L’opera di Blatas e Semi. La Memoria di tutti i giorni

In silenzio, nel giorno della memoria, osservando l’installazione nel gheto novo di Arbit Blatas e la sua sistemazione architettonica e spaziale, opera di raffinata qualità ed efficacia narrativa dell’architetto veneziano Franca Semi.
GIOVANNI LEONE
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Quando si visita Auschwitz colpisce l’assenza di un luogo in cui dedicarsi al silenzio interiore: i tanti gruppi in visita e la necessità di procedere per non intralciare il flusso delle comitive di visitatori visibilmente colpiti e affondati dal dolore me lo impedivano. Per trovarlo bisogna allontanarsi nei campi intorno, dove cenere d’uomo e donna e bambino si è fatta terra fertile di memorie sottratte. 

Vista la mattina solare ho pensato di celebrare il Giorno della Memoria stando in casa, ho fatto una passeggiata fino al campo del ghetto, una delle tante stanze di Venezia, casa urbana e città domestica. Mi sono regalato un momento di riflessione e silenzio, seduto su una delle quattro panchine in pietra bianca (divenuta merce rara in un tempo in cui le panchine si rimuovono, temendo forse che qualcuno possa sostarvi a pensare). Intorno a me le opere di Arbit Blatas, pseudonimo dell’artista lituano di scuola parigina Nicolai Arbitblatas, che da pensare danno decisamente. 

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Arbit Blatas è un nome proprio, “illegittimo”, eppure più autentico del legittimo nome anagrafico perché il nome ci viene attribuito alla nascita da altri, è un abito che indossiamo nostro malgrado e talvolta ci sta stretto, non ci riconosciamo in esso. Lo pseudonimo invece ci rappresenta, è un taglio sartoriale che ci cuciamo addosso scientemente. In questo caso lo pseudonimo ha in sé sentimenti opposti di diaspora e comunanza: da un lato c’è il distacco, di abbandono e rinuncia al nome (che ci identifica come individui distinguendoci come altro dagli altri); dall’altro la divisione in due di ciò che sta insieme al nome, il cognome che accomuna in plurale singolarità la famiglia, nucleo sociale generatore di comunità.

Immagine che contiene mattone, edificio, materiale da costruzione, pietra

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“Monumento all’Olocausto” (1980) è un insieme di sette formelle a bassorilievo che danno forma ai disegni fatti dall’artista per Holocaust, una fortunata serie televisiva americana degli anni Settanta, con una giovanissima Meryl Streep. L’opera testimonia il travaglio e l’elaborazione del lutto dell’artista che ha perso la madre a Bergen Belsen e il cui padre torna da Dachau, stravolto.

Immagine che contiene segnale, esterni, edificio

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Le formelle sono immagini tragicamente eloquenti della Shoah, che rappresentano frammenti di memoria collettiva impressi nella materia e fissati nel tempo presente, tra loro legati dal filo conduttore della violenza: i lavori forzati, la deportazione delle famiglie, l’abbandono delle case, le fucilazioni, la violenza, la tortura, le fosse comuni. 

L’installazione colpisce già a distanza per la sua collocazione su di un alto muro di cinta coronato da filo spinato. Dietro al muro c’è la cella mortuaria a uso della comunità. Significativa la disposizione dei pannelli a formare la figura di un monte, al vertice del quale sta quello riferito alla tortura.

Immagine che contiene edificio, esterni, cielo, via

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C’è però un elemento che attenua il senso di disperazione provocato nell’osservatore, offrendo ragione di speranza: la presenza della porta che durante il giorno è generalmente aperta e sembra chiarire come sia possibile andare oltre quel muro, attraversarlo senza cancellarlo. Scrive Arbit Blatas:

Non ero ancora maturo per la mia opera… Quando lo sono stato, ho voluto trattarla con il senso della Pietà e del Dolore, non più con quello dell’odio che, prima, avrebbe guidato il mio braccio… Non c’è posto a Venezia e nemmeno nel cuore di un artista degno di questo nome per un’opera di odio… Non voglio vendicare i miei morti nel sangue del boia, ma non voglio che i sopravvissuti e nemmeno i boia dimentichino i miei morti… (cfr. Nexus n. 97, quaderno n.7, pag. 3).

