Convinti che il vulcano non si risvegli

L’ultimo libro di Federico Fubini è da leggere perché aiuta comprendere il mondo in cui ci è dato di vivere. È un viaggio di grande interesse in problemi che il Covid ha esacerbato, ma che lo precedono.
FRANCESCO MOROSINI
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È razionale decidere di abitare sul ciglio di un vulcano? È rischio calcolato o la convinzione, spesso consolatoria, che “non può succedere proprio a noi”? L’ultimo libro di Federico Fubini – Sul vulcano, Longanesi, 2020 – ci ricorda che, se questa è la scelta degli abitanti della città vecchia di Ercolano (particolarmente apprezzata dall’autore); e che, se a occhi esterni decidere di vivere lì possa apparire una poco ragionevole sottovalutazione del rischio potenziale, pur tuttavia essa, pure inconsapevolmente, è scelta che forse compiamo tutti. Forse è il destino di una specie “manipolatrice” del proprio ambiente; di certo, però, rileva l’autore, questa è la condizione propria della “globalizzazione fragile” di cui tratta questo libro.

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Fubini assolutamente apprezza i progressi che la globalizzazione medesima ha consentito di fare all’umanità; ma ne vede i lati oscuri. Il libro, volendo legare spiegazione e comprensione dall’interno delle vicende analizzate ricorrendo alla storia familiare dell’autore sposatosi a una signora vietnamita, inizia raccontando le radicali e recenti trasformazioni dell’Asia dove intere comunità sono passate in pochi anni dalla società tradizionale (per riprendere, ma con prudenza essendo una generalizzazione empirica dell’esperienza occidentale, la teoria degli stadi di Walt Whitman Rostow) alle megalopoli e alla volontà di approdare ai consumi di massa.

Sono processi di modernizzazione dall’alto centrati sul ruolo dell’export per finanziare la crescita in coerenza alle predizioni degli Stages anche se di certo Rostow sarebbe in parte stupito del ruolo qui assunto in questa transizione “capitalista” da élite espressione di partiti comunisti. Nulla di strano, però. Difatti, togliendosi le lenti dell’economista statunitense, si rileva come le élite rosse abbiano trovato in Marx, oltre alla ratio ideologica della rivolta, pure la cultura politica orientata alla modernizzazione industriale (in fondo ben prima di Deng Xiaoping già nella Cina di Mao si erano poste le infrastrutture fondamentali di essa). Nondimeno, l’accelerazione spesso è stata sconvolgente in quanto, scrive Fubini, è “successo tutto nell’arco di meno di metà di una vita umana” (pp. 8/9).

Vero, la crescita delle Tigri asiatiche “capitaliste” ha basi già nel XIX° secolo, aiutata dall’essere state retroterra delle guerre di Corea e Vietnam. Eppure l’esplosione economica dell’Asia “rossa”, base dell’attuale globalizzazione, polverizzando ogni aspettativa temporale di superamento dell’arretratezza economica, ha aspetti di eccezionalità quasi che, rotto l’involucro ideologico, paradossalmente il comunismo asiatico sia l’attore storico del ridisegno (Gianfranco La Grassa, Crisi economiche e mutamenti geopolitici, Mimesis) di una nuova geopolitica globale. Ovvero, dell’emersione del nuovo “capitalismo rosso” del XXI° secolo. Al contempo una sfida e una scommessa difficile e che riguarda tutti. Naturalmente Fubini sottolinea il diritto di questi popoli a scommettere sul proprio futuro.

Ma, data la velocità del mutamento, l’autore afferma che comunque ci si debba chiedere “se questo sia un mondo in equilibrio. Perché non lo è” (p. 10). Qui la mente torna alla città vecchia di Ercolano e ai suoi abitanti “sopra il Vesuvio”. Nel senso che la loro apparente dimenticanza del potenziale pericolo fa di essi una metafora dell’attuale situazione del Pianeta, come la pandemia di SARS-COV2 sottolinea. Se nella città campana c’è irrazionalità, allora essa è condivisa. Nel senso che questa globalizzazione, da ultimo figlia economica del conflitto vietnamita e dell’incontro Cina/USA per contenere la pressione dell’allora URSS in Oriente, ha profonde faglie. È la stessa interconnessione, elemento necessario alla globalizzazione, a produrle.

