“Salvare i musei chiudendoli?”

Pubblichiamo il testo del’intervento che ha aperto la videoconferenza organizzata da Tutta la Città Insieme e dalla nostra rivista, promotrice di una petizione contro la chiusura dei musei civici veneziani.
PAOLA MARINI
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Pubblichiamo il testo del’intervento della dott.ssa Paola Marini, Presidente dell’Associazione dei Comitati Privati Internazionali per la Salvaguardia di Venezia, che ha aperto la videoconferenza “Salvare i musei chiudendoli? No grazie” organizzata da Tutta la Città Insieme e dalla nostra rivista, promotrice di una petizione contro la chiusura dei musei civici veneziani. All’incontro hanno partecipato Lorenzo Balbi, direttore del MAMbo, Bologna, Gabriel Zuchtriegel, direttore del Parco Archeologico di Paestum, Karole Vail, direttrice del Museo Guggenheim di Venezia, Simone Verde, direttore del Complesso monumentale della Pilotta, Parma, Gabriella Belli, direttrice della Fondazione MUVE, Venezia, Stefano Karadjov, direttore della Fondazione Brescia Musei. L’idea era di confrontare esperienze dei musei di altre città che stanno affrontando questo periodo di crisi proponendo attività di coinvolgimento e di interesse dei cittadini.

Il nuovo anno è iniziato con l’annuncio del sindaco di Venezia e vicepresidente della Fondazione che riunisce i dodici musei del Comune che questi, a causa della mancanza di turisti, non sarebbero stati riaperti sino all’1 aprile e che nel frattempo la maggior parte del personale sarebbe stata messa in cassa integrazione. 

E ciò nonostante gli accantonamenti presenti nel bilancio, dovuti in parte alla gestione positiva degli anni precedenti e, ancor più, ai significativi ristori ricevuti dallo Stato per i mancati introiti del 2020. 

Come altre dichiarazioni in materia di patrimonio artistico del primo cittadino veneziano, anche questa ha suscitato un certo scalpore e un vivo dibattito, nel cui merito non entreremo se non indirettamente. 

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Nel frattempo – protraendosi la sofferta serrata di musei, biblioteche, cinema, teatri, sale da concerto –, Firenze, una città che al pari di Venezia ha assaggiato il “bene” e il male dell’overtourism, ha dato un segnale del tutto opposto e, per invocare la riapertura degli istituti, ha raccolto virtualmente il 14 gennaio una trentina di rappresentanti delle principali realtà nazionali: assessori, presidenti di fondazioni, e soprattutto direttori. Alcuni di loro partecipano all’incontro odierno. 

Nell’introdurre la riunione, il Ministro dei Beni Culturali e del Turismo Dario Franceschini ha sottolineato che il patrimonio culturale non è solo un attrattore turistico ma è la base dell’identità della nazione. Lo stesso ministro nel 2015 era stato promotore del decreto legislativo 146 che aveva aggiunto i musei appartenenti a soggetti pubblici ai servizi pubblici essenziali. 

Come in altri contesti, anche in quello di cui trattiamo la pandemia ha da un lato evidenziato criticità già in essere e dall’altro ha accelerato processi di trasformazione molto profondi. 

Da gran tempo, pur essendo i numeri – dei visitatori, delle opere, dei valori assicurativi – uno degli elementi maggiormente sbandierati dai media e purtroppo non solo da quelli, era evidente che non sono tali cifre il parametro corretto di valutazione dell’attività di un istituto museale. Ora la realtà ha messo tutti con evidenza di fronte a questo tema. 

Lo stesso “gigantismo” che ha segnato la fine dello scorso millennio e l’inizio del presente si è manifestato anche nel dilatarsi in ogni senso sia delle sedi museali, vistosamente aumentate per numero e dimensione, sia di una proposta culturale ed espositiva spesso bulimica. Che ora andrà, per un periodo non breve, riconsiderata per ragioni di sostenibilità.

Ed è la stessa sostenibilità che ci costringe oggi a guardare con maggiore spirito critico a tutte quelle forme di autonomia che, largamente invocate dal mondo dei musei, hanno dato luogo prima a un numero ridotto ma rappresentativo di Fondazioni di partecipazione, tra cui quella veneziana, o di Istituzioni e successivamente, a partire dal 2014, sono state la base della riforma riguardante i musei dello Stato. Musei che oggi paiono soffrire meno dal punto di vista economico ma che, calando i proventi della bigliettazione, sono pure destinati a entrare in crisi non appena cessassero i ristori governativi. Se poi, come non faremo, guardassimo ad esempio agli Stati Uniti, dove quel modello è ancora più diffuso, troveremmo nuovi motivi di allarme, ad esempio la vendita di importanti pezzi delle collezioni per raggiungere il pareggio di bilancio. 

