Nancy Pelosi. La speaker carismatica che ha messo ko il presidente sovversivo

Da diciott’anni è la leader dei democratici alla Camera, dove ha dimostrato impareggiabili doti di sintesi e strategia politica. Un’alleata di cui il nuovo presidente non potrà fare a meno.
MATTEO ANGELI
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È il nemico numero uno di Donald Trump. Rieletta il 3 gennaio speaker della Camera dei rappresentanti per la quarta volta non consecutiva, Nancy Pelosi comincia il nuovo mandato nello stesso modo in cui aveva finito il precedente: tentando di salvare la democrazia americana da un presidente sovversivo. Dopo l’assalto al Congresso degli Stati Uniti da parte di una folla di sostenitori di Trump, Pelosi ha minacciato di lanciare una procedura di impeachment contro il presidente uscente, se questo non si dimetterà immediatamente.

Una minaccia dalla forte carica simbolica, destinata però a restare sulla carta, visto che The Donald dovrà in ogni caso abbandonare la Casa Bianca tra qualche giorno. Mercoledì 20 gennaio si tiene infatti la cerimonia d’insediamento del presidente eletto, Joe Biden. Ma non è il caso di abbassare la guardia: per questo, Pelosi avrebbe discusso con i vertici militari le precauzioni per evitare che il presidente uscente avvii ostilità militari o, addirittura, ordini un attacco nucleare.

L’insediamento di Biden aprirà un nuovo capitolo nella carriera politica quasi cinquantennale della leader democratica. Con Kamala Harris vicepresidente, Pelosi non sarà più la donna più potente del paese. Ciononostante, la speaker giocherà un ruolo decisivo nel far avanzare l’agenda del nuovo commander in chief.

A ottant’anni, Pelosi è infatti ancora una colonna portante del Partito democratico. Ha affrontato il trumpismo da guerriera, infliggendo al presidente repubblicano e ai suoi seguaci una serie di cocenti sconfitte. Per questo, i repubblicani la odiano e ne hanno fatto uno dei loro capri espiatori preferiti, bollandola con l’etichetta spregiativa di “liberal di San Francisco”, il distretto che lei rappresenta nella House of Representatives.

La storia di Pelosi, però, comincia dal lato opposto del continente, sulla costa orientale, a Baltimora, nel Maryland, dove l’italo-americana Nancy D’Alessandro nasce nel 1940, ultima di sette fratelli. La politica e, soprattutto, il Partito democratico, sono un affare di famiglia. Il padre, Thomas D’Alessandro, deputato per il Maryland e poi sindaco di Baltimora, è vicino ai presidenti democratici Roosevelt e Kennedy. Già a tredici anni, Nancy si avvicina al mondo del padre, distribuendo volantini e rispondendo al telefono per lui. Ha la politica nel sangue.

Studia al Trinity College di Washington, dove conosce il futuro marito, l’uomo d’affari Paul Pelosi. Da lì, i due si spostano prima a New York e poi nel 1969 a San Francisco. Arrivata sulla costa occidentale, Pelosi ha cinque figli – quattro femmine e un maschio – nello spazio di sei anni. Nel 1976, s’impegna attivamente nella vita politica del Partito democratico in California: lavora per la campagna di Jerry Brown, governatore californiano candidato alle primarie del Partito democratico. Grazie alle sue vecchie conoscenze, lo aiuta addirittura a vincere nel Maryland. Pelosi può contare sul patrimonio suo e del marito, che è oggi stimato tra i sedici e i trenta milioni di dollari (la ricchezza è l’unico punto in comune con Trump). Organizza eventi di raccolta fondi, si fa conoscere nella regione, fino a diventare nel 1981 la presidente del Partito democratico in California, bastione “blu”, dove i dem vanno da sempre particolarmente forte. In questo ruolo, si fa apprezzare per la sua abilità nella raccolta di finanziamenti e nella scelta dei candidati.  

