La crisi più pazza del mondo

Ora tutti, ma proprio tutti, dovranno mettere da parte le prove muscolari, gli anatemi, le trattative svolte nelle tenebre della notte. E i giochi sono tutti, ma proprio tutti aperti.
scritto da CARMINE FOTIA
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La crisi più pazza del mondo finisce finalmente nelle sagge mani del presidente della repubblica. Ora tutti, ma proprio tutti, dovranno mettere da parte le prove muscolari, gli anatemi, le trattative svolte nelle tenebre della notte. E i giochi sono tutti, ma proprio tutti aperti. Un governo allargato solo ai “responsabili”? Un governo allargato ai responsabili con Renzi? Un governo Ursula? Un governo di mini-unità nazionale? Oppure un governo di scopo che gestisca il Recovery Fund e porti ordinatamente al voto entro giugno. Il presidente della repubblica non vuole imporre alcuna soluzione ma, visto il momento che attraversiamo, anzitutto inviterà a non perdere tempo, a presentare una maggioranza adeguata alle attuali drammatiche necessità, certa nei numeri e nelle forze politiche che la compongono. Incarichi al buio Mattarella non ne darà. Neppure a Conte. Detto questo, si possono fare alcune considerazioni, la prima delle quali riguarda la natura della crisi. 

La lettura avallata fino a ieri dal Pd e dal M5S, aizzati con la consueta violenza verbale da Marco Travaglio che oggi benedice come santi i “voltagabbana” (il termine è suo) mentre ieri incitava a lapidarli, è che tutto nasce dall’irresponsabilità di Renzi che perciò va espulso dal consesso civile, messo in quarantena, lapidato. Il moralismo, però, quando si applica alla politica non spiega nulla perché nella sua essenza la politica è “sangue e merda”, come dice Rino Formica, ovvero quell’impasto di interessi, passioni, ideali, brame di potere che è praticata dagli esseri umani non per raggiungere la perfezione, ma per trovare, nelle condizioni date, il modo per cooperare invece che eliminarsi reciprocamente.

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Tornando alla crisi se ne possono discutere modi e tempi ma, anche ammesso che Renzi sia il mascalzone più mascalzone del mondo, non è con gli anatemi e le minacce che si affrontano i problemi sollevati dalle dimissioni delle ministre di Italia Viva, che invece hanno origini nell’irrisolta natura stessa di questo governo. Il Bis-Conte infatti nacque dalla disperazione del M5S che aveva subito nel Conte-1 l’egemonia di Salvini che cercò il colpo di teatro e finì atterrato da un colpo di sole. Il Pd, su impulso di Bettini e Renzi (allora ancora dentro il partito e fino a quel momento nemico giurato dei pentastellati), si aprì al Conte-2 tra molti mugugni. Le strategie dei due però divergevano: l’uno sognava e sogna un nuovo centrosinistra rivitalizzato dal sangue nuovo del “populismo mite” di Conte, il secondo pensava e pensa invece a un patto provvisorio per mettere in sicurezza l’elezione di un nuovo capo dello stato non sovranista e poi cercare di intaccare lo zoccolo non estremista del centrodestra. Sono due disegni politici, entrambi legittimi, ma alternativi. 

Nel governo che ne nacque il M5S si vendicò trattando lo junior partner Pd come Salvini aveva trattato i pentastellati, dicendo no a tutte le richieste di discontinuità: Mes, giustizialismo, riforme istituzionali. Fino a gennaio dello scorso anno andò così: tutte le riforme dei giallo-verdi al loro posto, nessun segno di cambiamento, le forze di centrosinistra (Pd e Italia Viva) umiliate e costrette ad accettare tutto in nome del Tutto Tranne Salvini. Solo l’irruzione tragica della pandemia ha rinviato una crisi che sarebbe già esplosa da tempo. Nella prima fase, com’era giusto e inevitabile, scattò uno stringersi tutti attorno alle istituzioni esistenti, accettando restrizioni alle nostre libertà per salvare le nostre vite, poi man mano che il tempo passava e l’andrà tutto bene diventava un’insopportabile litania che faceva a pugni con le condizioni reali di vita degli italiani si accumulavano errori, conflitti istituzionali, contraddizioni. 

