La primavera araba continua. A Istanbul

Con la repressione seguita alle rivolte contro i regimi mediorientali, dieci anni fa, molti attivisti e militanti hanno trovato accoglienza e lavoro nella metropoli sul Bosforo.
scritto da ARIANNA TOMASI
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Nella Turchia di Recep Tayyp Erdoğan, un paese da tempo sotto i riflettori per i modi duri, anche brutali, con cui sono trattate opposizione e stampa libera, i movimenti della primavera araba sono stati visti con simpatia e sostenuti apertamente. Solidarietà democratica o calcolo geopolitico? Indubbiamente, il presidente turco coltiva da tempo un disegno egemonico nello scenario mediorientale, in aperto contrasto con le altre potenze sunnite dell’area, Egitto e petromonarchie del Golfo in particolare. Le primavere arabe – dieci anni fa – ebbero il merito, dal punto di vista di Ankara, di tentare di rovesciare quei regimi, più che per la loro carica di affermazione della democrazia e dei diritti. Dopo la repressione di quei movimenti, molti dei loro leader e militanti hanno trovato rifugio nel paese amico, in particolare a Istanbul, di cui Erdoğan fu sindaco dal 1994 al 1998. 

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Patrick Keddie, sul sito di Al Jazeera, racconta che la megalopoli sul Bosforo rappresenta oggi “la casa di quattro milioni di rifugiati, attivisti arabi, giornalisti, politici, esiliati della primavera araba”. Soprattutto profughi dalla confinante Siria. Keddie raccoglie le testimonianze di numerosi esiliati che vivono a Istanbul dopo essere fuggiti dal proprio paese durante lo scorso decennio, mentre le rivolte della primavera araba si trasformavano in violenze e repressioni sempre più dure. 

14 gennaio 2011. Il presidente di Tunisia Ben Ali lascia il paese fuggendo verso l’Arabia Saudita dopo le grandi manifestazioni di piazza contro il suo regime

Tra gli esiliati c’è Ahmed Hassan, regista e direttore della fotografia egiziano vincitore di tre Emmy Awards e candidato agli Oscar nel 2012 con il suo documentario, The Square. Nel 2018 Hassan ha lasciato il suo paese e si è trasferito in Turchia, dove – racconta – per strada 

si può portare con sé una videocamera. È davvero bellissimo; qui cammino e mi sento libero. Percepisco che c’è un governo. Vedo la polizia ma non ne sono spaventato, non è come in Egitto. Sento che c’è una legge qui.

Tuttavia, non è tutto facile, nemmeno a Istanbul: Hassan ha paragonato la Turchia a 

un’anguria con la polpa di un rosso vivido e allettante, ma quando la mordi è salata, non dolce. 

Istanbul è divenuta proprio il simbolo della politica estera delineata da Erdoğan e dal suo partito e messa in atto già dall’allora ministro per gli affari esteri turco, Ahmet Davutoğlu. Al fine di migliorare l’immagine pubblica del paese e al contempo di estendere la propria influenza nel complesso contesto mediorientale, il governo ha attivato numerosi sforzi in sul fronte diplomatico, producendo maggiori investimenti e progetti in campo educativo e formativo. In sostanza, secondo molti osservatori e testimoni, la Turchia di oggi è “il cuore del mondo arabo”. 

Non c’è nessuna città araba simile, con grandi comunità di diverse parti del mondo arabo e con questi strumenti d’espressione culturale e politica, com’è Istanbul in questo momento, 

ha raccontato ad Al Jazeera Mohanad Hage Ali, un ricercatore del Carnegie Middle East Center.

Piazza Tahrir, epicentro della rivolta contro il regime di Mubarak, 2011

Già durante le rivolte della primavera araba la Turchia si era schierata a sostegno dell’insurrezione tesa a rovesciare il presidente siriano Bashar Al-Assad e in appoggio del governo, seppur breve, di Mohamed Morsi, espressione del movimento della Fratellanza musulmana.

Keddie ad Al Jazeera racconta che 

Istanbul è diventata un centro significativo per i Fratelli musulmani, soprattutto dopo che Morsi è stato estromesso dal potere dai militari guidati dal generale, divenuto poi presidente, Abdul Fattah el-Sisi nel 2013. Islam Akel, un giornalista e presentatore televisivo egiziano, ha rischiato di morire nell’agosto 2013, dopo che era stato colpito a un polmone da un proiettile durante il sit-in in favore di Morsi nella piazza Rabaa al Cairo, in cui almeno mille persone sono state uccise dalle forze di sicurezza. È fuggito in Libano, e in seguito ha trascorso un periodo di tempo in Sudan, prima di andare in Turchia nel 2014. Ora lavora a Istanbul come presentatore presso il canale televisivo Watan, connesso alla Fratellanza musulmana. Akel ha elogiato la Turchia per aver accolto gli esiliati. 

Anche leader e giornalisti hanno trovato rifugio a Istanbul. Hamza Zawba, il precedente portavoce del partito di Morsi, Libertà e Giustizia, vive in Turchia dal 2014 e ora presenta uno show televisivo. La stessa sorte è capitata al politico riformista liberale egiziano Ayman Nour, che ha fondato un suo canale televisivo, Al-Sharq TV.

