Digital politics. Il caso del Pd veneto

L’esigenza è quella di dare nuovo slancio vitale alla partecipazione politica, di superare i limiti strutturali della dinamica rappresentativa, cogliendo le opportunità delle forme democratiche deliberative e partecipative, in un orizzonte di integrazione della democrazia rappresentativa.
scritto da GIOVANNI TONELLA
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1. La lettura e l’attenta analisi del saggio di Paolo Gerbaudo, I partiti digitali. L’organizzazione politica nell’era delle piattaforme, il Mulino, Bologna 2020, sono state una importante occasione per ritornare su aspetti già affrontati sia nel mio saggio Noi (il PD) e i Cinque Stelle sia nell’analisi sulla questione veneta confluita nel documento redatto con Dino Bertocco. Siamo in un quadro di riflessione teorico-pratica, alimentata dall’esperienza politica diretta e quindi dalla pratica politica, ma anche supportata da una costante ricerca filosofico-politica e di scienza politica che negli anni ha avuto degli alti e dei bassi ma che è stata nel complesso sempre orientata a una ricerca che definisse una sorta di pars costruens della storia concettuale quale critica (pratica) dei concetti politici della scienza politica moderna. L’esigenza è quella di dare di nuovo slancio vitale alla partecipazione politica, di superare i limiti strutturali della dinamica rappresentativa, cogliendo le opportunità delle forme democratiche deliberative e partecipative, in un orizzonte di integrazione della democrazia rappresentativa.

L’ascesa del cosiddetto partito digitale è stata indubbiamente una rivoluzione per molti sistemi politici, e ancor più indubbiamente, come il saggio di Gerbaudo coglie, ciò è avvenuto in relazione alle crisi economiche del 2008 e poi del 2011 che hanno portato al pettine le contraddizioni di una fase economica a indirizzo neoliberale, e alla crescita delle ICT e in particolare della società digitale e della Rete con i suoi colossi, i cosiddetti FAANG (Facebook, Apple, Amazon, Netflix e Google). Lo sviluppo della rete con il contestuale affacciarsi di una generazione di digitali o comunque di neoalfabetizzati digitali, outsider nel contesto economico ma costantemente connessi e con competenze anche digitali, con la crisi della capacità inclusiva dei regimi democratici occidentali, ha fornito il contesto ideale per una crisi di legittimazione dei vecchi sistemi politici e dei vecchi partiti, permettendo a nuovi movimenti politici in tempi rapidi e poco costosi di organizzarsi e rappresentare soprattutto il malcontento e la protesta sociale, con la sua volontà di protezione sociale e rottura di equilibri percepiti come privilegi. Si tratta di un fenomeno europeo, che si innesta o utilizza la svolta digitale: da questo punto di vista la ricostruzione che fa Gerbaudo è complessiva ed è rivolta al fenomeno in chiave europea, partendo dalle prime formazioni dei partiti pirata (svedesi, tedeschi e cechi), per arrivare agli exploit dei Cinque Stelle, di Podemos, ma anche di France Insoumise e all’esperienza di Momentum, il gruppo socialista di sostegno a Corbyn. 

2. Per rimanere al testo di Gerbaudo, si tratta di una ricerca interessante, che riassume un percorso di studio e osservazione di diversi anni e che è interessante non solo perché intende comprendere la razionalità di un fenomeno, ma anche perché permette uno sguardo di sintesi sulle varie teorie sul partito politico e sull’integrazione di queste teorie con la moderna innovazione organizzativa del partito digitale. Peraltro, dal nostro punto di vista, questo interesse è rafforzato dal fatto che l’interpretazione dimostra un rilancio della forma partito e della partecipazione politica, contro la diagnosi della crisi dei partiti politici, sottolineando appunto la nuova capacità organizzativa e aggregativa del partito piattaforma, del partito digitale.