In ragione di ciò il XXI° secolo, apertosi con eventi – dalla guerra asimmetrica del terrorismo alla crisi dei subprime – ne fa emergere la fragilità. Se l’anello decisivo di una catena è quello più debole allora basta un piccolo incidente (ma il Covid lo è grande) perché l’onda di un eventuale shock si propaghi ovunque. La magnitudine dei problemi che abbiamo di fronte, volendola vedere, è dinnanzi a noi. Purtroppo, la successione dal 2001 delle varie scosse via via succedutesi è “una lezione poco ascoltata, poco capita” (p. 11). Qui Fubini solleva un interessante problema teorico. Gli shock, come afferma parte del mainstream, sono esogeni al sistema dell’economia globale? Oppure, come suggerisce ragionevolmente l’autore, intrinsechi a essa?

Vesuvio in eruzione (US Navy File No. 54410 Released: 3 April 1944)

Certo, i mercati sono una cosa e alcuni eventi, ad esempio la pandemia da SARS-COV2 o lo tsunami che colpì nel 2004 Indonesia e Thailandia, a un primo sguardo sono esogeni al mercato. Così, però, si rischia di avere vista breve che sottostima gli effetti sistemici dei fenomeni di interconnessione. Può andar bene, magari è pure necessario, per analisi esplicative parziali (gli equilibri di mercato); ciononostante la comprensione del presente per Fubini ci impone di avere coscienza che le azioni, anche se alla periferia della rete, “possano avere ripercussioni globali e propagazioni durature” (p. 13).

La pandemia, allarmandoci, tragicamente c’impone di prendere coscienza delle interconnessioni del mondo in cui siamo immersi aiutandoci così a cogliere, oltre ai suoi benefici, pure il lato oscuro della globalizzazione. Infatti la pandemia ha fatto evaporare le credenze residue sulla “fine della storia”; inoltre, la sfida delle “democrazie illiberali” del “capitalismo rosso” ha fatto anche evaporare il mito (proprio di una lettura semplificata di Francis Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo, UTET) di suo “lieto fine” tutto liberal-democratico occidentale. In sintesi, fuori dalle illusioni, tutti viviamo a ridosso di un vulcano. Per Fubini, una volta riconosciuta la positività di molti degli esiti della globalizzazione, è bene essere coscienti che tra i suoi effetti non-voluti ci sono i suoi “costi da interconnessione”; e che è pericoloso sottovalutarli.

Il Vesuvio i. eruzione in un dipinto di Charles François Lacroix, 1762. Fine Arts Museums, San Francisco,

Lo dimostra il fatto, in parte ineludibile, che, magari per un errore di sottovalutazione, a Wuhan la pandemia ha cancellato, seppure pro tempore, gran parte delle libertà che davamo per scontate. A memento, ancora una volta siamo tutti cittadini di Ercolano. Questa di Fubini è un’analogia che ci porta a riflettere sulla ragione umana e sui suoi limiti nel guidarci. Siamo privi di una razionalità olimpica (cioè capace di avere una quadro perfetto della situazione e delle opzioni possibili) mentre disponiamo di una razionalità limitata e adattiva (così il Nobel Herbert Simon, La ragione nelle vicende umane, Il Mulino). Questo spiega sia l’iniziale sottovalutazione del fenomeno (nonostante gli allarmi della comunità scientifica) sia il fatto che le decisioni prese dinnanzi ad una sfida (come per il Covid), dati anche per i condizionamenti ambientali, possano essere contingenti.

