L’autocensura di Disney? Decisione corretta ed esemplare

La scelta del gigante dell’entertainment di aggiungere un disclaimer per avvisare delle rappresentazioni negative di popoli e culture crea polemica in Italia. Chi tuona contro la cancel culture, chi contro il politicamente corretto, chi si prende gioco della decisione. Però il tema è serio e una società che diventa sempre più diversa forse dovrebbe cominciare a chiedersi come si sentono le persone oggetto di quegli stereotipi.
MARCO MICHIELI
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La vicenda dei cartoni animati della Disney riaccende il dibattito su razzismo e identità anche nel Belpaese. Come al solito però la discussione prende una piega politica del tutto interna e diventa facile oggetto di clickbait. Già perché se da destra i quotidiani utilizzano la decisioni della Disney per lanciare strali contro la “cultura della cancellazione”, il “politicamente corretto” e finanche il multiculturalismo, responsabile di tutti i mali del paese, a sinistra la situazione non è migliore. 

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Perché il tema è anche acchiappa click. Chi non insorgerebbe in difesa delle proprie abitudini e delle proprie “tradizioni”, minacciate da “chiassose minoranze”, tanto da condividerne, scandalizzati, i contenuti sui social? Stupisce che si facciano trascinare nella polemica anche personalità di sinistra come Gianni Cuperlo che non solo critica la decisione della Disney ma, con un’insopportabile mancanza di tatto, se ne prende anche gioco (“chi difende le iene del re Leone?”).

Per chi non conoscesse la vicenda, a ottobre dello scorso anno la Disney aveva deciso di mettere un avvertimento per alcuni dei suoi vecchi film, segnalando la presenza di “rappresentazioni negative e/o insulti verso persone o culture”. Per questa ragione su Disney+ film come Dumbo, Peter Pan e Gli Aristogatti sono accompagnati da un disclaimer che spiega la presenza di certe scene. Secondo molta stampa italiana, poi, qualche giorno fa Disney avrebbe deciso di eliminare la visione degli stessi dalla sezione dedicata ai bambini, lasciando tuttavia libera la visione nella sezione per gli adulti, sempre accompagnati dal disclaimer.

Chiariamo subito che non vengono proibiti dei film. Si possono continuare a vedere. Se un genitore volesse far vedere Dumbo o Peter Pan, basterebbe accedere all’account dell’adulto per poter vedere il film. Ancora più importante. Disney non vi dice che, poiché avete visto quei film, siete dei razzisti.

Eppure molti si sono lanciati in una sorta di lamentatio per la decisione presa: visto che “noi non siamo razzisti”, quei cartoni non generano alcuna conseguenza sulle persone. Ed è qua il problema: che osserviamo la questione dal nostro punto di vista. È un problema di altri, poco rilevante oppure, peggio, ci si adeguino.

La Disney fa parte della vita di milioni di persone da decenni. Io stesso ho guardato e continuo a guardare i suoi cartoni. I suoi film hanno creato una sfilza di bei ricordi d’infanzia nella mia vita. Esperienze piacevoli perché incentrate principalmente su cose positive. Però lo sguardo è appunto su che cosa quei film significano per noi. Non ci sfiora l’idea che alcune rappresentazioni possono essere problematiche, fastidiose e anche dolorose per altri. In particolare per coloro che sono oggetto di quelle rappresentazioni negative. Di quegli stereotipi razziali.

Perché a un afroamericano dovrebbero piacere i corvi di Dumbo che rendono un omaggio musicale agli spettacoli dei cantastorie razzisti, quando degli artisti bianchi con le facce colorate di nero e i bordi della bocca circondati dal bianco, ridicolizzavano gli africani schiavi nelle piantagioni meridionali? Perché a un afroamericano dovrebbe piacere che il leader del gruppo dei corvi di Dumbo si chiami Jim Crow, il nome delle leggi che imponevano la segregazione razziale nel Sud degli Stati Uniti? O, sempre in Dumbo, ascoltare “The Song of the Roustabouts”, dove lavoratori neri senza volto lavorano cantano “quando otteniamo la nostra paga, buttiamo via tutti i nostri soldi”?

Perché un nativo-americano dovrebbe essere contento di guardare un cartone animato, Peter Pan, dove vengono rappresentati in un modo stereotipato che non riflette né la diversità dei popoli nativi, né le loro tradizioni culturali? Si mostrano invece solo delle persone che parlano in una lingua incomprensibile, chiamandoli “pellerossa”, che è un termine offensivo. Perché dovrebbero amare un film nel quale Peter e i ragazzi perduti indossando copricapi e deridono la cultura dei nativi?

Discorso simile per la rappresentazione dell’“asiatico” negli Aristogatti o in Lilli e il Vagabondo.

Certo qualcuno dirà – e lo ha anche scritto – che anche gli italiani sono oggetto di stereotipi (come se questo peraltro non creasse prese di posizione scandalizzate quando questo accade). Ed è vero. Ma il fatto è che qualsiasi stereotipo o rappresentazione negativa di popoli e culture sarebbe da respingere. E mi fermo a questo: perché dovremmo parlare della rappresentazione del genere e dell’orientamento sessuale. Però il problema ulteriore nel caso Disney è che sono stereotipi a uso e consumo della maggioranza bianca e a danno delle minoranze razziali. E non può essere messo sullo stesso piano.

Nessuno chiede di cancellare i film Disney. Vi chiedono solo di capire perché quelle scene oggi pongono dei problemi. Non vi accusano di essere razzisti. Vi chiedono solo di prendere coscienza dell’uso negativo che anche il cinema ha fatto delle questioni razziali.

Non entro nemmeno sulla questione delle conseguenze psicologiche delle persone oggetto degli stereotipi: per esempio la paura di fare qualcosa che confermi le percezioni negative del gruppo stigmatizzato di cui siamo membri.

Cerchiamo di non banalizzare questa vicenda. Disney certamente lo fa anche per ragioni di mercato. E non è la sola a farlo. Ma trattare questa storia semplicemente per portare acqua al mulino della lotta contro il “politicamente corretto” o la “cancel culture” è deprimente. L’uso di stereotipi e di rappresentazioni negative è una cosa di cui dovremmo interessarci anche noi come italiani. Siamo davvero sicuri che la rappresentazione che diamo nelle narrazioni mediatiche nei film sia il modo migliore per rappresentare le minoranze presenti nel paese?

L’autocensura di Disney? Decisione corretta ed esemplare ultima modifica: 2021-01-27T15:59:00+01:00 da MARCO MICHIELI

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2 commenti

Dumbo e il bias cognitivo | Luminosi Giorni 16 Febbraio 2021 a 19:04

[…] l’eccellente articolo di Marco Michieli su Ytali https://ytali.com/2021/01/27/lautocensura-di-disneydecisione-corretta-ed-esemplare/ in merito alla decisione della Disney di accompagnare alcuni vecchi film animati (Dumbo, Peter […]

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ytali. - Tutti i Venerdì del mondo 11 Maggio 2021 a 19:00

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