“Chi chiude i musei è immemore della civiltà millenaria di Venezia”

“Serve un tavolo di discussione aperto a chiunque abbia titolo ad entrarvi e di dominio pubblico per la cittadinanza” perché questo è “il modo migliore per trovare insieme soluzioni a questa devastante crisi, rendendo inoltre onore alla storia millenaria di questa città”. Interviene il sindacato USB nel dibattito sui Musei Civici Veneziani.
scritto da TOMMASO VIANELLO
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Dopo la scelta drastica di Luigi Brugnaro di chiudere il sistema museale della città, equiparandolo a un servizio a esclusiva funzione turistica, ytali ha lanciato un appello al sindaco invitandolo a tornare sulle sue decisioni e a promuovere una discussione aperta. L’appello, anche in inglese e in francese, ha raccolto seimila firme e ottenuto quarantacinquemila visioni, mentre continuano ad arrivare nuove adesioni e anche i media internazionali danno conto della nostra iniziativa, ultima in ordine di tempo l’importante rivista Forbes. Sulla vicenda e sull’appello di ytali, l’onorevole Nicola Pellicani, deputato del Pd eletto a Venezia, ha presentato un’interrogazione al Ministro per i beni e le attività culturali e il turismo, Dario Franceschini. Oggi ospitiamo volentieri un intervento di Tommaso Vianello.

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È stato fortunatamente molto partecipato il dibattito sviluppatosi attorno all’attuale chiusura totale dei Musei Civici di Venezia, dibattito all’interno del quale spiccano dal nostro punto di vista alcune evidenti contraddizioni che proviamo di seguito a esporre.

1.Il sindaco Luigi Brugnaro dice di aver agito secondo la logica del buon padre di famiglia: balza agli occhi come tale giustificazione sia assolutamente parziale, tanto più se lo sguardo si allarga alla situazione italiana e non solo veneziana. Il primo cittadino lamenta l’assenza dello Stato, ma tale recriminazione appare fuori luogo soprattutto se si analizza la realtà dei musei: è lo Stato, infatti, ad aver finanziato le casse della Fondazione Musei Civici di Venezia con una cifra attorno agli otto milioni di euro, permettendo alla Fondazione di chiudere il bilancio in attivo pure in questo difficilissimo contesto. Ed è sempre lo Stato a pagare la cassa integrazione al cento per cento ai dipendenti, interni ed esternalizzati, lasciati a casa in seguito alla decisione del comune di tenere chiusi i musei civici sino al prossimo primo aprile.

Se intendiamo la comunità (o, per proseguire nella metafora del sindaco, la famiglia) come realtà non solo locale ma nazionale, ecco che la scelta di proseguire a gravare interamente sul welfare statale (estremamente provato dopo quasi un anno di pandemia e atteso da altre difficili sfide nei prossimi mesi) appare lontana dalla logica del “buon padre di famiglia”. Meglio sarebbe trovare soluzioni che consentano ai lavoratori dei musei (a iniziare da curatori, restauratori, responsabili delle attività didattiche) di operare almeno parzialmente all’interno delle sedi espositive. Questo graverebbe meno sul welfare dello Stato, ma permetterebbe allo stesso momento di non “spegnere l’interruttore” dei musei della città, garantendo il loro utilizzo “civico” alla cittadinanza che, non dimentichiamo, in ultima analisi è la vera proprietaria di questa immensa ricchezza culturale e artistica.

I dichiarati intenti della classe politica locale, tanto di governo quanto di opposizione, sono basati sul rendere Venezia una città non più soggiogata al turismo di massa, cercando di percorrere strade alternative al semplice (e devastante, per il tessuto sociale) “accumulo” di persone attratte dal richiamo della città più bella al mondo. Quale momento migliore, pur nella gravità della situazione, per pensare a un modello almeno parzialmente diverso da quanto proposto negli ultimi trent’anni? Ad esempio, in un momento in cui le scuole sono chiuse, perché non aprire i musei agli istituti e agli studenti, permettendo loro (in tutta sicurezza, considerando gli ampi spazi delle sedi e le misure di contrasto al Covid-19 adottate dalla Fondazione Musei in questi mesi) di proseguire il percorso didattico non sui libri, ma direttamente dalla “fonte” del sapere?