A questo proposito, ad esempio, l’autore nota come l’impatto del Covid sull’economia sia atipico rispetto a quando accadde dinnanzi ad altre pandemie. Infatti, afferma che “le recessioni esorbitanti in coincidenza con una pandemia sono una malattia molto contemporanea (p. 54)”. Qual è la ratio di questa nostra maggiore vulnerabilità? Forse dipende dal fatto che le attuali interconnessioni economiche sono talmente profonde che basta un minimo di reazione difensiva alla pandemia per produrre alte onde recessive? Sicuramente c’è del vero. Però è una spiegazione limitata. Fubini, anche riprendendo alcune osservazioni di Milanović (l’economista che ha colto con lucidità la crisi della classe media in Occidente in Branko Milanović, Ingiustizia globale, LUISS), vi aggiunge altro. E sottolinea che, oltre a un aumentato rispetto per la vita umana, con conseguente accettazione collettiva di misure economicamente repressive, c’è soprattutto – già lo anticipava Simon rispetto all’intrecciarsi di razionalità e social media – un’esplosione di “brandelli di informazione allarmante (55)” che ci pongono in stato psichico di allerta costante. Ma è una spiegazione da approfondire.

Conseguentemente, pur partendo da queste considerazioni, porta l’autore a osservare:

Abbiamo creato un contesto di rischio sistemico acuto, nel quale ci muoviamo ogni giorno, ma intanto abbiamo lasciato crescere in noi un rifiuto radicale dell’incertezza(55).

È il nostro paradosso: da un lato il desidero di vivere in uno stato di quiete mentale; e dall’altro l’essere immersi in una socio-economia del rischio, forse storicamente sempre presente, ma che abbiamo allargato a dismisura nel mercato globale. Leggendo queste pagine viene da chiedersi: e se la capacità evolutiva dell’homo sapiens faticasse a reggere la complessità del mondo da lui stesso creato? È, piaccia o meno, la sfida che abbiamo di fronte.

Vesuvio in eruzione in un dipinto di Jacob More1780, National Galleries of Scotland

Almeno, però, i “guai” si possono prevedere? Per l’autore c’è sempre qualche Cassandra che riesce a prevedere che un “cigno nero” incombe; ma nota anche che alla fine questo ci prende sempre alla sprovvista. A riprova cita due autorevoli studiosi, Raghuram Rajan (dal 2013 al 2016 governatore della Banca centrale dell’India) e Lawrence Summers (segretario al Tesoro degli USA con Clinton). Il primo, osservando in controluce la politica monetaria dell’allora presidente della FED Alan Greenspan (in qualche modo “padre” dei susseguenti QE delle BC più importanti) predisse in anticipo di tre anni lo “tsunami Lehman”; il secondo, invece, che pure mancò di riconoscere la validità delle tesi di Rajan, anticipò il rischio epidemico. Entrambi, comunque, videro cadere le loro previsioni (di ordine scientifico) nel vuoto, magari anche incontrando “ostilità ambientale”.

Afferma, Fubini, che tutto ciò

rimanda a un segno distintivo del nostro tempo: sembra che ogni scossa al sistema globale che stiamo sperimentando colga tutti con la guardia abbassata, sorpresi in pieno, poi però ci rendiamo conto che c’era sempre stato qualcuno che ce l’aveva detto (p. 63).

Perché accade? In parte, per i limiti della conoscenza. Per chiarire il punto aiuta la metafora nautica di Otto Neurath sulla costruzione del sapere:

siamo come marinai che devono ristrutturare la loro nave in mare aperto e che non sono in grado perciò di ricominciare da capo.

Essa vale anche per i rischi di coda (rari ma possibili). Conseguentemente, proprio in ragione di ciò, ascoltare le Cassandre può essere, nell’incertezza cognitiva, pericoloso.

Lo stesso Rajan, intervistato dall’autore, ci ricorda che, dati i limiti del conoscere, i “cigni neri” potrebbero restare ipotesi prive di verifica; e che, conseguentemente, precisa Raja,. “prepararsi per ogni rischio di coda costa troppo” (p. 73).

A esempio, tornando alla crisi del 2008, appunto quella prevista dall’economista, evitarla frenando la cheap money delle autorità monetarie (esempio pertinente pure oggi osservando i bilanci delle BC) forse anziché curare avrebbe solo anticipato, magari in peggio, lo tsunami del 2008. Ragionevole? Difficile da dirsi. Rileva Fubini:

Il punto è quel che concretamente puoi farci quando sei diretto sulla rotta sbagliata.

