il manifesto in fabbrica

Intorno ai compagni radiati dal Pci nel 1969 si coagulò un movimento che avrebbe avuto un ruolo importante sia nelle rivendicazioni sindacali sia nel definire un orizzonte programmatico nel biennio straordinario‘68-‘69, che sarebbe proseguito per un decennio e più. Un libro di Castellina e Serafini ricostruisce questo capitolo importante, ma trascurato, della storia operaia.
ALDO GARZIA
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Perché occuparsi del 1969 a tanti anni di distanza? Di sicuro, perché fu un “autunno caldo” che fece proseguire il ’68 italiano in un maggiore arco temporale e con la ricchezza di soggetti sociali, oltre che di avanzati contenuti. Non ebbe eguali in Europa. Ma per questo libro a cura di Luciana Castellina e di Massimo Serafini – La fabbrica del Manifesto. Il decennio rosso 1969-1979 (manifesto libri, pp. 232, euro 22,00) – c’è un’altra motivazione a spiegarlo, ed è più soggettiva. Nelle ricostruzioni di quel periodo, sostengono infatti i due curatori, si sottovaluta il ruolo che ebbe allora il Manifesto-Pdup, prima come movimento e poi come partito che si sciolse nel 1984 per ritrovarsi nel Pci impegnato nella ricerca con Enrico Berlinguer di una nuova strategia dopo il “compromesso storico” e i governi di “unità nazionale”. 

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È una svista storico-politica che va indubbiamente corretta. Nel ’68-’69 non c’erano solo Potere operaio e Lotta continua, o i marxisti leninisti puri e duri. Proprio nel novembre 1969 furono radiati dal Pci i promotori della rivista mensile il manifesto (Rossana Rossanda, Aldo Natoli, Luigi Pintor, Lucio Magri, Valentino Parlato, la stessa Castellina e molti altri). Intorno a loro si coagulò un movimento che ebbe un ruolo propositivo importante sia nelle rivendicazioni sindacali sia nel definire un orizzonte programmatico a quel biennio straordinario che poi proseguì ancora per qualche anno (almeno fino al 1979, scrive Castellina ricordando le conquiste di quella fase). Le elaborazioni del Manifesto-Pdup furono inversamente proporzionali per influenza rispetto al numero di militanti che raccoglievano come gruppo politico. Basta rileggersi giornali e documenti dell’epoca (la nascita del manifesto quotidiano nel 1971 fu un fattore moltiplicante). 

Lucio Magri

La specificità italiana del ’68-’69 si spiega – argomentano i due curatori a ragione – nel legame seppure sofferto e non lineare tra studenti e operai, tra tecnici e intellettuali. Ci fu una reciproca contaminazione che cambiò da una parte scuola e università, dall’altra i contenuti dei contratti in scadenza (basti citare il tema salute o quello dello studio con le 150 ore per la formazione rivendicate in modo unitario dai metalmeccanici). In definitiva, negli studi e sui luoghi di lavoro si chiedevano più potere e più partecipazione: la politica entrava nelle richieste a breve o sindacali. Il rapporto studenti-operai fu inoltre fecondo e inedito per gli uni e gli altri. 

Castellina, nella sua introduzione, mette in rilievo proprio la diversità di quel periodo rispetto a quelli vissuti da altri paesi e la maggiore pervasività di sindacati, oltre che delle forze della sinistra politica, nei confronti delle novità dei movimenti. Ne è prova, ad esempio, il confronto su “delegati” e “consigli di fabbrica” come nuove modalità di organizzare la rappresentanza del lavoro che trovò parziale proiezione nei “consigli di zona”. Infine, arriveranno gli anni delle sconfitte: le convulsioni della nuova sinistra incapace di unificarsi, il torbido periodo del terrorismo e dell’assassinio di Aldo Moro, il 1980 alla Fiat. Poi giunsero Margaret Thatcher e Ronald Reagan a guidare internazionalmente il contrattacco politico e ideale.

Massimo Serafini, anch’egli dirigente del Manifesto e poi del Pdup, prima ancora tra gli animatori del movimento studentesco a Bologna, nella sua introduzione insiste sul perché della “durata” in Italia del ’68-’69. Cita per esempio l’incontro tra Luigi Longo, segretario del Pci dopo Palmiro Togliatti, nella storica sede di Botteghe oscure con una delegazione studentesca in pieno ’68 come capacità di ascolto e interlocuzione da parte dei comunisti. Non c’era la chiusura settaria che a Parigi aveva caratterizzato il maggio francese e l’atteggiamento del Partito comunista. Serafini parte dalla sua esperienza bolognese per raccontare come a un certo punto le aule universitarie si riempirono di operai e come gli studenti scoprirono i luoghi di lavoro. E annota che fu solo il Manifesto a scommettere sull’inedita rappresentanza di delegati e consigli di fabbrica. Il rinnovamento di Pci e sindacati non arrivò tuttavia nei tempi auspicati (anzi, i sindacati cambiarono più del partito). L’idea-forza del Manifesto di mettere a rapporto storia e memoria della sinistra con le novità dei movimenti non ebbe successo. 

L’importanza di questo libro, oltre alla lettura degli avvenimenti del ’68-’69 proposta dai due curatori, sta nell’essere un’antologia di materiali di archivio e riflessioni che servono a ricomporre fatti, analisi e scelte. Si va dalle “memorie” di protagonisti del ’69 operaio (Fiat, Cub Pirelli, Dalmine di Bergamo, eccetera) all’importante dibattito sulla rappresentanza nei posti di lavoro che fu centrale in quella fase. Non manca una rassegna di posizioni del confronto politico-sindacale: Vittorio Foa, Rossana Rossanda, Lucio Magri. Utili pure i materiali delle conferenze operaie del Manifesto con le relazioni dello stesso Serafini e di Eliseo Milani. Chiudono il volume le riflessioni sulla sconfitta alla Fiat (1980) di Valentino Parlato, Gianni Montani, Stefano Benni e sulle lotte sociali con le note di Sandro Bianchi, Michelangelo Notarianni, Luigi Pintor, Filippo Riniolo. Il volume è dedicato a Rossana Rossanda.

il manifesto in fabbrica ultima modifica: 2021-01-28T11:35:25+01:00 da ALDO GARZIA

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