Washington. Lo scherzo dell’ariete

scritto da MARTINO BRANCA
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Molti anni fa la Formula Uno colorava di rosso. Due piloti, entrambi con Ferrari, erano in lizza per il primato. L’uno era campione indiscusso, Niki Lauda, l’altro giovanissimo e rampante, Gilles Villeneuve. In una gara il ragazzo inseguiva il più affermato. Lo tallonava da presso. Voleva stupire con un sorpasso strepitoso. Si apprestava a colpire dopo una curva, dove le auto spingono a fondo per superarsi sul dritto sfruttando le scie. Ma a sorpresa, anziché accelerare, in quel punto il campione ha lascito il pedale. E il cane ha tamponato la lepre. Villeneuve ha perso la gara con l’alettone in frantumi.

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È una tattica paradossale. Ma pagante. Consiste nel vincere cedendo. In un modo o in un altro. 

Una mossa maligna consente il trionfo nel tiro alla fune. Appartiene all’esperienza di tutti. Il confronto è un tirarsi. Ciascuno vuol costringere l’altro a violare la linea che separa i due campi. Ma il più furbo può giocare diverso. Aspetta il momento apicale. E quando la corda è più tesa che mai l’abbandona, lascia di colpo. L’altro decolla per la propria forza e ruzzola senza rimedio tra la polvere e il cordame, sconfitto dalle risate dei presenti.

Il trucco non è connaturato alla trazione o alla velocità. Funziona anche in compressione. Ad esempio nel caso di un assedio. Gli attaccanti devono aprire una falla nella difesa assediata. Hanno un attrezzo dal nome eloquente: l’ariete. Lo brandiscono in tanti. Puntano una porta urbica e corrono a testa bassa sicuri di sfondare con l’energia cinetica del mezzo. Ma le cose possono andare altrimenti. Succede se gli assediati, invece di sbarrare i battenti con puntoni e traverse, aspettano il momento dell’impatto per spalancarli all’improvviso. Allora, scippati a sorpresa dell’ostacolo previsto, gli assalitori rovinano all’interno, travolti dal peso dell’ariete e dalla loro stessa furia.

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Facciamo il caso di Washington D.C.. Il candidato sconfitto aveva istigato i suoi fedeli con parole chiare. Doveva essere un assedio al Campidoglio. Il senato avrebbe rinviato la nomina del presidente sotto l’effetto di una pressione dura, massiccia, minacciosa, cogente, forte di contenuti ineludibili: l’America offesa dalla frode, la giusta rabbia del popolo scippato, i patrioti in prima linea, i tafferugli, il fumo dei lacrimogeni, i possibili incidenti, magari gravi. Tutto questo al di fuori, intorno alle scalinate del palazzo. Era scontato che le forze dell’ordine avrebbero arginato gli assalti facendo scudo all’Istituzione. Invece nel momento del contatto i poliziotti erano curiosamente pochi. E si son fatti da parte. Rimosso l’ostacolo, gli insorti hanno dilagato all’interno sorpresi dalla propria spinta, senza un disegno, resi spavaldi dall’ignoranza che è la loro arma vincente. 

Il piano prevedeva deterrenza. Le truppe hanno sfondato. Lo stratega ha perso la guerra.

Ora si tratta di capire a chi va il merito. 

Abbiamo assistito all’agio dell’astuzia politica sull’idiozia della forza? I discorsi dei due antagonisti aiutano a capire. 

Joe Biden è parso commisurato al ruolo: preciso, ecumenico, angosciato ma statista. Dapprima ha parlato al cuore di tutti gli americani, nei modi ragionevoli e civili che sono la sua cifra. Poi, con un casto ma decisivo cambiamento di tono, ha rivolto all’avversario un invito senza vie di fuga: vai in TV e richiama le truppe! A Trump non è rimasta che una opzione, la risposta dei perdenti: siamo i portatori della causa giusta, solo va rivisto il modo. Non aveva scampo. Se si fosse rifiutato avrebbe sottoscritto un tentativo di golpe, sotto gli occhi del mondo. Invitando i miliziani a rientrare ha dimostrato di esserne il duce.

Non sappiamo se il Partito democratico abbia ideato e ordito la desistenza delle guardie, o se l’abbia causata la stoltezza dei simpatizzanti dell’assalto. Gli USA sono divisi in due metà avvelenate dal trumpismo. Di certo anche le polizie del Campidoglio sono spaccate. Potrebbero aver ceduto in forza di un comando o per istinto. Forse la parte trumpiana ha pensato di giovare alla causa del suo capo lasciando cadere le transenne. E magari l’altra metà si è accodata per paura o per spregiudicato opportunismo.

Adesso le cose hanno ripreso la via giusta. Il senato ha nominato il presidente. E il cattivo è nell’angolo. Ma l’evento è stato brutto. E ci sono cinque morti.

Washington. Lo scherzo dell’ariete ultima modifica: 2021-01-09T18:20:28+01:00 da MARTINO BRANCA

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