La questione più che epistemologica (o non solo) pare porre questioni cognitive di ordine sociologico.

Una sgradevole diversità è la cifra delle persone che sembrano guardare avanti,

nota Fubini (p. 66). Paradossalmente, allora, la lungimiranza – che naturalmente è oggi altro dal pensiero mitico/magico di Cassandra e ha solide radici nel sapere scientifico (né potrebbe essere altrimenti) – presuppone di essere degli osservatori outsider rispetto agli attori operanti in un determinato gioco. Gli insider, difatti, ed è questione cognitiva di possibile interesse per la teoria della conoscenza sociologica, in quanto immersi nel gioco debbono seguire il mainstream. Con le parole di Chuck Prince, amministratore delegato di Citigroup, pronunciate prima del crollo (riportate nel libro):

finché la musica va, dobbiamo alzarci e ballare (p. 75).

Il rischio magari lo vediamo; ma incapaci di calcolarlo con certezza l’ ignoriamo. Sembriamo veramente vittime del fato degli antichi. Una possibilità di risposta razionale, Fubini la vede nella vicenda dell’infettivologo Sotiris Tsiodras e nella strategia da questi proposta al governo greco (pp. 76/78) che così riporta:

camminare un po’ distanti dal ciglio di un burrone spesso costringe ad allungare la strada, fa perdere tempo e magari anche denaro. Ma ci solleva dall’obbligo di sforzarci di prevedere quando arriverà il prossimo colpo di vento (p. 78).

Se è vero che la mente fatica tener conto delle interconnessioni in apparenza distanti, allora Tsiodras ci insegna che la capacità di gestire la cognizione delle proprie debolezze (prendere la via più lunga attorno al vulcano) può essere una risorsa gestionale preziosa per ridurre i rischi impliciti nel fattore “complessità”.

L’eruzione del Vesuvio in un dipinto di Abrahm Pether, c.1810

A nascondere il rischio porta pure un’illusione economica per la quale il vulcano è spento; o quantomeno sopito. Nasce dalla teoria dei “vantaggi comparati” di David Ricardo, tra i padri dell’economia politica classica. Teoria carica di grandi intuizioni, certo; ma capace di produrre esiti paradossalmente lontani dalle intenzioni, se slegata dal contesto socio-politico entro cui comunque deve operare.

“La società non esiste”, disse la Thatcher nel 1987 (significativamente ora titolo del libro di Christophe Guilluy, La società non esiste, La fine della classe media occidentale, LUISS): forse il problema è qui. A questo proposito Fubini ricorda la “legge” di Tim Cook, una vera rivoluzione manageriale. 

Con l’idea di abolire le scorte e di puntare ad una produzione leggera orientata alla domanda si ha un capovolgimento della logica produzione/mercato rispetto alla “fabbrica fordista”. Così la logistica, da mera funzione aziendale, diviene una sorta di scienza di governo delle nuove mappe del potere dell’economia globale (Giorgio Grappi Logistica, Ediesse). Si tratta di una scommessa, ricorda Fubini, “eroica” ”sul fatto che niente vada mai storto” (p. 86). Qui il limite è di pensare le relazioni internazionali a una sola dimensione: la cooperazione nel presupposto, appunto, che “il vulcano sia spento”.

Tuttavia, la globalizzazione qui mostra i suoi limiti. Significa che le filiere produttive – come il SARS-COV2 evidenzia riguarda anche i farmaci – sono troppo lunghe e fragili; nonché, in caso di tensioni internazionali, facilmente interrompibili. Che succederebbe, allora, se un attore politico provasse a capovolgere le regole della globalizzazione occidentale? Reggerebbe l’Occidente con la sua geografia economica “dispersa”? Ipotesi da affrontare facendo i conti, sottolinea l’autore, “con la possibilità che un sistema comunista ne diventasse un perno dell’economia globale” (p. 109). L’illusione dell’economia politica classica che il commercio, rendendo tutti dipendenti da tutti, pacifichi il mondo rischia d’essere una distopia pericolosa.

