Liliana Segre, tra memoria e futuro. Parla Giuseppe Civati

La testimonianza della Shoah vissuta in prima persona e l'impegno civile della senatrice a vita in “Liliana Segre, il mare nero dell'indifferenza”. Ne parliamo con chi ha curato il libro, documentando e raccontando una storia tragicamente italiana.
scritto da MARCO MILINI
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Se ogni tanto qualcuno sarà candela accesa e viva della memoria, la speranza del bene e della pace sarà più forte del fanatismo e dell’odio dei nostri assassini.
Liliana Segre, Venezia, 6 dicembre 2001

Il 27 gennaio è il Giorno della Memoria. Si ricorda la Shoah, si ricordano le vittime dell’antisemitismo, del razzismo, dell’odio. Si ricorda ciò che è successo in Europa, non molto tempo fa. Tra le vittime di una delle pagine più tragiche della nostra storia, una vittima sopravvissuta, c’è Liliana Segre: bambina al tempo, strappata alla sua vita di bambina, a Milano, diventata improvvisamente diversa, sbagliata, per la sola colpa di essere nata ebrea. Dalle leggi razziali in poi la sua vita non è stata più la stessa: rifugiata, clandestina, respinta, prigioniera prima a San Vittore, a pochi passi da quella che era stata casa sua, poi caricata su un treno alla stazione centrale di Milano e deportata ad Auschwitz dove fu, come lei si definisce, prigioniera schiava in una fabbrica che produceva bossoli ed esiste ancora oggi.

Liliana Segre negli ultimi trent’anni ha parlato, ricordato, raccontato la sua personale esperienza della Shoah, e di questa sua testimonianza, come del suo successivo impegno istituzionale seguito alla nomina a senatrice a vita, ci parla Liliana Segre. Il mare nero dell’indifferenza, libro pubblicato da people a cura di Giuseppe Civati. È un libro ben fatto, documentato, scritto in maniera chiara. Un buon modo per avvicinarsi e conoscere la storia di Liliana Segre e il valore, l’attualità della sua testimonianza.

Parlando del libro con Giuseppe Civati abbiamo cominciato proprio da qui: dall’attualità, l’importanza della testimonianza di Liliana Segre.
A me interessava far capire che ci serve per “ricordare il futuro”, non per ricordare semplicemente il passato, un passato per altro molto recente. Io cerco sempre di ricordare che si tratta di una persona che è in vita e ha vissuto quelle cose. Non stiamo parlando di un’antichità remotissima ma di una cosa che è successa nelle nostre città, non c’era internet ma c’erano i telefoni, c’erano i treni, c’era il centro di Milano, c’era l’italianità, peraltro rivendicata dalla stessa famiglia Segre, che in buona parte non era una famiglia antagonista del fascismo, soprattutto lo zio. Per dire come quella cosa abnorme ed enorme succede nella normalità di una borghesia del centro di Milano, in corso Magenta, a due passi dal cenacolo di Leonardo da Vinci: si sappia che proprio lì vicino per Liliana Segre si sono chiuse le porte della scuola che frequentava.

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Mi interessava molto questo aspetto, in più il messaggio era diventato istituzionale grazie a Mattarella che fece una mossa, dal punto di vista delle politiche istituzionali, altissima nominando Liliana Segre senatrice a vita. Il mio libro, paradossalmente, riparte da lì, poi torna indietro per poi ritornare all’ultimo giro di messaggi, di appelli, di considerazioni che Liliana ha fatto negli ultimi tempi. Tra l’altro la seconda edizione è recentissima, il libro è aggiornato a settembre, alle ultime parole.

Tra le ultime sue parole c’è anche il discorso al parlamento europeo. Il suo ultimo discorso. Oggi Liliana Segre ha deciso di interrompere la sua attività di testimonianza, ne sente il dovere ma le costa troppa fatica.
Quel discorso è clamorosamente bello. Liliana Segre ha un senso altissimo delle istituzioni, basti pensare a un fatto di questi giorni: è andata in parlamento per votare la fiducia quando altri non sono andati, al di là degli schieramenti di maggioranza e opposizione. Lei è andata, a novant’anni e con la pandemia in corso: un segnale di grande spirito e grande rispetto per le istituzioni.

Liliana Segre parlando ai parlamentari europei riuniti in seduta plenaria

E tuttavia Segre, quando parla, si presenta sempre non solo come rappresentante delle istituzioni, come testimone. Lei dice spesso che parla come “nonna”.
Lei nel suo racconto fa un’operazione: torna bambina, ritorna nonna, si rivolge ai ragazzini dell’età in cui lei era deportata in un sapiente gioco intergenerazionale che sembra molto semplice, ma secondo me c’è un lavoro notevole nella costruzione della testimonianza. Liliana Segre è “nonna di sé stessa”, di lei bambina, che si rivolge ai suoi nipoti ideali. Un continuo andare e tornare rispetto a quell’epoca, rispetto a ciò che provava lei, al messaggio che vuole infondere nelle coscienze. Le coscienze dei ragazzi, soprattutto. Questo è importante. Per me è carico di senso presente e futuro questo messaggio.

Eppure, l’attività di Liliana Segre, che da quando è stata nominata senatrice non si è più limitata alla testimonianza nelle scuole, non è stata sempre facile.
No. L’autunno del 2019 lo abbiamo passato tutti a discutere la commissione Segre [Commissione parlamentare di indirizzo e controllo sui fenomeni di intolleranza, razzismo e istigazione all’odio e alla violenza, ndr] con quei toni spiacevoli, per non dire di peggio. Ci fu la brutta sorpresa per lei di essere accusata e trovarsi, lei, dalla parte del censore, del carnefice addirittura, del giudice assoluto. Quando le sue intenzioni, come si capisce dalla stessa istituzione di questa commissione, erano ben altre. Ma hanno voluto strumentalizzare anche quelle. Siamo un paese così… Tra l’altro, un paese in cui il ragionamento sulla responsabilità italiana, la relazione con quell’epoca, non è stato fatto: non si riesce a ragionare criticamente su noi stessi, sulla nostra storia, né nazionale né coloniale.