Non chiediamo un’irrealizzabile apertura al cento per cento dei musei, non siamo ciechi e sappiamo benissimo le estreme difficoltà del contesto che ci circonda oggi, in cui la decisione di tenere chiusi i musei dipende da scelte del Governo e delle autorità sanitarie. Tuttavia, non possiamo non evidenziare come la chiusura totale di qualsiasi attività all’interno delle sedi espositive sino al 31 marzo rischi di compromettere anche la prossima ripartenza: usando una metafora sportiva, riprendere a correre (magari in una direzione diversa da quanto fatto negli ultimi trent’anni) sarà senza dubbio più facile se i “muscoli” della proposta culturale, artistica e formativa della città rimangono attivi, anziché tenuti completamente a riposo con il pericolo di un’atrofizzazione.

2.Dall’assessore Michele Zuin, tra i maggiori esponenti della giunta, ci è stato detto, testualmente, di non protestare e di “ringraziare Dio perché è garantita la cassa integrazione”: senza scomodare chi sta nei cieli, il merito di un sistema di welfare che (bene o male e con i suoi ritardi) funziona, andrebbe ascritto agli stessi lavoratori e ai contributi da loro versati. Abbiamo sentito lo stesso assessore, dalle proprie vacanze montane, chiedere sacrifici ai lavoratori e ciò ci appare quantomeno di cattivo gusto, senza per questo voler scadere in una vuota retorica antipolitica. Purtroppo, i lavoratori dei musei – tanto più quelli esternalizzati – di sacrifici in questi anni ne hanno compiuti molti, continuando a farlo in questo momento di crisi generale, e sono falsi i dati forniti dall’amministrazione secondi i quali sta comunque lavorando in queste settimane il 45 per cento dei 350 lavoratori esternalizzati (sarebbero oltre 150 persone, dato che non corrisponde a verità).

Certo, esistono fasce di popolazione che non sono tutelate neppure dalla cassa integrazione, ma rinfacciare questo a lavoratori che faticano a percepire 500€ mensili (e stiamo sempre parlando di quelli fortunati, senza aprire per questioni di spazio il tema di chi lavora con contratti a chiamata, “assunti” in numero sempre maggiore negli ultimi anni) non appare come un buon modo di fare politica. Inoltre, tale ragionamento non affronta la questione di fondo: i lavoratori dei Musei Civici di Venezia non chiedono una perenne FIS o cassa integrazione, non chiedono di stare sul divano per criticare aprioristicamente il sindaco e la sua giunta; chi opera a vario titolo all’interno dei Musei Civici chiede di lavorare, di essere interpellato e coinvolto nelle scelte del sindaco e del consiglio d’amministrazione della Fondazione, a maggior ragione in considerazione delle prossime importanti tappe che i Musei Civici di Venezia affronteranno da qui a breve, a partire dai nuovi appalti per i servizi che sono oramai dietro l’angolo.

Appare evidente, per quanto visto nel dibattito di queste settimane, che il comune abbia molta voce in capitolo per quanto concerne la Fondazione e che sia proprio Ca’ Farsetti la vera “stazione appaltante” dei servizi: si vorrà scrivere l’ennesimo bando al ribasso, con un punteggio basato esclusivamente sull’offerta economica al risparmio e le conseguenti ricadute a livello salariale e di diritti per i lavoratori esternalizzati? Oppure si vorrà, finalmente, mettere fine a questa pericolosa china, cominciando proprio a Venezia a ridare dignità a quell’enorme platea di lavoratori che opera nel turismo e favorisce la ricchezza di molti, ma che, nonostante questo, ha visto eroso negli ultimi decenni il proprio potere economico e sociale? Noi riteniamo che solo partendo da questa seconda ipotesi si possa davvero assistere a una nuova fase per Venezia, per il suo territorio e per i suoi cittadini.

Ca’ Rezzonico, Salone da ballo

3.Nonostante le prese di posizione degli ultimi giorni da parte dei vertici della Fondazione Musei, a uno sguardo oggettivo non sfuggirà il celato imbarazzo da parte della stessa Fondazione che solo dopo tre settimane dalla decisione del sindaco si è allineata, a parole, alla scelta del primo cittadino, quasi dimenticando quanto aveva in realtà sostenuto nelle commissioni consiliari di dicembre (“siamo pronti ad aprire non domani, ma oggi”). Non ci permettiamo, come sindacato, di voler insegnare il mestiere a qualcuno, però vogliamo far notare l’incongruenza di una realtà, quella appunto dei Musei Civici Veneziani, privatizzata nel 2008 con tutte le conseguenze del caso per i lavoratori, decisamente meno tutelati rispetto a quando le sedi espositive erano di completo controllo del comune di Venezia.