”Perché siamo diventati così vulnerabili?” (p. 159) chiede Fubini. Diceva Marx sulla globalizzazione:

L’universalità alla quale esso tende irresistibilmente trova nella sua stessa natura ostacoli che a un certo livello del suo sviluppo metteranno in luce che esso stesso è l’ostacolo massimo che si oppone a questa tendenza e perciò spingono al suo superamento attraverso esso stesso (Karl Marx, Grundrisse, Pgreco).

È questa, realmente, la nostra vulnerabilità? L’autore, pur senza rifarsi alla teoria della crisi finale del capitalismo, legge la nostra fragilità sistemica partendo dalle diseguaglianze, questione pericolosamente incidente sulla tenuta delle democrazie. Il ragionamento parte dall’elefantino del già citato economista Milanović e dal suo dar conto della distribuzione del reddito prodotta dalla globalizzazione.

L’immagine fotografa l’emergere fuori dall’Occidente di un nuovo ceto medio, figlio della crescita economica indotto, specie in Asia, dall’investimento estero proveniente dall’emisfero “sviluppato” del Pianeta. Il grafico evidenzia altresì la perdita di posizioni, via delocalizzazioni e iper competitività sul costo del lavoro, del ceto medio anche operaio del mondo cosiddetto sviluppato. Dunque grazie alla globalizzazione la disuguaglianza sarebbe ovunque in ritirata. Certo, a Nord l’indebolimento del ceto medio è un problema, anche politico data l’onda, ora in apparente risacca, del populismo. A essere ottimisti, potrebbe essere lo stesso sviluppo a risolvere il problema. Ma stanno proprio così le cose?

Vesuvio, Andy Warhol, 1985

Fubini, indossando occhiali analoghi a quelli della sociologia economica e della politologia, teme l’abbaglio di un “mondo piatto” dove il mercato appiana ogni cosa (Thomas Friedman Il mondo è piatto, Mondadori). È dubbio, infatti, che il grafico di Milanović rappresenti bene gli effetti della globalizzazione. Viceversa, osservando la disuguaglianza nazione per nazione e Stato per Stato, è opinabile il suo livellamento. Insomma, cala se rilevata globalmente; eppure

ricchi e i poveri entro ciascun gruppo delle nazioni sono sempre più distanti tra loro e danno forma ad assetti sociali in tensione, che minacciano di rendere un gran numero di sistemi politici meno stabili (p. 162).

Diversamente dall’Europa del Secondo dopoguerra, lo sviluppo trainato dal commercio estero procede con vincitori e vinti (disuguaglianza a macchia di leopardo).

Conseguentemente, per Fubini, nulla garantisce che lo sviluppo politico conseguente alla globalizzazione debba procedere con automatismo lineare verso la liberal-democrazia. Difatti, la crescita numerica delle democrazie, come supposto al crollo del Muro, si è arenata. Anzi

lo slittamento verso i modelli autoritari o illiberali è prevalente (p. 176)

mentre l’Occidente democratico è costretto all’arroccamento, in difensiva. Difatti, diseguaglianze e crisi della cultura democratica sono ben visibili in USA come in Europa. Qui Fubini pone una questione strategica: e se, per un mondo sull’orlo del vulcano, l’autoritarismo mostrasse maggiori capacità gestionali sulle “indecise” democrazie? È un’illusione, rileva Fubini, ma pericolosa perché, nelle difficoltà, attraente.

Eppure, nota l’autore, già il disastro di Chernobyl dovrebbe insegnare che i regimi autoritari possono aggravare i problemi. Certo in apparenza la letalità del Covid è correlata ai regimi liberal-democratici. Forse, sottolinea Fubini ironicamente, “la pandemia fa male alla salute” (p. 180)? Oppure, anche per i dubbi sulla gestione della pandemia in Cina, i regimi illiberali esibiscono un’efficienza di facciata dove, come sottolinea l’autore, l’opacità “al potere aumenta l’incertezza in un mondo strutturato in nodi interconnessi gli uni con gli altri” (183). Ma le democrazie hanno un problema: l’invecchiamento della popolazione. Un segno di senescenza. Un handicap evolutivo che per esse potrebbe essere dannoso per la sopravvivenza.