Il Corriere della Sera dell’11 novembre 1938 annuncia l’approvazione delle leggi razziali

Il libro si intitola “Liliana Segre. Il mare nero dell’indifferenza”. Quell’indifferenza che era la cosa che, nella sua testimonianza, dice di aver sofferto e temuto di più, e contro la quale si è adoperata oggi con la sua attività, parlando e agendo, contro ogni odio, il razzismo, ogni discriminazione, per l’accoglienza.
L’insegnamento per Segre è sempre costituzionale. L’articolo 10 della Costituzione è centrale per lei. Come lo era per i costituenti, che spesso erano stati deportati anche loro e avevano rischiato la vita, esattamente come Liliana Segre. E per quanto riguarda l’indifferenza, riguarda non solo i fascisti o i violenti, ma soprattutto quanti si ritengono “al di sopra di ogni sospetto”, quanti semplicemente si voltano dall’altra parte, fingono di non vedere: è a loro che si rivolge lei. Perché l’indifferenza consente alla violenza di manifestarsi, di trovare campo libero, se non c’è una presenza.

Io e Liliana ci siamo ritrovati a usare lo stesso termine, presenza, che preferiamo a responsabilità, che è un po’ generico. La presenza, fisica, col linguaggio, con la scelta degli argomenti, con le parole, con le politiche, ci dev’essere: altrimenti si afferma qualcosa di “scivoloso”, nel senso tecnico, cioè che ti fa scivolare e poi non sai dove puoi arrivare. Come ricorda sempre Segre, Auschwitz fu alla fine, non all’inizio. All’inizio erano battute, vignette, norme, poi le leggi razziali, questioni amministrative anche molto piccole che venivano contestate alle persone di “razza” – fra milioni di virgolette, parola da non usare mai più – ebraica, la costruzione stessa della supposta “razza ebraica”, determinando chi fosse ebreo e chi no… Insomma, tutto questo è successo gradualmente. Quello che Segre dice è: state attenti, perché se perdete di vista alcune cose, per esempio nel rispetto delle istituzioni, o nell’uso delle parole nei confronti degli avversari politici, o nella concessione di spazio alla violenza, alla fine tutte queste cose possono tornare a fare male.

Non lasciare spazio all’odio. Segre racconta che fu per lei una scelta quella di non odiare i suoi carcerieri e aguzzini una volta sopraggiunta la liberazione.
Lei proprio lo dice: la prima libertà è quella dall’odio, non ce n’è un’altra. Non perdonerà mai, dice, non tornerò ad Auschwitz, non riesco – e non mi sembra neanche giusto chiederlo a una persona che è stata deportata – però io non voglio reagire. Più che altro, dice, pensandoci oggi, provo pena. Dice: preferisco essere stata dalla parte delle vittime che dei carnefici. Come peraltro preferisce essere stata figlia e non genitrice in quella fase, perché essere genitore in quel momento era doppiamente angosciante. Poi nella sua vita c’è il rapporto con suo padre, che è straordinario… Nel libro, nella sua storia, ci sono tanti elementi che arricchiscono.

Peraltro è appena uscito un libro suo con Gherardo Colombo, La sola colpa di essere nati, meno circostanziato del mio, diciamo meno storico-politico, in cui però lei si racconta, quasi liberata. Lì, dopo la sua ultima testimonianza al parlamento europeo, l’ultima testimonianza dai suoi amici della Rondine, dopo la chiusura di un percorso di incontri nelle scuole, lei racconta cose un po’ più personali, che ho trovato molto dolci, oltre che molto gravi, ovviamente. Ma con una sfumatura appunto “da nonna”, da donna molto saggia. Anche molto ironica, perché Liliana Segre è così.

Giuseppe Pippo Civati

Un’ultima battuta, sul Giorno della Memoria. Nel tuo libro si tocca anche il tema di un rischio che corriamo oggi: i testimoni diretti della Shoah se ne stanno pian piano andando, per ragioni anagrafiche, e il rischio è che la memoria si perda, le celebrazioni diventino retoriche, rituali svuotati di reale significato. Cosa fare perché questo non accada?
Bisogna studiare, non c’è altro da fare. Leggere, studiare, approfondire, ascoltare, sentire qualche testimonianza… Farne l’occasione per un vero momento di riflessione laico molto alto, forse il più alto, perché riguarda le nostre responsabilità, la nostra storia, in un paese, il nostro, profondamente segnato e responsabile, soprattutto nelle regioni del Nord, della fine di decine di migliaia di persone, centinaia di migliaia se poi si contano anche le altre categorie di persone costrette a fuggire, imprigionate… E chiudo con una piccola nota personale: io non so come si faccia ad avere nostalgia delle dittature. Ai nostalgici, a chi affronta il tema con superficialità, a loro direi: leggete quello che ha raccontato Liliana Segre su ciò che ha fatto il fascismo, tra le altre cose. È sufficiente per un giudizio storico definitivo.

Liliana Segre, tra memoria e futuro. Parla Giuseppe Civati ultima modifica: 2021-01-27T13:36:35+01:00 da MARCO MILINI

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1 commento

Un antidoto a quelle pericolose nostalgie - [ciwati] 27 Gennaio 2021 a 18:10

[…] La mia intervista a Marco Milini per Ytali, bella per merito suo. […]

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