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Ciò significa che si pone l’opportunità di utilizzare le piattaforme e l’ecosistema digitale e informativo per integrare la tradizionale forma partito, quella precedente a quella digitale, al fine di rilanciarne la capacità di presenza nella società. Gerbaudo fa invece una operazione inversa, cioè a partire dall’analisi delle caratteristiche organizzative del partito digitale e delle sue contraddizioni (teoriche e pratiche), fornendo una serie di schemi ermeneutici (partito piattaforma, centralizzazione distribuita, iperleader, super-volontario, superbase ecc.), arriva a proporre delle soluzioni per affrontare le criticità del partito digitale. In primo luogo si propone un rafforzamento dell’autentica partecipazione dal basso e soprattutto dei momenti autenticamente deliberativi nelle piattaforme digitali (perlopiù invece condotte in modalità opaca, ipercentralizzata e verticistica, con meccanismi plebiscitari).

In secondo luogo si propone un rafforzamento della democrazia interna e delle garanzie della democraticità della progettazione digitale, appunto per controbilanciare la tendenza dominante di una progettazione fuori controllo da parte del ristretto vertice dei leader di partito. In terzo luogo i nuovi partiti digitali dovrebbero – con un investimento di risorse – costruire spazi fisici e momenti reali (non solo digitali) di confronto e socialità tra i membri, simpatizzanti ed elettori (riprendendo il format del tradizionale partito di massa). Infine questi partiti dovrebbero superare “l’eccessivo pregiudizio contro la rappresentanza e la burocrazia” (p. 246) di partito, pregiudizio che in realtà nasconde una sorta di contraddittorio riproporsi nella realtà sia del meccanismo rappresentativo (modalità logica hobbesiana per dare unità al molteplice) sia del politico di professione o quadro politico intermedio, che nel partito digitale ha mutato veste ed è colui che guida, cura e progetta la piattaforma digitale.

Ebbene, per quanto riguarda il nostro punto di vista queste proposte possono essere considerate in funzione del partito tradizionale di massa, oggi disorganizzato e in preda a una deriva elettoralistica-notabilare e televisiva. Si tratta cioè di integrare all’organizzazione del partito di massa, con le sue modificazioni “televisive”, una “piattaformizzazione” digitale, consapevoli delle problematiche e delle criticità da superare. Ciò significa rilanciare la partecipazione politica nel partito tradizionale, utilizzando l’opportunità e l’innovazione, ineludibili e interne al processo storico, dell’era digitale e dalla cittadinanza digitale. 

3. Più precisamente per quanto ci riguarda è il Pd che deve diventare in parte un partito digitale, riuscendo a operare la sintesi proposta da Gerbaudo: unendo per così dire il meglio delle possibilità offerte dal partito digitale e rilanciando il meglio del partito tradizionale di massa. Ma questa operazione non è da considerarsi solo una questione meramente organizzativa, è di più: è il tentativo, oggi, di intercettare nuove generazioni e soprattutto di rappresentare una società nuova in cui vi è una dinamica relazionale molto mediata dalle macchine e in cui il cittadino è in continuazione fruitore e produttore di una comunicazione sempre più many-to-many, ma anche sempre più organizzata da algoritmi e linguaggi gestiti con logiche commerciali e opache (insomma una intelligenza sociale con un enorme potenziale comunicativo ed espressivo imbrigliata da dinamiche strategiche e mediate dalla logica del profitto o della riproduzione di gerarchie economiche). Insomma, la rete non è un luogo neutro, come non lo è la politica, ma si tratta di lavorare anche nella rete per l’affermazione di una democrazia progressiva. E il partito politico che ha un orizzonte democratico e direi eco-social-democratico, il Pd che serve, dovrebbe avere questa ambizione, riformarsi per riformare.