Analogamente all’ambito della sanità (ma anche dell’industria), la crisi sembra aver suscitato la nostalgica seduzione di un rientro nelle case amministrative dei “padri”, che appaiono più solide. È davvero questo ciò che vogliamo e dobbiamo perseguire? 

Il primo periodo di confinamento ha visto anche i musei chiusi, superato un momento di preoccupato sconcerto, cominciare a scalare la collina della comunicazione digitale, con le sue specificità, le sue difficoltà, le sue enormi possibilità. Stanno cominciando a circolare i resoconti dell’anno appena concluso e tutti dicono che a fronte di un drammatico calo di frequentatori reali sono cresciuti esponenzialmente i visitatori web, e ciò vale naturalmente anche per la musica e il teatro. 

Negli ultimi decenni è stato fatto un grande sforzo per cogliere tutte le sfumature e le differenziazioni dei pubblici dei musei, ma non avevamo ancora davvero ben capito la vastità di questa fascia di utenti e percepito l’intensità della loro partecipazione emotiva, certo accresciuta dalla privazione e comunque dalla lontananza. 

L’estate ha segnato quasi per tutti una ripresa incoraggiante, nel caso di località “minori” addirittura molto soddisfacente, e non esclusivamente di un pubblico di prossimità. 

Questo secondo periodo di completa chiusura, che solo in poche regioni “gialle” va sciogliendosi da alcuni giorni, ha evidenziato in tutta la sua drammaticità la mancanza dei musei nella vita delle persone, e la mancanza delle persone nella vita dei musei, e insieme ci sta costringendo a porci il problema della sostenibilità, su cui, in verità, non si è ancora ben cominciato a discutere, limitandoci piuttosto a prendere atto con preoccupazione delle situazioni che per prime (Venezia, Pisa…) hanno lanciato un grido di allarme.

È molto tempo che il Museo, nato aristocratico ed elitario, prima illuminista e poi positivista, ha intrapreso la strada di un rinnovato accreditamento democratico, che se da un lato è stato perseguito anche attraverso vistose forme di frequentazione collettiva oggi neppure immaginabili, quali le notti bianche o le domeniche a ingresso gratuito, dall’altro si è consolidato nell’allargamento dei pubblici, a partire dal pubblico scolastico, ed è stato sancito da riconoscimenti condivisi a livello internazionale come la Convenzione di Faro e la dinamica definizione di ICOM.

Il Museo è un istituto privo di fini di lucro (…) che lavora in partnership attiva con e per diverse comunità al fine di raccogliere, preservare, ricercare, interpretare e mostrare.

Quindi l’ostensione solo come punta di un grande iceberg, il cui corpo è costituito da un amplissimo insieme integrato di attività. L’obiettivo della sua azione è quello di “aumentare la comprensione del mondo” e di “contribuire alla giustizia sociale, alla dignità umana, all’uguaglianza globale, al bene del pianeta”. 

Certo, la traccia di definizione qui citata parzialmente, su cui ICOM sta lavorando, può a prima vista faticare ad apparire calzante per i grandi musei storici europei e nordamericani, caratterizzati dalla presenza di insigni collezioni di capolavori, ma la direzione di marcia è indubitabilmente questa. 

Le esperienze che andiamo a sentire ci parlano, nella specificità di ciascuna realtà, di pandemia come occasione di riflessione profonda, di rinnovamento, riqualificazione, rilancio; del museo come punto di riferimento – di incontro, riconoscimento, sollievo, godimento, in qualche caso addirittura come punto di vaccinazione! –, come hub culturale e di produzione artistica, come laboratorio di ricerca a tutto tondo, come driver di sviluppo sostenibile. Ci parlano del museo come creatore di valore insieme con il territorio e per il territorio (che può essere quello direttamente collegato e insieme una platea mondiale), della necessità di reperire nuove forme di finanziamento, di responsabilità sociale come missione per il futuro. 

Dei suoi musei Venezia, città vera e non controfigura turistica, non può fare a meno.

“Salvare i musei chiudendoli?” ultima modifica: 2021-01-27T13:45:09+01:00 da PAOLA MARINI

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