Il mezzo secolo di Pep

Compie cinquant’anni Guardiola, giocatore di alto livello e uno dei migliori allenatori della storia.
scritto da ROBERTO BERTONI
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Fa cinquanta Josep Pep Guardiola e qui bisogna scomodare, con un po’ di legittima retorica, il gotha dei grandi inventori della storia. Sì, perché il nostro non è mai stato solo un giocatore o un allenatore di livello mondiale ma un ideologo, un pensatore, un demiurgo, un costruttore di sogni e uno scopritore di talenti e di vocazioni. Allievo di Johan Cruijff, ai tempi del Dream team catalano che solo il Milan di Capello umiliò nella finale di Coppa dei Campioni disputata ad Atene, il catalanista per eccellenza, vicino alle istanze della ribellione anti-madrilena e intrinsecamente secessionista, è stato colui che si è permesso di mandar via il declinante Ronaldinho, la cui vita fuori dal campo non si addiceva granché a quella di un calciatore, per lanciare in orbita il talento smisurato di Lionel Messi.

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Un’azione pedagogica, la sua, prim’ancora che di guida tecnica, in quanto temeva che il fuoriclasse argentino potesse essere rovinato dagli eccessi del brasiliano, suo mentore e punto di riferimento prima di soffiargli la 10 e il palcoscenico. Dopodiché decise, con genio leonardiano e visione degna di un grande stratega, che il Barcellona potesse permettersi di giocare, di fatto, senza attaccanti, al punto che solo quando l’astro di Messi ha cominciato a invecchiare, dalle parti del Camp Nou hanno avvertito il bisogno di un puntero all’altezza. Fino a quel momento anche i migliori cannonieri erano stati messi all’angolo dalla grandezza di Re Leo, capace di segnare cinquanta gol in un solo campionato, novantuno nell’anno solare 2012, di vincere quattro palloni d’oro consecutivi e di regalare alla macchina perfetta guardioliana ben quattordici trofei su diciannove competizioni disputate tra il 2008 e il 2012.

Il Barça di Pep fu la trasposizione sportiva della Grande bellezza, senza l’aspetto dolente della Roma straziante di Sorrentino, senza intrighi, tradimenti, congiure. Fu gioia allo stato puro: una meraviglia alla luce del sole che si poteva respirare nelle strade, in ogni angolo della città, nelle fontane illuminate e zampillanti e perfino nel tassista che mi regalò un giro panoramico gratuito per avergli augurato il triplete alla vigilia dell’invenzione del “falso nueve“, anno 2009, primo dell’era Guardiola e inizio di un dominio senza precedenti.

Poi, dopo Barcellona, diciamo che il mito di Pep si è un po’ appannato, commercializzato, svilito, involgarito come tutto in quest’amara stagione. Passi per il Bayern Monaco, cui proprio il suo Barça, gli dei che aveva costruito, forgiato e plasmato a sua immagine e somiglianza, inflisse il dispiacere dell’eliminazione in semifinale di Champions, ma il City no, i petrodollari degli sceicchi che hanno avvelenato l’Europa, e la Premier League in particolare, quello no: è stato un insulto, un atto di violenza gratuito, una cattiveria per la quale non abbiamo ancora smesso di chiedergli: “Perché?”.

Cosa ti mancava, caro Pep, al punto di indurti ad accettare l’esilio dorato in un club straricco ma senz’anima, senza una grande storia alle spalle, in un ambiente inadatto a esprimere il tuo talento di condottiero idealista? Perché, Pep, perché non cercare una nuova nobile sfida, tu che puoi scegliere dove andare, quanto guadagnare, quali giocatori acquistare, tu che puoi continuare a fare ciò che sai far meglio, ossia dar vita a scenari fino al tuo passaggio inesistenti?

Dopo aver reso Xavi e Iniesta dei poeti del gioco, dopo aver fatto brillare gli occhi del mondo intero grazie a una tela di passaggi che non finiva mai di incantarci, dopo aver insegnato anche a una generazione disperata e arresa come la mia l’arte di andare all’attacco e credere in sé stessa, dopo aver riscattato la Spagna tenuta sotto il tallone dal franchismo e spezzato per anni l’egemonia di Madrid, dopo aver rinfocolato il catalanismo e il suo sogno malato di indipendenza, dopo aver avuto un ruolo sportivo, politico e sociale, Pep si è dimostrato umano, troppo umano, troppo interessato al vil denaro, troppo distante dagli ideali della gioventù, come quegli utopisti sessantottini che, con l’arrivo della maturità, dopo aver lottato con convinzione per provare a cambiare il mondo, hanno capito come comportarsi per andare avanti e hanno scelto la carriera, trasformandosi, nella maggior parte dei casi, nei peggiori conservatori mai visti. Cinquanta, caro Pep, e in attesa di nuove sfide, speriamo migliori di quelle che hai accettato finora, non ci resta che il rimpianto di una giovinezza perduta.

Il mezzo secolo di Pep ultima modifica: 2021-01-18T15:18:30+01:00 da ROBERTO BERTONI

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