In seguito, l’opera si moltiplica e si fa errante cosmopolita: la seconda edizione del Monumento dell’Olocausto viene inaugurata il 23 aprile 1981 a Parigi, nel Mémorial du Martyr Juif Inconnu. Poi il 25 aprile 1982 a New York, nell’edificio del One Dag Hammarskjold Plaza, dall’Anti-Defamation League, grazie alle Nazioni Unite, installata poi permanentemente all’Hebrew Union College-Jewish Institute of Religion di New York City (2009). Nel 2003, la quarta e ultima edizione di questa serie di sculture è stata donata postuma dalla sua vedova come parte della consacrazione del memoriale al Forte IX di Kaunas, città nativa di Blatas, in Lituania, luogo da cui furono deportati i genitori di Blatas nel 1941.

Nel settembre 1993 il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro inaugura a Venezia un ottavo pannello realizzato nel 1989, collocato poco distante, sempre in Campo del Ghetto Nuovo, significativamente intitolato “L’ultimo treno” a commemorare il cinquantenario della deportazione degli ebrei veneziani, ricordati nelle tavole di legno poste alle spalle del pannello. 

Quest’opera è un ulteriore tassello di questo progetto che dà spazio al tempo, in un luogo particolarmente significativo a Venezia com’è il campo del gheto novo. È noto come l’etimo di ghetto si debba alla fonderia qui insediata prima della comunità ebraica, dove si realizzavano i cannoni per le navi della Serenissima con getti di metallo fuso. Un tema – questo del getto – che ritorna: lo troviamo nel processo di realizzazione delle formelle fuse in bassorilievo per uscire prepotentemente dalla dimensione piatta del foglio/muro, pagina di storia che fa ingresso nello spazio quotidiano del presente; lo ritroviamo anche in “l’ultimo treno”, dove dai vagoni si scioglie una valanga umana di corpi, una colata di corpi con-fusi nel corpo d’opera in ottone. Non c’è più individualità ma solo un’appartenenza a un insieme indistinto.

Il bassorilievo è la componente principale ma non l’unica né la più importante: è infatti indissolubile dalla sistemazione architettonica e spaziale, opera di raffinata qualità ed efficacia narrativa dell’architetto veneziano Franca Semi, allieva di Carlo Scarpa.

Ne ha scritto elogiandola sulle pagine de L’Espresso Bruno Zevi, protagonista sulla scena architettonica e culturale del Novecento, sostenitore dell’architettura organica e della critica operativa in architettura, colonna portante della scuola di Venezia.

Il soggetto è anche qui, nuovamente, il muro, e una riflessione sul senso del confine, un limite che la Shoah travolge. I romani usavano due termini distinti per descriverlo, a seconda che ci si riferisse al confine in tempo di pace o di guerra: limen, liminis, come apertura di soglia, area di bordo e travaso; limes, limitis, come separazione impermeabile e invalicabile, chiusura. Quest’opera sta decisamente sub-limen, sulla soglia, luogo in cui l’interno incontra l’intorno. Già, perché è ineludibile il paradosso dirompente di una deriva inumana concepita dall’uomo.

È forse anche per questo che la componente architettonica è imperniata sulla breccia irregolare e asimmetrica aperta nel muro, un varco che sembra generato da una forza dirompente, una spinta endogena che parte dal centro del bassorilievo con quel treno che vomita una massa umana di esseri indistinti e senza volto, autentica frana dell’umanità. La forza di quell’evento (e della formella) spinge in alto e in basso, rompendo le righe bianche di una pagina della storia. È una ferita aperta, impossibile da rimarginare, all’interno della quale sono ospitate una serie di cortine che non velano e anzi svelano: la griglia metallica che sostiene il bassorilievo, e le tavole in legno su cui sono incisi i nomi dei 246 ebrei catturati e deportati tra il 1943 e il 1944. 

L’insieme di quest’opera di opere, connubio di arte e architettura, è un monito in cui si fa presente il passato per cercare di scongiurare il rischio che si ripeta in futuro. 

Immagine di copertina: Monumento all’Olocausto (1980) progetto di Franca Semi, opera di Arbit Blatas, Campo del Ghetto Nuovo

L’opera di Blatas e Semi. La Memoria di tutti i giorni ultima modifica: 2021-01-27T15:11:41+01:00 da GIOVANNI LEONE

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