“Le Muse Inquiete” della Biennale

Chiusa in anticipo rispetto al previsto a causa del Covid-19, la mostra ripercorreva la storia della Biennale, nella ricorrenza dei 125 anni dalla sua fondazione. Un appuntamento che dovrebbe diventare fisso per le nuove generazioni. Per organizzare “innumerevoli” mostre, grazie allo straordinario materiale dell’Archivio storico della Biennale.
GIANNI DE LUIGI
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Sono stati pubblicati da poco i cataloghi della interessantissima mostra “Le Muse Inquiete”, una delle esposizioni più importanti sulla storia della Biennale, voluta fortemente dal nuovo presidente Roberto Cicutto. La mostra doveva terminare l’8 dicembre ma la chiusura, purtroppo, è stata anticipata causa Covid-19 al 5 novembre. I veneziani, soprattutto, avrebbero dovuto vedere la mostra.

Vedere questa esposizione è stato per me come ripassare un grande passato, osservare una sorta di curriculum della mia famiglia in senso allargato. Le Muse hanno fatto riemergere i Sommersi, il primo in ordine di tempo Mario De Maria, l’architetto e proprietario dei Tre Oci. Fu lui insieme ad artisti, letterati e uomini di cultura che riunitosi al caffè Florian attorno a Riccardo Selvatico, divenuto Sindaco, fecero nascere l’idea della Biennale che verrà fondata “ufficialmente” nel 1893. De Maria progettò la facciata del Padiglione Centrale e alla mostra delle Muse si poteva ammirare la sovrapposizione di questa a quella odierna.

E poi le presenze di mio padre Mario De Luigi, che dal 1930 al 1978 espose e collaborò agli allestimenti con Carlo Scarpa, oltre a selezionare gli artisti per il Padiglione Venezia. Mio fratello Filippo De Luigi, regista e produttore scomparso mesi fa, immortalato in alcune fotografie del 1968 con Pier Paolo Pasolini e i fratelli Taviani e mentre viene arrestato dalla polizia durante le “giornate del cinema”.

Ho rivisto tutte le Biennali a cui ho partecipato dal 1965, a diciannove anni come attore, e poi come autore e regista dal 1973 sotto la direzione di Luca Ronconi e Franco Quadri. Nel ’79, ’80 e ’81 con Maurizio Scaparro. Nel 1985 sotto la direzione di Franco Quadri, con Dario Fo ai Tre Oci dove organizzai un laboratorio mentre Fo preparava il suo spettacolo “Hellequin, Harlekin, Arlekin”. Nel 1986 con un’installazione ideata con mio fratello Ludovico De Luigi alla Biennale d’arte di Maurizio Calvesi e dal 1999 al 2001 con Carolyn Carlson, creando l’Accademia Isola Danza a San Giorgio, riaprendo il compianto teatro Verde alla città. L’ultima partecipazione con lo spettacolo “La Sposa Persiana” di Carlo Goldoni.

Dal vademecum, il titolo della mostra si riferisce alla Muse, le divinità della mitologia greca, figlie di Zeus e Mnemosine, che rappresentano varie discipline artistiche e che qui sono una metafora dei sei settori della Biennale, Arti Visive, Architettura, Cinema, Danza, Musica e Teatro. Figlie della memoria le muse si volgono al passato con uno sguardo retrospettivo, ma grazie alla forza della creazione artistica immaginavano nuovi mondi e nuove possibilità.


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La mostra dovrebbe diventare un appuntamento fisso per le nuove generazioni come suggeriscono le Muse. L’Archivio storico della Biennale che ha più di tre milioni di documenti offre la possibilità di organizzare “innumerevoli” mostre. Potrebbe essere un’idea proporre le Muse inquiete all’M9, creare una collaborazione con la Biennale in funzione di un vero museo del Novecento, una sorta di biblioteca di Babilonia.

Ricordo con ammirazione la lungimiranza di chi ha portato al massimo splendore l’Archivio storico: Wladimiro Dorigo. L’ex consigliere regionale, che dal 1972 al 1983 lavorò come Conservatore proprio dell’Archivio Storico della Biennale, lascia un’eredità di contenuti per un lavoro pragmatico: raccoglierlo dovrebbe essere l’aspirazione per costruire il polo della memoria novecentesca. Wladimiro Dorigo fu anche direttore del settore teatro e portò quel settore a competere con le Arti Visive e il Cinema. Beckett in persona, Ionesco, Living, teatro No…

Grazie a questa mostra le Muse hanno portato finalmente la Biennale a guardarsi dentro. Se il nuovo presidente mantiene la rotta, questo è il modo di navigare nel nuovo Millennio. Forse potremmo passare da una Biennale “a” Venezia alla Biennale “di” Venezia. Siamo ancora senza sestante.

Spero che questa pandemia non mi lasci in questa abissale solitudine in cui ero già prima ancora che il Covid-19 ci costringesse. Mi chiedo: e se rivalutassimo l’Utopia alla ricerca della società ideale? Oltre che clandestino, mi sento utopista. Nel linguaggio comune è sinonimo di visionario. Di chi acchiappa nuvole. Insomma uno che insegue l’impossibile, che si illude di costruire una società ideale. Come usciremo da questa pandemia che dovrebbe indicarci un processo di umanizzazione? La difficile via del rinnovamento è in marcia.

“Le Muse Inquiete” della Biennale ultima modifica: 2021-01-06T11:59:33+01:00 da GIANNI DE LUIGI

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1 commento

ytali. - Venezia e il Giorno della Memoria. Parla Giulia Albanese (Iveser) 25 Gennaio 2021 a 10:12

[…] Dagli anni Novanta l’Iveser è stato un punto di riferimento per la capacità di raccogliere documentazione sulla storia politica della città, di cui è oggi un serbatoio fondamentale, grazie all’importante fondo Chinello, al recupero di quanto restava dell’archivio dell’Istituto Gramsci (gettato dai suoi legittimi proprietari), ai fondi della Cgil veneziana, alle carte degli avvocati militanti Battain e Scatturin o al fondo Scano, recentemente inventariato. Difficile non passare per di qui quando si vuole ricostruire la storia della Venezia del secondo Novecento, come dimostra il fatto che persino la Biennale ha pensato di utilizzare alcuni nostri materiali per la mostra Le muse inquiete. La Biennale di Venezia di fronte alla storia.  […]

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