29 gennaio 1996. L’incendio che sconvolse Venezia e il mondo

Si legge tutto d’un fiato il bel libro di Vera Mantengoli che a 25 anni dal rogo della Fenice ricostruisce con meticoloso e appassionato lavoro giornalistico la vicenda.
scritto da MICHELA CAMOZZI
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L’ho letto tutto d’un fiato il libro di Vera Mantengoli sull’incendio della Fenice. Ogni pagina, ogni capitolo richiamavano alla mia memoria “la notte di fuoco del 29 gennaio 1996″.

Quella sera festeggiavamo il diciottesimo compleanno di nostra figlia, Anna, quando ci accorgemmo dalla terrazza di casa a Sant’Elena delle alte fiamme che parevano salire dalla biblioteca Marciana. Solo più tardi avremmo saputo che stava andando a fuoco il Teatro La Fenice. 

Leggere questo bel libro mi ha riportato a quei giorni e ricordato lo sgomento che colse anche noi nell’apprendere la tragica notizia. Un sentimento comune che fu capito dal sindaco di allora, Massimo Cacciari, che interpretò il volere della città affermando che il Teatro sarebbe rinato “com’era e dov’era”, e così fu.

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Nelle numerose testimonianze che accompagnano tutta la prima parte di La Fenice, 29 gennaio 1996. La notte di fuoco: storie, interviste, articoli, molti ricordano la presenza del sindaco che fu tra i primi ad accorrere. Ma soprattutto sono memorie strettamente personali:

Ero una bambina, i miei genitori erano entrambi cantanti d’opera e la mia casa era la Fenice e le persone che lavoravano in teatro erano i miei babysitter.

Un fonico del Teatro, in quei giorni a Varsavia per l’organizzazione di un ciclo di concerti, ricorda che lui e i colleghi erano accolti con affetto e calore:

Non capivamo nulla di polacco, ma i volti esprimevano un vero dispiacere.

Anche Paolo Costa, allora rettore a Venezia e che si trovava in Inghilterra per un incontro delle università europee, rammenta:

Il rettore di Warwick mi introdusse parlando della Fenice e mi fece le condoglianze come se avessi perso un familiare.

Dolorose le parole dell’usciere Gilberto Paggiaro che quella sera si accorse, nel tradizionale giro serale, del fuoco che stava già consumando la seconda fila dei palchi e il Palco Reale, riuscendo ad avvertire il fotografo, Giuseppe Bonannini, che stava ancora lavorando.

Ero distrutto dal dolore, il teatro era bruciato e non c’era più. Anche dopo quel giorno il fuoco ha continuato a consumarmi perché mi ero ritrovato in qualcosa di più grande di me che non sapevo dove mi avrebbe portato.

Nel libro è giustamente sottolineato l’apporto straordinario dato dai Vigili del fuoco e dal loro comandante, Alfio Pini, che entrò dentro il Teatro per recuperare le bombole di acetilene usate nei lavori di realizzazione della rete antincendio. Roberto Tentellini, elicotterista dei Vigili del fuoco, rilascia questa nota:

Nonostante il divieto di sorvolare Venezia, con un elicottero attrezzato per lo spegnimento degli incendi nei boschi riuscimmo, io e altri due colleghi, ad impedire che le fiamme raggiungessero i palazzi limitrofi al Teatro. La Fenice sembrava un camino, volavamo in mezzo ai lapilli e ai tizzoni incandescenti che venivano trasportati dal vento, continuavamo a riempire la sacca da mille litri, portandoci in Bacino San Marco perché in quel momento si stavano dragando i canali attorno al Teatro.

Le tante testimonianze hanno il pregio di consegnare le voci, le paure, lo sgomento di quei giorni.

Le interviste a Felice Casson, in cui spiega come sono state condotte le indagini, a Paolo Costa che in qualità di sindaco e commissario per la ricostruzione riuscì a riavviare i cantieri, a Fortunato Ortombina che ricorda il concerto diretto da Riccardo Muti il 14 dicembre 2003, ci restituiscono la complessità dell’intera vicenda e il suo felice epilogo.

Di grande valore anche la parte riservata all’archivio degli articoli apparsi su La Nuova Venezia in quegli anni, in cui c’è una riflessione di Gianfranco Bettin sulla società veneta e i suoi mostri che mi ha profondamente colpita:

Uno è in ritardo coi lavori di consegna e cosa fa: brucia la Fenice. La storia dell’incendio della Fenice bruciata da veneziani, oltre che una storia criminale e di ordinaria mala-economia, è la storia di una straordinaria degenerazione antropologica che occorre capire e combattere in profondità.

La parte delle fotografie del rogo di Gianfranco Tagliapietra ci danno la misura della devastazione, mentre quelle di Michele Crosera sulla ricostruzione ci fanno capire l’enorme lavoro tecnico e artistico operato da maestranze altamente qualificate che restituirono il Teatro dopo 630 giorni di cantiere.

Mai come oggi il racconto dell’incendio della Fenice – sottolinea Vera Mantengoli – risuona come un grido per ricordarci che i luoghi dove si respira cultura sono una necessità vitale per la città. 

Oggi, città spopolata dai suoi abitanti, che vive soltanto di turismo, Venezia ha ancora la caratura per richiamare attorno a sé l’attenzione necessaria per la sua rinascita come fu venticinque anni fa quando si mobilitarono forze nazionali e internazionali che permisero la ricostruzione del Teatro?

Raggiunta la soglia dei cinquantamila abitanti nel centro storico, Venezia ancora non ha un progetto per il suo ripopolamento necessario per il futuro; sfide complesse che si tende a risolvere con delle semplificazioni, come per esempio la chiusura dei Musei Civici, senza tentare strade diverse da quelle sinora percorse.

Ecco perché il bel libro di Vera Mantengoli sull’incendio della Fenice è da leggere; per la freschezza della cronaca, per la precisione del racconto, per le tanti voci che riassumono il sentire comune e perché indirettamente pone a tutti noi che amiamo Venezia la domanda sul destino di questa straordinaria città.

29 gennaio 1996. L’incendio che sconvolse Venezia e il mondo ultima modifica: 2021-01-24T18:50:24+01:00 da MICHELA CAMOZZI

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