Rivelino, Marsden e l’amore per il calcio

Ci sono mille modi per intendere e interpretare il calcio, tutte ottime ragioni, sia pur diverse, per innamorarsene da bambini e non staccarsene più.
scritto da ROBERTO BERTONI
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Ci occuperemo qui di due personaggi diversissimi che, tuttavia, rispondono perfettamente, con il proprio esempio, alla domanda che talvolta ci è stata posta: perché amate così tanto il calcio? Roberto Rivelino, l’italiano che fece innamorare il Brasile, veniva da una famiglia originaria di Macchiagodena (Isernia), il cui vero cognome era Rivellino, cui i brasiliani tolsero una elle per sentire quei figli della miseria e della fame più loro.

E di quel ragazzo baffuto, simpatico, nato il 1° gennaio 1946, se ne innamorano subito. Ne erano partiti di bastimenti da quando i Rivellino avevano deciso di compiere il fatale passo! Piroscafi a non finire, diretti nel nuovo mondo, alla ricerca di una dignità, di un futuro migliore e di tutte le speranze che oggi quest’Europa trasformata in fortezza si permette di negare ai poveri cristi in fuga dall’Africa.

Rivelino era un numero 10 puro, uno dei cinque tenori che il magno Brasile di Zagallo si permise di schierare a Città del Messico contro un’Italia, quella valcareggina, che per ragioni politiche e idiozie di varia natura si permise di lasciar fuori Rivera, pallone d’oro in carica, da una finale che a ogni modo avremmo perso comunque. Contro quella sinfonia di geni c’era, infatti, poco da fare. Quasi nessuno ricorda il nome del portiere, povero Felix! E anche dei difensori si fa fatica a conservare memoria.

Ma quei cinque assi no, quei cinque miti rimarranno per sempre nei sogni e negli incubi di chi li ha visti giocare e di chi li ha rivisti dopo, a cosa fatte, quando ormai tutti sapevano che Pelé non era umano e che il tapino Burgnich, che pure era un signor difensore, nulla avrebbe mai potuto contro una statua d’ebano capace di restare sospesa nell’aria per un tempo indefinito, incornando di testa il pallone e gettando Albertosi nello sconforto.

Quel 21 giugno 1970 pareggiammo vanamente con Boninsegna sul finire del primo tempo ma nella ripresa fummo costretti alla resa definitiva, dato che, oltre a Pelé, erano saliti in cattedra Gerson, Jairzinho, Tostão e per l’appunto Rivelino, i cinque numeri 10 delle principali formazioni brasiliane, uniti nella lotta e accomunati dal desiderio di aggiudicarsi per la terza volta, cioè per sempre, la bellissima Coppa Rimet.

Roberto Rivelino

Gerry Marsden è stato, invece, il leader dei Gerry and Pacemakers, band inglese che ebbe un grande successo negli anni Sessanta, ma soprattutto è colui che ha composto il leggendario “You’ll never walk alone”, l’inno del Liverpool che risuona ad Anfield Road ogni volta che i Reds scendono in campo. Li si può amare o detestare, i Reds. Si possono – anzi si devono – disprezzare gli hooligan che compirono la strage dell’Heysel, si deve condannare ogni violenza. Ma il Liverpool era e resta un patrimonio del calcio mondiale, con il suo inno leggendario, la sciarpata dei suoi inimitabili tifosi, il suo essere lo specchio fedele di una grande città socialista nell’Inghilterra da quattro decenni ostaggio del liberismo arrembante e oggi anche un bel simbolo della lotta al razzismo, contro ogni malvagità, ogni sopruso, ogni ingiustizia, in nome di una fratellanza universale ben testimoniata dall’attacco multietnico e formidabile che da qualche anno fa la fortuna dello squadrone di Klopp.

Chi non ha mai assistito all’immagine di Anfield che incita i propri beniamini, chi non ha visto il Liverpool rimontare e, infine, eliminare il Barcellona in Champions League, chi pensa che, in fondo, si tratti solo di una bella canzone, mi spiace, ma non può capire. “You’ll never walk alone” è un motto, una poesia, l’essenza di una compagine che ha fatto della comunità la sua forza e dell’unione di intenti ciò che la rende inimitabile.

Un mito individuale in un contesto di miti individuali che diventano un collettivo epico grazie alla capacità di fare fronte comune e un collettivo mitico in grado di rendere campioni dei buoni giocatori e fenomeni assoluti dei talenti che avrebbero brillato ovunque ma che a Liverpool hanno trovato una consacrazione umana oltre che sportiva: di questo stiamo parlando.

Il che dimostra che ci sono mille modi per intendere e interpretare il calcio, tutte ottime ragioni, sia pur diverse, per innamorarsene da bambini e non staccarsene più.

Rivelino, Marsden e l’amore per il calcio ultima modifica: 2021-01-08T10:57:21+01:00 da ROBERTO BERTONI

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