Crisi di governo. Guardando la scacchiera dal soffitto

La partita di palazzo Chigi, mosse, tattiche, strategie, dopo aver visto “La Regina degli scacchi”
scritto da ROBERTO DI GIOVAN PAOLO
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Ho seguito come tanti in Italia il dibattito sui media e alla Camera e in Senato. Ho ovviamente una mia opinione come tutti e qualche informazione, conoscendo alcuni protagonisti della crisi, ma mi è venuto soprattutto un dubbio di immedesimazione: cosa farei se fossi il segretario del Pd? Passerei la giornata compulsando i foschi sondaggi (maggioranza assoluta al centrodestra in tutte e due le Camere), santiando contro l’odiato Renzi e dichiarando che non si fanno “pasticci” ma che comunque non temo le elezioni? Forse sì, forse no. Provo a stare al gioco – solo per me stesso – e chiedermi cosa conta di più nell’attuale momento (lascio il futuro a un possibile saggio, per l’appunto futuro, ma tanto la sinistra sul futuro non si interroga da anni, c’è tempo…): certamente i soldi che servono per la ripresa del paese post pandemia e l’immagine del paese che li accompagna in Europa; certamente l’elezione del prossimo presidente della Repubblica.

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Su questi due temi essenziali, se si va a elezioni (che non è un trauma, ma le uniche le ho vinte con l’Ulivo e Prodi) e le perdo come finisce? Allora, fresco reduce di serate con la Regina degli scacchi, ripasso aperture, mediogioco e finali di partita. Sarò essenziale e stringato, perché mi sto occupando solo del presente in una politica che vive solo sul presente. E peraltro mercoledì si vota sulla relazione di Bonafede, che un gran ministro della Giustizia non lo è stato (per di più ha aggravato la situazione delle carceri e creato vari problemi in seno al Dap). Insomma, lì si vota e si passa con la maggioranza semplice e Italia Viva ha già annunciato di votare contro: fa 140 centrodestra più 16 (se due rimangono malati), ovvero almeno 156, anche per le opposizioni a Bonafede. Allora ricapitolo: io andrei a vedere il gioco dei due pokeristi Renzi e Conte.

Renzi sa che non si vuole andare veramente alle elezioni (sennò il centrodestra faceva “compere” pesanti) e dunque (simpatia o no, in greco maccheronico come Conte o in italiano come Renzi) portato a casa il PNRR rifatto, nominato un delegato ai servizi e detto in mille salse che non ci sono fatti personali contro una maggioranza ristrutturata, il problema rimane Conte.

Quest’ultimo ci ha detto che portava a casa la maggioranza assoluta ma è arrivato a quella semplice di 156 con tre senatori a vita – che non potranno esserci sempre e men che meno in Commissione – dopo una settimana di trattative a ogni livello (dai colleghi avvocati del Consiglio di Stato a felpate manovre nell’ombra). Per di più, medita di fare un partito suo che ruba voti a me e leadership a Di Maio e ciò che resterà dei Cinquestelle.

Fermiamoci un attimo qui e analizziamo quanto conta Conte a livello internazionale: Biden ha altro da fare ma certo non gli parleranno bene di lui, soprattutto la soddisfazione per la sua elezione al livello europeo di Merkel e Macron per l’Italia l’ha espressa Mattarella… In Europa potrà anche stare simpatico, ma anche se supera questa crisi, di sicuro al momento di staccare l’assegno del primo bonifico all’Italia a ottobre 2021 la Merkel chiamerà Mattarella per sincerarsi che l’assegno e i soldi vadano a buon fine e chiederà a nome di tutta l’Unione Europea: “Presidente, garantisce lei per questo Conte? O ha un nome più fidato e personale (Mattarella non ci pensa nemmeno: pure Cottarelli era una extrema ratio tattica), o qualcuno che conosciamo a cui possiamo affidare soldi con una ragionevole certezza che siano spesi?”

Quindi, se ci penso bene, la domanda sulla continuità di Conte a causa di Renzi è solo anticipata. Uhm… Ma allora potrei anticipare la risposta: un nuovo governo frutto di un accordo con Renzi (tanto dovrò salvare solo lui se vorrò e potrò, il suo gruppo sparirà dal parlamento alle prossime elezioni e comunque non è ciò che gli sta a cuore… qui non c’è più traccia manco di Monti, che aveva avuto il dieci per cento alle urne).

Un nuovo governo con presidente del Consiglio un nome indiscutibile per l’Europa che vada bene anche a M5S e che avrà Di Maio vicepresidente (come ne avremo uno noi del Pd, di vicepresidente). Al posto di Di Maio, agli Esteri ci mando Conte che così tiene alto il livello della sua presenza e non potrà dire di no a ripercorrere il cammino di un Andreotti o di un Emilio Colombo. E facciamo pure questa benedetta cabina di regia dei fondi con a capo Barca, che era il segretario della Commissione creata da Ciampi al Tesoro quando passammo dal trenta al settanta per cento di utilizzo dei fondi UE. Leu? Il manifesto? Gli “orbi di Conte” leader leninista e della Nep post-moderna? Be’, si adegueranno. Il “campo aperto” esige una componente movimentista che Fratoianni e De Petris sapranno coltivare con dovizia tra la “mucca nel corridoio” di Bersani e il nuovo Iri-Statolatrico non dichiarato di Cassa depositi e prestiti.

In fondo così mi ritrovo sempre con gli stessi scomodi Di Maio, Conte, Renzi che avevo prima della crisi, ma forse si riesce a scrivere assieme il nome del nuovo presidente della Repubblica e poi si vede. Certo, tocca manovrare. Certo, è tattica, mica strategia. Ma forse dopo potrei dedicarmi un po’ a rimettere in piedi l’esausto Partito democratico, cercando di andare oltre l’immagine dei “manager istituzionali specialisti delle crisi d’emergenza”. Potrei riprendere magari la riflessione su cosa è un partito oggi nella “rete”, potrei lanciare forum di lavoro online che costituiscano una ossatura – per l’appunto, “a rete” – e con temi da affrontare a tempo e con geometria sociale variabile così da intercettare settori con cui oggi non dialogo, come i rider oppure i lavoratori della logistica, quelli in smartworking (telelavoro per la verità oggi) e quelli a tempo, di giornata non di mesi nel regime della pandemia. Potrei aggiornare alcune proposte politiche sullo sviluppo sostenibile recuperando creatività e forse persino invertire la rotta dei sondaggi in vista delle prossime elezioni politiche.

Vabbè, ora smetto i panni. Non mi si addicono, diciamolo. Torno spettatore. Gli scacchi sono un gioco violento ed estremo. Non stento a crederlo. 



Immagini da La regina degli scacchi, miniserie televisiva statunitense creata da Scott Frank e Allan Scott, distribuita in streaming il 23 ottobre 2020 su Netflix. La serie è basata sull’omonimo romanzo del 1983 di Walter Tevis.

Crisi di governo. Guardando la scacchiera dal soffitto ultima modifica: 2021-01-24T14:58:19+01:00 da ROBERTO DI GIOVAN PAOLO

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1 commento

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Biagio De Marzo 27 Gennaio 2021 a 17:06

Il nome può essere Draghi con Giovannini responsabile del PNNR?

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