Bican e Salo. Due glorie del calcio nella Memoria

Due eroi dello sport che s’opposero al nazismo. Josef Bican, il fenomenale attaccante che detiene tuttora il record di gol in carriera, e Salo Muller, famoso per aver messo la propria bravura al servizio del rivoluzionario Ajax di Michels e Cruijff.
ROBERTO BERTONI BERNARDI
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Esiste la Storia ed esistono le storie che la compongono, ed è sempre sbagliato pensare di poter scindere i due elementi. Questo discorso è ancor più vero se si parla di Salo Muller e Josef Bican, il fisioterapista che mise la propria bravura al servizio del rivoluzionario Ajax di Michels e Cruijff, e il fenomenale attaccante che detiene tuttora il record di gol in carriera. Muller, classe 1936, nacque nello stesso paese di Anna Frank, l’Olanda devastata dall’invasione nazista con il suo carico di antisemitismo feroce e capace di sconvolgere vite, destini, famiglie e il concetto stesso di umanità.

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Quella di Salo era stata un’infanzia felice, fino al giorno in cui la persecuzione non assunse i contorni della tragedia definitiva, la “soluzione finale” per l’appunto, che condusse al rastrellamento di migliaia e migliaia di persone e alla deportazione dei suoi genitori, Lena Blitz e Louis Muller, prima al campo di Westerbork e poi ad Auschwitz, dove entrambi trovarono la morte a pochi mesi di distanza l’una dall’altro. Salo era un bambino l’ultima volta che li vide, dovendo affrontare il resto della sua lunga vita da orfano e dovendo fare i conti con il dramma di un’assenza che lo ha segnato per sempre.

Salo Muller,con Johan Cruyff e Fred Dikstaal in panchina nela partita FCTwente-Ajax (1-1) nella stagione 1966/67

Eppure, nonostante tutto, è arrivato là dove forse non si sarebbe mai immaginato di arrivare, protagonista di uno dei miracoli sportivi più grandi di sempre, in una stagione del mondo nella quale tutto sembrava possibile e la memoria della guerra e del suo abisso erano ancora ben presenti all’interno della società. 

Josef Bican, invece, era nato a Vienna il 25 settembre 1913, figlio del boemo Frantisek e di Ludmilla, viennese di origine cecoslovacca. La leggenda di Bican nasce negli anni Trenta: non solo per i suoi gol, segnati a grappoli, ma per il coraggio che dimostrò, al pari del povero Sindelar, nel compiere il gran rifiuto all’indirizzo della Germania nazista che, nel ’38, aveva annesso l’Austria e pretendeva che i campioni del Wunderteam di Hugo Meisl andassero a rafforzare le fila della nazionale tedesca. 

Bican, vissuto nella Vienna di Freud e di Zweig, non sopportò la violenza del regime nei confronti degli ebrei e la ferocia complessiva che permeava quell’occupazione disumana, pertanto decise di tornare in Cecoslovacchia, allo Slavia Praga, divenendone un simbolo dopo aver fatto sognare per anni i tifosi del Rapid Vienna. Aveva partecipato ai Mondiali italiani del ’34 con l’Austria. Non accettò di esibirsi in Francia, nel ’38, con la nazionale tedesca, il che lo rende un simbolo della resistenza di una parte del mondo dello sport all’orrore dilagante in quegli anni.


È bene ricordare che Bican, nel ’47, fu autore di un altro gran rifiuto, dicendo no all’ambiziosa Juventus post-bellica, in quanto temeva che in Italia potessero vincere i comunisti e che il nostro paese potesse finire nell’orbita sovietica.

Un campione d’altri tempi, per temperamento, idealismo, motivazioni e capacità di sopportare il peso ideologico e politico di una stagione tremenda. Un fuoriclasse che ha sempre pagato a caro prezzo le proprie scelte e le proprie convinzioni, vedendosi costretto persino a lavorare come operaio alla stazione ferroviaria di Praga da quello stesso regime comunista che aveva temuto di incontrare in Italia e che si trovò in casa, in forma assai peggiore, agli albori della Guerra fredda.

Salo Miller e, sul lettino, Johan Neeskens, Ajax, 1972

La colpa di una così mesta fine fu dovuta all’amore popolare nei suoi confronti, capace di indurre la folla, radunatasi in strada per il 1° maggio, a inneggiare a lui anziché al presidente Zápotocký.

Per vari aspetti, la sua biografia è, dunque, simile a quella di Muller, che si è dovuto ritagliare un posto nel mondo superando ogni ostacolo e lottando innanzitutto con i demoni di un’infanzia tradita e di una felicità familiare infranta dalla più atroce macchina di morte che sia mai stata messa a punto dall’essere umano. 

Muller, fortunatamente, è ancora fra noi. Bican, purtroppo, ci ha detto addio vent’anni fa, il 12 dicembre 2001, all’età di ottantotto anni. È stato giusto rendergli omaggio affinché la sua storia non venga ridotta a una mera questione di numeri e statistiche. Il calcio, come la vita, è altro. Per non dimenticare.

La tomba di Josef Bican a Praga


Copertina: Josef Bican

Bican e Salo. Due glorie del calcio nella Memoria ultima modifica: 2021-01-27T18:44:25+01:00 da ROBERTO BERTONI BERNARDI
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