Nel 1987, all’età di quarantasette anni, il grande salto. Muore la deputata Sala Burton e il Partito democratico sceglie Pelosi per rimpiazzarla, candidandola nel distretto che comprende il centro di San Francisco. Si tratta di una delle circoscrizioni più saldamente in mano ai democratici in tutta la nazione: la detengono dal 1949. Nancy vince e continuerà a farlo fino a oggi, in sedici rielezioni successive, ogni due anni. Da deputata rappresenta quindi una città particolarmente progressista, faro della cultura americana.  

Per questo, non stupisce che fin dall’inizio della sua carriera di deputata, Pelosi porti avanti una serie di battaglia tipicamente liberal. Ad esempio, nel suo primo discorso al Congresso, il 9 giugno 1987, Pelosi dice di esser stata eletta per combattere contro l’AIDS, che in quegli anni mieteva numerose vittime tra la comunità omosessuale di San Francisco e non solo. Un discorso in forte contrasto con l’inazione del presidente Ronald Reagan, che non aveva saputo né agire né parlare adeguatamente di questa malattia.

Fin dal suo primo mandato, Pelosi difende a spada tratta i diritti degli immigrati, il diritto all’aborto, al matrimonio tra persone dello stesso sesso e, più in generale, i diritti della comunità LGBTQ. E questo nonostante la sua fede cattolica. A tal proposito, nel 2012 dichiara al Washington Post che la sua fede cattolica – malgrado gli insegnamenti ufficiali della chiesta – la spinge “a opporsi a ogni tipo di discriminazione nel nostro paese”.

Prende posizioni difficili. Nel 1991 vota contro la prima Guerra del Golfo. Ma pian piano, scala il partito. Nel 2001 corre per diventare “minority whip”, numero due del partito alla Camera dei rappresentanti, incaricata di assicurarsi che i dem votino uniti. Ce la fa e l’anno successivo, nel 2002, diventa leader dell’opposizione democratica alla Camera. I colleghi ne ammirano soprattutto la capacità di tenere unito il partito di fronte agli avversari e l’abilità nella raccolta fondi, due doti che le sono riconosciute ancora oggi.

Nel 2003, un altro voto scomodo: è tra i pochi deputati di spicco a votare contro l’invasione degli Stati Uniti in Iraq. Una presa di posizione che però paga qualche anno più tardi, quando i democratici riprendono la House of Representatives, dopo dodici anni di controllo interrotto da parte dei repubblicani. Pelosi è eletta speaker della Camera, diventando così la prima donna nella storia degli Stati Uniti a occupare questa posizione. Si tratta della terza carica istituzionale del paese, dietro a presidente e vicepresidente. In occasione della nomina, Pelosi dice

È un momento storico per il Congresso e per le donne di questo paese. Un momento che abbiamo atteso per più di duecento anni. Per le nostre figlie e le nostre nipoti, oggi abbiamo rotto un soffitto di marmo. Per le nostre figlie e nipoti, il cielo è il limite, tutto sarà possibile per loro.

Lo speaker della Camera ha un ruolo molto importante nella politica statunitense: in quanto leader del partito di maggioranza, decide l’agenda e le regole dei dibattiti, determinando in questo modo le leggi che sono discusse e votate. Se lo speaker riesce a tenere unito il suo partito, la macchina legislativa della Camera funziona senza intoppi. 

Durante la sua presidenza, Barack Obama può contare, dal 2009 al 2011, su una Camera guidata da Pelosi. Questo permette, tra le altre cose, l’approvazione di un piano di rilancio da 840 miliardi di dollari, in seguito al collasso economico del 2008, e l’adozione dell’Affordable Care Act, misura che definisce l’eredità di Obama e che amplia la copertura sanitaria offerta ai cittadini, consentendo a milioni di statunitensi di stipulare un’assicurazione privata grazie ad aiuti pubblici. Secondo Marc Sandalow, giornalista che su Pelosi ha scritto una biografia, la speaker gioca un ruolo decisivo nella riforma dell’assicurazione sanitaria, perché “è un’impareggiabile stratega, che sa lavorare dietro le quinte per ottenere i voti necessari”. Instancabile, si dice che si svegli tutti i giorni alle 5:30 e che vada raramente in vacanza.  