La privatizzazione avrebbe dovuto comportare una reale indipendenza da parte della Fondazione, ma tale autonomia è stata di fatto sconfessata dalle decisioni unilaterali del primo cittadino. A voler essere cattivi, ci si potrebbe dunque chiedere se, in un momento in cui bisogna “tirare la cinghia”, il vero costo sacrificabile non sia quello di un consiglio d’amministrazione che, alla resa dei conti, non ha fatto altro che recepire le indicazioni del sindaco Luigi Brugnaro, dimostrando una mancanza di indipendenza che cozza con lo stesso statuto della Fondazione.

4.Sono state molte, in queste settimane, le prese di posizione a favore di una riapertura, anche parziale, dei Musei Civici di Venezia, dalla raccolta firme di ytali alla lettera aperta dell’ICOM (International Council of Museums, ndr), passando per membri della stessa maggioranza che sostiene l’attuale amministrazione. Ritenere tali prese di posizione come un affronto personale al sindaco e motivate solo da un desiderio di attacco politico al primo cittadino, senza entrare nel merito delle proposte discutendole apertamente, fa cadere verso il basso la qualità del dibattito e non permette di affrontare i gravosi temi che la scelta di tenere chiuse le sedi espositive pone di fronte alla comunità veneziana.

Le indicazioni dell’ICOM, oltretutto, erano state prese a pretesto dalla Fondazione Musei quando la stessa aveva deciso di limitare gli orari di apertura dei musei cosiddetti “minori”. Ci domandiamo dunque quando vadano bene le indicazioni dell’ICOM: sempre oppure a corrente alternata, a seconda delle esigenze del momento?

Abbiamo davanti la ricorrenza per i mille e seicento anni di storia di Venezia: una storia dalla quale si possono evincere importanti lezioni, a iniziare da un potere che era sì rappresentato dalla figura del Doge, ma che in realtà, in netto anticipo sui tempi, era in mano a diverse istituzioni che, tutte insieme, contribuivano alla ricchezza e alla tutela della Serenissima, con un concetto di “demanio” e cioè di “bene pubblico” all’avanguardia. Inoltre, pur divisa in classi, nella sua florida storia millenaria Venezia ha sempre dimostrato una particolare attenzione verso quei lavoratori, anche i più umili, che contribuivano alla ricchezza della città. Bisognerebbe quindi non dimenticare quanto ha reso grande e importante nei secoli Venezia agli occhi del mondo, ben sapendo che i momenti di maggiore splendore sono giunti quando si è lavorato “di squadra”.

Poca fortuna, invece, hanno portato alla città gli atteggiamenti alla Napoleone, immemori della tradizione millenaria di questa comunità e tesi a lavorare esclusivamente per interessi personali. Siamo sicuri, almeno fino a prova contraria, che tutti i soggetti entrati nel dibattito in queste settimane abbiano a cuore le sorti della città: un tavolo di discussione aperto a chiunque abbia titolo a entrarvi (forze politiche di maggioranza e opposizione, Fondazione, sindacati, cooperative e aziende in concessione, istituzioni culturali) e di dominio pubblico per la cittadinanza, sarebbe il modo migliore per trovare insieme soluzioni a questa devastante crisi, rendendo inoltre onore alla storia millenaria di questa città.

Interno della Sala del Maggior Consiglio, Palazzo Ducale

Post Scriptum

Ringraziamo ytali per lo spazio concesso, opportunità di cui abbiamo approfittato date le difficoltà incontrate da USB dalla sua nascita all’interno dei Musei Civici (2017) a oggi. Infatti, il nostro sindacato ancora non è riuscito a farsi riconoscere ufficialmente dalla controparte e i tavoli di trattativa ci sono preclusi anche per scelta dei sindacati confederali CGIL CISL e UIL, in quanto USB non è firmataria di contratto collettivo nazionale. Non potevamo, dunque, lasciarci sfuggire l’opportunità di partecipare al dibattito e con l’occasione non possiamo che ribadire l’ingiustizia di tenere fuori dalle trattative e dalle discussioni il secondo sindacato in termini di rappresentanza all’interno dei Musei Civici Veneziani, con giustificazioni che non trovano appiglio né a livello di legge né, tantomeno, di buon senso. Nel “nuovo mondo” post Covid ci piacerebbe che la difesa del proprio orticello, a tutti i livelli, lasciasse spazio a una vera e concreta tutela dei lavoratori e della loro unità, a prescindere dalla sigla sindacale di rappresentanza.

“Chi chiude i musei è immemore della civiltà millenaria di Venezia” ultima modifica: 2021-01-14T10:36:31+01:00 da TOMMASO VIANELLO

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3 commenti

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Roberto Sambo 14 Gennaio 2021 a 21:31

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Roberto Sambo 14 Gennaio 2021 a 21:34

I musei sono dei veneziani e non di brugnaro

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Sambo Roberto 14 Gennaio 2021 a 21:39

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