Affiancato dalle ministre Teresa Bellanova e Elena Bonetti, Matteo Renzi ne annuncia le dimissioni, 13 gennaio 2021

Nel frattempo la politica e il parlamento erano stata messi in mora sostituiti da un accentramento dei poteri nelle mani dell’esecutivo e del capo del governo, non sempre necessario e auspicabile, come più volte sottolineato da Sabino Cassese. La caparbia volontà di gestire in proprio i servizi segreti, la costruzione di una struttura piramidale per la gestione degli ingenti aiuti europei che avrebbe fatto capo allo stesso capo del governo senza un piano (sostituito da una parata propagandistica denominata Stati Generali), la costruzione di una narrazione presidenzialista attorno a Conte da parte del geniale Rocco Casalino, il suo Rasputin 4.0 (s’ipotizza un partito Con-Te che toglierebbe voti solo a Pd e M5S) ne sono state la più evidente manifestazione. Di tali tendenze non solo Italia Viva, ma anche il Pd si diceva molto preoccupato.

Al di là della tempistica e dei modi renziani questa è la sostanza della crisi, che mette in evidenza i nervi scoperti sul piano sia dei contenuti sia della strategia politica. Sul primo, il commissario europeo Paolo Gentiloni (è lui il vero artefice italiano della svolta europea, non Conte) fa un brusco richiamo alla realtà. Ci dice, infatti, che le risorse dell’Europa non saranno gratis e non solo perché una parte di esse è a debito, ma soprattutto perché non arriveranno se non saranno accompagnate da piani particolareggiati di riforme su giustizia, burocrazia, sostenibilità, innovazione, che garantiscono che i fondi verranno spesi in fretta e bene. È del tutto evidente che, se siamo arrivati a questa crisi, è soprattutto perché il governo ha finora proposto soluzioni insufficienti e contraddittorie, non coerenti con quegli obiettivi o vaghe. 

Gisueppe Conte nello studio di Palazzo Chigi

Inutile, dunque, accanirsi nella ricerca dei singoli voti, negli anatemi, nelle prove muscolari che, da chiunque provengano, provocano disgusto nei cittadini che, come ha osservato De Rita, stremati dalla lunga frase di restrizioni gestite in modo rapsodico e cangiante, non vedono prospettive comuni di ripresa e si rinchiudono sempre più nel rancore e nell’egoismo. Né tanto meno serve schierarsi attorno al premier al modo dei gesuiti, “perinde ac cadaver”. Le cose stanno esattamente come ha detto Romano Prodi a Repubblica: il nome del premier, la natura della coalizione, i disegni strategici opposti che convivono in essa, sono del tutto irrilevanti. Quel che conta è riunire attorno a un programma semplice, incentrato sulla ripresa e il rilancio economico, sulle poche essenziali riforme da fare subito, sulla gestione efficace del piano di vaccinazione, una maggioranza solida. 

Sarà in grado Conte di gestire questa fase nuova, caso unico nel mondo occidentale di un capo del governo che dirige consecutivamente tre governi con maggioranze diverse, due delle quali in netta antitesi tra di loro? Personalmente credo di no, perché oggi servirebbe un leader riformista vero, non uno che cambia le culture politiche come la pochette: oggi indosso il populismo ma domani posso anche mettere il liberal-socialismo-popolarismo, e dopodomani qualunque colore si porti.

Sia chiaro, da fan non pentito della prima repubblica, non trovo nulla di scandaloso nella ricerca dei numeri per allargare la maggioranza (se non vi sono patti osceni o scambio di denaro): i parlamentari sono, per fortuna, senza vincolo di mandato e dovrebbero mettere l’interesse del paese davanti all’interesse di partito. È molto divertente, però, che chi pretendeva il vincolo di mandato e reprimeva il dissenso a suon di espulsioni tipo Pci degli anni Cinquanta oggi si rivolga a quei “pidocchi nella criniera di un cavallo” (così Togliatti definì i dissidenti Cucchi e Magnani) appena cacciati come a immacolate vestali del verbo dell’infallibile capo che non è più Il Migliore formatosi alla scuola di Gramsci bensì Il Meno Peggio di Volturara Appula sul quale secondo me Massimo Franco, ospite di Lilli Gruber a Otto e Mezzo, ha espresso un giudizio lapidario e definitivo quando gli è stato chiesto se Conte in qualche modo potesse ricordare Andreotti: “Andreotti era figlio di Pio XII e De Gasperi, Conte di Grillo e Bonafede”.

La crisi più pazza del mondo ultima modifica: 2021-01-26T12:49:20+01:00 da CARMINE FOTIA

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