Questi successi non impediscono ai democratici di perdere la Camera nel 2011. Pelosi non è più speaker, ma non è la fine della sua carriera politica. Resta leader dell’opposizione fino al 2018, quando alle elezioni di Midterm, i dem riprendono il controllo della House of Representatives. Per Pelosi comincia la stagione fin qui più dura. Viene rieletta speaker, nonostante non pochi nel partito credano che sia troppo vecchia per il ruolo. Considerata troppo liberal dai moderati, non abbastanza dai progressisti, Pelosi convince i compagni di partito a puntare ancora su di lei, dicendo che lascerà il posto di speaker al più tardi nel 2022.

Guida così l’offensiva dem in vista delle elezioni del 2020, in due anni che sono come una guerra di trincea. Ripulisce la sua immagine dagli insulti dei repubblicani, umiliando Trump per due volte in diretta tv, in occasione del discorso sullo stato dell’unione, relazione che il presidente tiene una volta all’anno davanti al Congresso, convocato a sezioni unite. Nel 2019, quando Trump – che aveva riempito gli avversari democratici d’insulti durante la campagna elettorale – invita i deputati a rifiutare “la politica della vendetta e della resistenza e ad abbracciare la cooperazione, il compromesso e il bene comune”, Pelosi, che siede dietro di lui, si alza e, con in volto una smorfia decisamente sarcastica, comincia ad applaudire avvicinando le mani al volto del presidente. La scena diventa virale. Come quando, durante il discorso sullo stato dell’Unione successivo, Pelosi straccia in diretta la copia dell’intervento di Trump, mentre lui sta finendo di parlare. 

Gesti di una resistenza silenziosa ma efficace, alla quale si aggiunge il tentativo di destituire il presidente sovversivo. Pelosi ha infatti guidato l’offensiva che ha portato Trump a essere il terzo presidente messo sotto impeachment nella storia degli Stati Uniti. 

Su questo terreno si consuma uno scontro interno ai dem, con l’ala sinistra, guidata da Alexandria Ocasio-Cortez che chiede fin da subito l’apertura di un processo d’accusa contro Trump e Pelosi che preferisce temporeggiare. La speaker è memore dell’impeachment dei repubblicani contro Bill Clinton, nel 1998, che portò il Grand Old Party a perdere la maggioranza del Congresso. Col passare del tempo però la speaker si lascia convincere. In seguito alla pubblicazione di rivelazioni secondo cui Trump avrebbe fatto pressioni sul presidente ucraino per far avviare un’inchiesta nei confronti del figlio di Biden e quindi screditare il rivale politico, nel dicembre 2019 la Camera, a maggioranza democratica, chiede la rimozione di Donald Trump dalla presidenza degli Stati Uniti. Abuso di potere e ostruzionismo, questi i due capi d’accusa. Il Senato, in mano ai repubblicani, scagiona poi Trump, ma la mossa di Pelosi serve comunque a mobilitare la base democratica in vista del voto del 2020.  

Un voto che ha permesso al ticket Biden-Harris di vincere, ma che ha anche comportato un arretramento dei democratici alla Camera, contro ogni attesa della vigilia. Il divario tra dem e repubblicani si è ridotto, con i primi che dispongono “solo” di duecentoventidue seggi, contro i duecentoundici dei secondi. Per Pelosi, rieletta speaker per un quarto mandato, comincia la sfida forse più difficile: dovrà tenere unita una maggioranza risicata e spaccata al suo interno. Il margine di errore è ridotto. La posta in gioco, invece, altissima. Ne va del successo della rivoluzione democratica di Joe Biden.

Nancy Pelosi lo sa bene. Negli ultimi diciott’anni, ha dimostrato di saper guidare la nave democratica, tenendo serrati i ranghi, attraverso le varie tempeste scatenate di volta in volta dagli avversari repubblicani. Per lei inizia l’ennesimo viaggio, il più importante di tutti.

Nancy Pelosi. La speaker carismatica che ha messo ko il presidente sovversivo ultima modifica: 2021-01-09T20:01:20+01:00 da MATTEO ANGELI

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