4. Può essere a questo punto utile riprendere alcuni aspetti altrove affrontati. La questione del rapporto con il Movimento Cinque Stelle va configurato quindi in maniera tale da recuperare un certo tipo di elettorato e di cittadinanza, partendo da alcune istanze di protezione e inclusione sociale, e da alcuni aspetti ideologici comuni – presenti soprattutto se facciamo riferimento alla fase iniziale del Movimento – che potremmo definire ecologisti e di sinistra in senso lato. Indubbiamente, come Gerbaudo sottolinea, i meccanismi processuali e partecipazionisti della piattaformizzazione del partito politico, come l’ideologia populista della rappresentanza di un popolo che è sempre nel giusto contro la casta politica, insieme alla possibilità di controllare e monitorare i dati dei propri simpatizzanti, hanno dato al Movimento una torsione camaleontica, eclettica e opportunistica, piegando la proposta del partito alle esigenze assolute del marketing politico. Ormai peraltro è evidente come la logica del mantenimento del potere abbia segnato indelebilmente il gruppo dirigente del Movimento Cinque Stelle. E questo è un fatto anche positivo. Tuttavia il punto, anche qui ripreso da Gerbaudo, è che dal nostro punto di vista non va affatto abbandonata una logica da partito responsabile, che ha una piattaforma programmatica e soprattutto una visione del mondo, una prospettiva, un’ideologia.

Questo è un aspetto molto rilevante su cui torneremo e sul quale il dibattito oggi molto ricco sulle forme di capitalismo è molto rilevante. Ma oltre a una capacità di recupero sulle istanze di un certo mondo (che chiedeva in teoria maggiore partecipazione e democrazia) il fatto decisivo è comprendere come una svolta e un’integrazione organizzativa digitale possano migliorare e allargare non solo la partecipazione politica ma anche la capacità di coinvolgimento dell’intelligenza sociale (nelle sue diverse articolazioni, recuperando così sia le risorse dell’individualismo contemporaneo sia, soprattutto, le differenti competenze e rappresentanze degli interessi), secondo criteri ideologici (ossia morali e ideali), e la capacità di responsività alle domande sociali. Non solo: la questione si arricchisce della missione di socializzare alla politica più facilmente le nuove generazioni dei nativi digitali, così abituati a vivere la dimensione digitale in maniera di connessione costante. 

5. Pertanto si propone, se imbocchiamo questa strada, una opportunità per affrontare quelle debolezze organizzative che abbiamo identificato nel Documento sulla questione veneta. È necessaria quindi una svolta digitale del PD. La finalità di questa svolta può essere così riassunta: integrare l’organizzazione del Pd con una organizzazione digitale, con gli strumenti del partito digitale, mettendo insieme quegli elementi che a vicenda si possono bilanciare, per superare le criticità della forma pura storica fin qui manifestatesi di partito digitale. Peraltro questa forma pura storica è in realtà già ibridata da elementi dominanti del partito televisivo (della democrazia plebiscitaria e dell’audience) e dagli elementi del partito classico di massa. Il raggiungimento di questa finalità implica la possibilità di potenziare e allargare la partecipazione e la presenza sociale del Pd e la sua capacità di riprendere una funzione politica. È chiaro che concretamente dobbiamo individuare degli obiettivi: delle azioni misurabili, un cronoprogramma, partendo dai vincoli e dalle risorse che si hanno. Qui il discorso è obiettivamente calato sul Veneto, ma è chiaro che questa è una logica con possibilità di espansione nazionale. 