Poi c’è la febbre finanziaria, un problema per le democrazie, figlia a sua volta di una potente contraddizione tra “società consumista” e forti asimmetrie nella distribuzione delle opzioni di vita a partire da quelle relative all’economica. Due economisti vicini a Marx hanno letto questa dinamica come “sussunzione del lavoro al capitale e alla finanza“ (Riccardo Bellofiore, Joseph Halevi, La Grande Recessione e la Terza Crisi della Teoria Economica, Critica marxista on line, 2007): in sostanza, la compensazione via indebitamento dei ceti medio-bassi. Nota l’autore:

L’epidemia di investimenti sulle app è solo l’ultima incarnazione di questi comportamenti palliativi di una società che non riesce più a distribuire in modo equilibrato il reddito e soprattutto le opportunità di istruzione ed emancipazione (217). 

L’ideologia è quella della democratizzazione dei mercati finanziari; la realtà è quella della “democratizzazione del rischio” e di quello che gli economisti chiamano “azzardo morale”.

Se così fosse al primo segno di crisi dei mercati finanziari medesimi, dato l’impatto sugli “investitori da internet” (ceti medio-bassi), a pagare il conto sarebbero le democrazie liberali: qui Trump potrebbe essere il tuono che annuncia il fulmine. Anche perché qualcosa si è rotto nel meccanismo dei mercati finanziari nella loro relazione con l’economia reale. Ed è che necessità di “sempre più debito per generare lo stesso dollaro di crescita” (p. 229). È il cane che si morde la coda: i mercati evitano il panico se le autorità monetarie ampliano i loro bilanci (comprano di tutto); a sua volta questo, frenando artificialmente i tassi d’interesse, rende conveniente l’investimento azionario/obbligazionario: ma ciò produce “bolla”.

Così gli incendi finanziari si fanno potenzialmente sempre più devastanti e le banche centrali, per fugarli, “stampano”, prigioniere di questa logica. Basta un niente e le “praterie della finanza” vanno a fuoco. Viviamo, dunque, a ulteriore conferma dell’analogia di Fubini, sul ciglio di un vulcano.

È un circolo vizioso. Fubini prova a tracciare un’exit strategy individuando dei nodi problematici. Per prima cosa l’autore propone una riflessione critica sull’idea di efficienza economica, troppo spesso assunta a chiave di volta dell’intero universo economico.

Afferma infatti:

credere di poter separare l’efficienza e i bassi costi di produzione dalla giustizia sociale non è stato solo un errore: era impossibile (p. 248).

Così catene del valore troppo allungate sommano assieme ipersensibilità a shock del sistema internazionale e produzione di ineguaglianze. Cui aggiungere pure un problema militare: può, a esempio, la NATO dipendere per la sanità da beni prodotti da suoi competitor? È un rischio tollerabile?

La seconda riflessione che il libro propone e quella di ricordarci che in un mondo di debiti pubblici e privati “sterminato” un po’ d’inflazione può essere il modo meno traumatico per governarli. Ricordandoci che la deflazione è più di un fenomeno monetario/economico (come l’inflazione, del resto) è “una macchina per produrre inesorabilmente, in maniera perversa, vincenti e perdenti” (p. 253). La via che l’autore propone è quella, invertendo la logica dell’attuale globalizzazione, di agire “accorciando le catene di fornitura” (p. 255). Si potrebbe così avere un po’ d’inflazione da costi. Saggiamente l’autore evita di richiamare la politica monetaria: come egli stesso nota, oggi essa tende a produrre “inflazione in un settore solo”; ovvero “bolle finanziarie”.

Il libro di Fubini è da leggere perché aiuta comprendere il mondo in cui ci è dato di vivere. È, insomma, una viaggio di grande interesse in problemi che il Covid ha esacerbato, ma che lo precedono. Infine, ed è un pregio non da poco, il libro è liberatorio da molti luoghi comuni del mainstream: cosa necessaria per vedere meglio quanto ci accade, fosse solo il ciglio di un vulcano. Almeno, ci consente di fare un passo indietro.

Convinti che il vulcano non si risvegli ultima modifica: 2021-01-22T16:45:56+01:00 da FRANCESCO MOROSINI

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