#MuseiAperti. Se firma una donna

È molto “al femminile” la lista delle adesioni all’appello lanciato dalla nostra rivista. La cosa non deve sorprendere...
scritto da VIRGINIA BARADEL
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Ci sono professioniste e consumatrici, esperte e amanti, dell’arte s’intende. Una moltitudine di firme femminili affollano l’appello per la riapertura dei Musei veneziani lanciato da ytali. Viene da pensare che la statistica abbia sostituito l’ideologia sollevando dall’imbarazzo di dire e non dire di uno specifico di genere riguardo l’arte che negli anni Settanta lasciava indifferenti le artiste femministe della rivista Heresies, ma non una raffinata intellettuale d’arte contemporanea come Lea Vergine.

Dunque le strade sono due: o far finta di niente, o intrigare con qualche malizia il buonumore acritico della statistica. Come mai tantissime donne hanno commercio, familiarità, passione per l’arte? Non può essere passato inosservato ad alcuno che i visitatori di mostre e musei sono soprattutto donne e che gli uomini spesso fanno coppia con una donna. Anche nell’Ottocento e nel primo Novecento alle signorine di buona famiglia era concesso e financo incoraggiato d’occuparsi d’arte: musica, canto, ricamo e arte. Potevano anche imparare a dipingere, meglio privatamente, molto meglio da un anziano pittore che nell’ambiente promiscuo e sbarazzino delle Accademie o delle Scuole pubbliche. Negli articoli sui quotidiani del tempo non mancavano mai gli apprezzamenti per le presenze femminili alle esposizioni. D’accordo c’erano le eccezioni, che aumentarono di brutto dopo la prima guerra mondiale. Ma che fatica concedersi alla vocazione e battagliare per farsi notare. La complicità con i colleghi durava il tempo della formazione e della scalata, poi ai primi venti di affermazione calava d’intensità.

Bisognava essere forti e spregiudicate come Suzanne Valadon, anticonformiste, audaci e anche un po’ fatte per sprigionare abilità e originalità senza porsi problemi e bisognava anche avere intorno l’ambiente giusto. Meglio se si riesce a non finire schiacciate e infilzate in un incidente tramviario per aver strepitosa materia su cui lavorare come Frida. L’urto dell’infelicità per un desiderio carnale di palingenesi può portare al suicidio piuttosto che alle graduatorie di Art Review come per Diane Arbus e Ana Mendieta. 

Ma i tempi sono cambiati. Sì, sono cambiati. Troviamo donne artiste in pole position, celebri, acclamate, potenti. Il corpo maltrattato di Francesca Woodman non è il corpo che supera ogni sforzo e lo trasforma in oro di Marina Abramovic. Per non dire della mitica, anziana Louise con il fallo di bronzo sottobraccio come baguette e l’enorme mamma-ragno a Bilbao. Dunque ci siamo. Forse. 

Dove invece le presenze femminili affollano a mille è in ogni piega dell’offerta e della domanda di conoscenza sull’arte. Dalle soprintendenze, ai musei, alle fondazioni, alle università, alle accademie, alle gallerie. E, dall’altra parte, uno stuolo di appassionate legge, s’informa, guarda i programmi d’arte, visita mostre e musei. Si pone con ogni evidenza il tema del valore dell’arte nelle vite vissute in prima persona, prima di ogni dibattito sull’importanza della cultura dell’arte. Un folto e motivato popolo femminile gode dell’oggetto d’arte, paradossalmente dell’unicum in tempi di digitale sovrano. Firmano perché si possa entrare nei musei, dell’opera in presenza. 

L’“ineffabile” che Umberto Eco cacciava dalla finestra di un sapere che scavava impertinente in ogni angolo d’opera, rientra in gioco ma né come estasi contemplativa né come obbligo consumistico. Firmo ergo sum. Non ci sono stereotipi, mode, influencer a scaldare i motori. La firma è interessata all’unicum e non alla sua riproducibilità. All’aura e non alla conformità. È un fatto: le firme femminili abbondano, sovrastano, esondano dalle case come dalle istituzioni e dalle aule. Non è ideologia, è statistica.

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#MuseiAperti. Se firma una donna ultima modifica: 2021-01-06T17:19:29+01:00 da VIRGINIA BARADEL

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