6. Non partiamo da zero. Il progetto è a portata di mano, certo necessita di un impegno diffuso e continuo, e anche di una certa consapevolezza: il declino del partito nel Veneto può addirittura essere nei prossimi anni più pronunciato, specialmente se pensiamo ai cambiamenti demografici e non solo. Non è questa la sede per approfondire le dinamiche che potremmo estrapolare con un esercizio di futurologia (sarebbe qui interessante portare dentro la logica di costruzione delle conferenze programmatiche il metodo delle simulazioni per scenari e le metodologie interattive che lavorano sugli scenari), questa però è la sede per individuare una opportunità che è a portata di mano in Veneto. Si tratta di utilizzare per questa svolta digitale il lavoro fin qui svolto da coloro che hanno dato vita al Progetto Demotopia. Il punto, al di là dei contenuti e delle elaborazioni puntuali, è quello di andare verso la costruzione di una piattaforma democratica e civica che il Pd del Veneto possa utilizzare, in sinergia e in simbiosi con la cittadinanza digitale progressista, per costruire una dinamica di “centralizzazione distribuita” – ossia una progettazione con controllo centralizzato di una partecipazione diffusa ed erratica dello sciame della cittadinanza digitale –, per usare una formula del testo di Gerbaudo, ma con un segno differente rispetto a quello che si è presentato nei partiti digitali (nostrani), al fine da potenziare gli aspetti di un pluralismo deliberativo e con criteri di sicurezza e rendicontazione democratica. 

7. Si tratta allora di fare uno sforzo organizzativo per progettare e curare una piattaforma (che c’è e che va sviluppata oppure che va ridefinita), per lavorare a un collegamento di essa con l’intelligenza sociale della Regione, costruendo una intelaiatura di partecipazione sulle competenze e sulle elaborazioni delle politiche, oltre che sulle analisi della situazione, e che valorizzi forme contestuali di organizzazione delle comunità e di leadership territoriali. Un lavoro, questo, da riversare nello spazio non neutrale del campo di battaglia informativo che è la rete e che sono in particolare i Social. Questo si potrebbe fare a prescindere dalla costruzione di una piattaforma deliberativa? Si tratta di un altro lavoro? In parte queste obiezioni sono fondate, ma è vero che ciò che è effimero non può dare sostanza alle politiche e c’è quindi anche un tema di “vero” governo e di qualità democratica del governo. Per questo serve affiancare e alimentare la lotta sul terreno della comunicazione politica – che tra l’altro implicherebbe anche una lotta contro la comunicazione patologica e per la riaffermazione dei cosiddetti diritti aletici – con un lavoro di organizzazione democratico della partecipazione politica, che metta insieme sia la parte intellettuale che quella popolare non intellettuale (più reattiva per usare la categoria di Gerbaudo applicata al popolo del web, o passiva per far riferimento a Gramsci). Mi viene qui in mente, da un punto di vista metodologico, quanto Berlinguer affermava nel “Discorso sull’austerità” al Teatro Eliseo del 1977. 

8. È del tutto evidente che questa svolta vuole risolvere alcuni problemi di debolezza organizzativa e dare risposta alla necessità di un nuovo radicamento organizzativo e democratico. Certo, questa svolta potrebbe perfino essere ostacolata o resa impossibile dai limiti organizzativi che vuole superare, ed è per questo che serve una spinta anche dal basso e dall’esterno del Pd per come è organizzato ora. È altresì evidente che mettere mano a dei problemi potrebbe produrne altri. Ad esempio, è fondamentale una nuova generazione di intellettuali politici, di militanti e volontari politici per costruire questo progetto. Ma è necessario mettersi in movimento, cambiare, riformare. Mettere insieme forme di partecipazione per inclusione (o reazione) con occasioni interne di partecipazione per conflitto, che implicano così un ascolto e una sintesi tra un progetto politico da coltivare mediante il lavoro intellettuale di analisi – che non rinuncia a un orizzonte di trasformazione e riforma, basato su una idea di società – e le istanze di una società sempre più assorbita dalla Rete, ma anche dalle grandi contraddizioni del nostro tempo e dalle sfide della transizione che devono in eguale misura alimentare la ricerca e la proposta ideologica e di policies del partito democratico (che vogliamo). 

Digital politics. Il caso del Pd veneto ultima modifica: 2021-01-11T15:05:37+01:00 da GIOVANNI TONELLA

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