O forse perché queste istituzioni, più ancora dei musei, mantengono una funzione che non può essere svolta “da remoto”? Qui non mi riferisco tanto alla valenza di luoghi per la socialità e lo scambio di idee che vivono a latere del momento di studio silenzioso e privato, quanto all’essenza delle loro collezioni che non potranno mai essere digitalizzate per intero.

Questo vale anche per gli archivi di cui alcuni fondi andrebbero invece digitalizzati per mille motivi validissimi, salvo aprire con questa considerazione altri scenari complicati e ben noti. Basti leggere, ad esempio, l’articolo “Gli archivi archiviati” di Filippo Ceccarelli uscito sull’ultimo numero del Venerdì de La Repubblica dove si racconta la fine ingloriosa di molti fondi digitalizzati e poi abbandonati al loro destino: lo smaterializzare dei contenuti è solo il primo passo di un processo quotidiano di conservazione, ma l’obsolescenza informatica è molto più rapida di quella di un supporto cartaceo, anche il più scadente (se lo ricordino anche le molte istituzioni che hanno caricato i loro contenuti su piattaforme varie e conservano in modo approssimativo l’originale del loro lavoro con il rischio che in pochi anni tutti gli investimenti fatti vadano persi). 

Tutto ciò non toglie che l’ibridazione potrà essere la chiave del futuro per musei, biblioteche e archivi che li aiuterà anche a consolidare il legame con il pubblico che già oggi li frequenta. Inoltre, e soprattutto, potrebbe portarne di nuovo. In tal senso quanto si sta sperimentando durante questi mesi andrà studiato, bisognerà fare delle scelte e ciascuna istituzione dovrà darsi una strategia chiara rispetto agli obiettivi da perseguire e raggiungere. Un tema chiave per rileggere Venezia e chi vogliamo che la abiti e la frequenti: in questo processo di rigenerazione, che sappiamo essere vitale per la Città, le istituzioni culturali, soprattutto quelle più radicate nel contesto cittadino – e sono moltissime – rappresentano un tassello determinante.

Una delle ultime mostre a Venezia in era pre-Covid. Gli acquerelli di Mario Gazzeri nello spazio Micromega Arte e Cultura

Fin qui l’analisi di quanto avvenuto e gli auspici per il prossimo futuro, ma mentre scrivevo questo intervento la cronaca venezianissima ha avuto il sopravvento. Assistiamo ancora infatti, seppur non silenti, all’operato di un’amministrazione con cui il discorso arretra: non si ragiona di come ibridare il reale con il digitale per rivitalizzare la città, né tanto meno di come rendere Venezia luogo di produzione culturale e non di solo consumo, né tanto meno di come renderla realmente, per usare un vecchio slogan sempre attuale, città degli studi. Il ragionamento si ferma al tema se aprirne o meno i musei appena sarà possibile. Rispetto a quanto si legge su ytali, e in generale nel dibattito nazionale, un triplo salto (mortale!) all’indietro.

La nota positiva è che molta parte della città si è ribellata a tale visione statica e priva di prospettive, tanto da far comparire anche alcune incrinature in una maggioranza fino a oggi granitica, guidata, con le buone e con le cattive, dal sindaco Brugnaro. Ora sta a tutti noi far sì che questo possa aiutare a uscire dal “Com’era dov’era” che, in questo caso, per Venezia significherebbe un’agonia neppure troppo lenta. 


Copertina: Venezia 5 dicembre 2020. Ateneo Veneto, Aula magna, cerimonia di chiusura del 208° anno accademico dell’Ateneo Veneto

Il futuro ibrido delle istituzioni culturali. Il caso di Venezia ultima modifica: 2021-01-05T14:46:49+01:00 da GIUSEPPE SACCA'

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento