L’Avana in blacklist, la rabbia fuori tempo di Trump

Il paese caraibico è accusato di connivenze con il “terrorismo internazionale” da un quasi ex presidente che non ha piegato né l’isola né il Venezuela. Questa ennesima scelta implicherebbe, almeno in via ipotetica, altre sanzioni bancarie e diplomatiche in una fase particolarmente difficile e tesa per l’isola a causa della pandemia, dell’assenza di turismo e dell’esasperazione economica.
scritto da ALDO GARZIA
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Colpi di coda di Donald Trump a pochi giorni dalla fine del suo mandato. In questo caso, anche per complicare i compiti del suo successore Joe Biden. Mike Pompeo, segretario di stato, ha annunciato che gli Stati Uniti rimettono Cuba nella lista dei paesi sponsor del terrorismo, dove ci sono tra gli altri Siria, Iran e Corea del Nord. A Trump, evidentemente, brucia non aver messo fine nel corso della sua presidenza alle esperienze di Cuba e Venezuela. Le soddisfazioni in America Latina gliele ha date soprattutto Jair Bolsonaro in Brasile, esempio di populismo autoritario: un trumpiano fascistizzante a ritmo di bossa nova. 

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La decisione dell’inquilino della Casa Bianca in uscita, presa “per aver Cuba ripetutamente fornito supporto ad atti di terrorismo internazionale garantendo un porto sicuro ai terroristi”, revoca una misura presa nel 2015 dalla presidenza di Barack Obama quando a prevalere era il disgelo tra Stati Uniti e L’Avana. Il provvedimento di Trump – si legge in un comunicato ufficiale – è motivato dal sostegno politico che Cuba fornisce al Venezuela del presidente Nicolas Maduro. La Casa Bianca ha fin qui cercato in tutti modi di porre, senza riuscirci, la parola fine al chavismo (il riconoscimento di Juan Guaido come presidente legittimo, la non accettazione delle prove elettorali venezuelane, il sistematico boicottaggio economico di Caracas, il rifiuto di negoziati). 

Questa ennesima scelta anti Cuba implicherebbe, almeno in via ipotetica, altre sanzioni bancarie e diplomatiche in una fase particolarmente difficile e tesa per l’isola a causa della pandemia, dell’assenza di turismo da quasi un anno e dell’esasperazione economica delle difficoltà interne. Se la pandemia è sotto controllo, lo stesso discorso non vale infatti per l’economia che suscita nuove contraddizioni nel tessuto sociale cubano (la recente unificazione monetaria accompagnata dall’aumento di salari e pensioni non risolve il problema e forse li complica con inedite diseguaglianze).

Prima di questo ulteriore colpo di coda, Trump – in piena pandemia – aveva deciso di dare mandato per chiudere le sedi dell’agenzia Western Union a Cuba, utilizzate principalmente dai cubani per le rimesse degli emigrati, fondamentale fonte di ingresso di valuta straniera per l’isola, oltre che forma di sostegno alle famiglie di origine. 

Obama e Castro durante la visita del presidente americano nel 2016

I rapporti tra Stati uniti e Cuba hanno spesso bisogno dell’ausilio di uno psicoanalista per essere compresi e non di un esperto di politica internazionale. Grazie all’amministrazione Trump si è tornati non a prima di Obama ma a molto peggio, nelle relazioni tra Washington e L’Avana. Chiusa di fatto l’ambasciata a stelle e strisce a Cuba, attualmente un cubano deve fare molte peripezie per chiedere un visto familiare o d’altra natura che gli permetta di andare dall’altra parte dello Stretto della Florida. L’ambasciata statunitense autorizzata a questo compito è infatti solo quella che ha sede a Bogotà, Colombia. Il costo della tratta aerea L’Avana-Bogotà è all’incirca di 600 dollari: un capitale per qualsiasi cubano. Chi si reca lì per chiedere il visto non ha poi la sicurezza che gli venga concesso. È una decisone che punta a esasperare il malessere sociale nell’isola sul tema migratorio e dei liberi movimenti tra le due sponde dello Stretto della Florida. 

Con un tratto di penna sono state così cancellate tutte le innovazioni volute da Barack Obama dopo anni di faticose trattative: liberalizzazione dei viaggi e del turismo, liberalizzazione tendenziale del commercio, normalizzazione delle relazioni diplomatiche con l’apertura – per la prima volta dal 1959, anno della rivoluzione cubana – delle reciproche ambasciate nelle due capitali. Tutto questo non era ancora la fine dell’embargo statunitense contro l’isola in vigore dal 1962, ma ci si stava avvicinando al traguardo. Lo storico viaggio di Obama a Cuba nel marzo 2016 aveva fatto ben sperare. A L’Avana erano tornati i turisti yankee come un tempo, colorando le città dell’isola con cartelli e cartelloni bilingue all’insegna dell’amicizia, pur nel rispetto delle proprie diversità. Grazie a Trump, siamo tornati invece a Il nostro agente a L’Avana, romanzo di Graham Greene del 1958. 

Joe Biden ripartirà su Cuba da dove si è fermato Obama?

Elettori cubano-americani di Trump nel 2016
L’Avana in blacklist, la rabbia fuori tempo di Trump ultima modifica: 2021-01-14T10:21:32+01:00 da ALDO GARZIA

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