Non solo: 

L’Associazione dei Media arabi di Istanbul ha più di ottocento membri. Esiliati da paesi come la Libia, lo Yemen e la Siria hanno anche istituito organi di stampa, gruppi di esperti, scuole, organizzazioni benefiche e ONG. Istanbul è anche diventata un luogo in cui alcuni arabi LGBTQ si sentono più sicuri e in grado di vivere una vita più aperta. 

Tuttavia, lo status di Istanbul di “isola felice” non è priva di contraddizioni. Eloguente l’esperienza di Bassam Alahmad, direttore esecutivo di Syrians for Truth and Justice (Siriani per la Verità e la Giustizia), un’organizzazione non-profit che documenta le violazioni dei diritti da parte di tutti i partiti in Siria. 

È arrivato in Turchia dalla Siria nel 2012. “Era una buona atmosfera per noi, in cui poter agire e lavorare”, ha detto. Ma poi l’atmosfera è diventata sempre più restrittiva con il passare del tempo, specialmente dopo il primo intervento militare diretto nel Nord della Siria nel 2016, e ha sentito di non essere più in grado di pubblicare alcuni degli abusi dei diritti umani che aveva documentato. Dice che è stato interrogato dai servizi di sicurezza turchi circa il suo lavoro nel 2018. È stato anche minacciato da qualcuno che egli ritiene sia collegato alle forze di sicurezza di al-Assad, ma sostiene che, nonostante abbia riportato l’accaduto alla polizia, non è stata compiuta nessuna azione a riguardo. Le uccisioni di illustri attivisti in Turchia hanno anche innervosito alcuni esiliati e indebolito la reputazione del Paese come isola felice.

Al contrario, un portavoce dei media del governo turco ha declinato l’invito a fornire delle spiegazioni a quanto raccontato da Alahmad, ribadendo che

la Turchia rappresenta un porto sicuro per quasi quattro milioni di rifugiati siriani. Prendiamo tutte le misure necessarie per garantire che i richiedenti asilo si sentano a casa e al sicuro.

Le posizioni di Alahmad, però non si sono attenuate, anzi ha sottolineato con vigore che 

gli atteggiamenti in Turchia sono diventati, nel corso del tempo, più risentiti, ostili e razzisti verso i rifugiati siriani. Molti siriani faticano anche ad avere accesso ai servizi e all’istruzione, raramente riescono a ottenere la cittadinanza e sono spesso sfruttati in lavori informali.

In sostanza, una delle maggiori contraddizioni è rappresentata dalla percezione che i turchi hanno degli arabi che ospitano all’interno dei propri confini. Molte testimonianze sottolineano che il razzismo nei confronti degli arabi è sempre più presente e ostile, costringendo molti arabi a non parlare arabo nei mezzi pubblici o in mezzo ai turchi, per non essere trattati diversamente. 

Una scena di In The Last Days of The City, un film di Tamer El Said sulla primavera egiziana e il dopo

Mustafa Menshawy, ricercatore del Progetto SEPAD presso l’Università di Lancaster, ha raccontato ad Al Jazeera che

molti ranghi e membri della Fratellanza musulmana sono diventati meno conservatori nelle loro opinioni o hanno addirittura lasciato il movimento dopo essere stati esposti ad un clima più socialmente liberale in Turchia.

Ma ha anche affermato che la Fratellanza era diventata meno gerarchica e più aperta al dibattito quando era in Egitto.

Il fatto che la Turchia, che è autoritaria nel modo in cui tratta i suoi stessi media, sta permettendo ai membri della Fratellanza di avere una voce, per quanto sia democratizzante, è un po’ paradossale. La Turchia dà voce agli individui a cui non ne era mai stata data, né dall’organizzazione stessa in Egitto né dal regime, e questo è molto rivitalizzante.

Istanbul

Menshawy definisce la relazione con le autorità turche come un “matrimonio di convenienza”, e lui e altri sostengono che lo status della Turchia come centro nevralgico arabo è esposto alle mutevoli tendenze politiche.

Guardando al futuro, la situazione sembra diventare ancora più complessa e, soprattutto, instabile. Il futuro mediorientale sarà travagliato e la posizione della Turchia potrebbe complicarsi, soprattutto nel caso in cui Erdoğan non fosse più al potere. 

ospitare così tanti dissidenti arabi potrebbe diventare un problema e “molto limitativo per le alternative della Turchia” se decidesse di perseguire un riavvicinamento con al-Sisi o al-Assad, che appaiono al momento ben consolidati al potere, sebbene siano malvisti a livello nazionale.

Sicuramente, la stabilità interna della Turchia è una condizione cruciale per l’equilibrio nell’area e anche per gli interessi, non solo economici, del paese. Ciò nonostante, il forte valore che la Turchia ha assunto negli ultimi anni e i legami che ha stretto con i paesi del Medio Oriente le forniscono uno strumento importantissimo, che l’Europa e nemmeno gli Stati Uniti o la Russia possiedono. La Turchia continuerà, dunque, a essere un osservato speciale agli occhi della comunità internazionale e sarà interessante scoprire le evoluzioni nell’area.

La primavera araba continua. A Istanbul ultima modifica: 2021-01-15T21:51:30+01:00 da ARIANNA TOMASI

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