E se Venezia desse il benvenuto al Dragone?

Pechino, se adeguatamente sollecitata, non potrebbe non cogliere lo straordinario potenziale della nostra città come testa di ponte nella promozione di quello che è definito “soft power cinese”, forse molto più rilevante degli interessi economici della comunità di Canton/Guangzhou, origine dei commercianti sino-veneziani.
scritto da ANTONELLA BARETTON
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C’è chi ha considerato la mia riflessione su come ripopolare Venezia attraverso la creazione di una “comunità virtuosa”, richiamata dal (re)settlement di enti e istituzioni, mero esercizio di stile, una proposta visionaria. Rispondo in primis, come da qualche parte ho letto e condiviso, che pensare alla grande, porsi obiettivi all’apparenza irrealizzabili, il più delle volte conviene. Ci si scontra con pochi avversari perché i più cercando di stare coi piedi per terra, sono rinunciatari in partenza. Volare alto, in altri termini, non fa mai male. 

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Ci si dimentica che Venezia è patrimonio dell’Umanità, che il dibattito sul futuro di Venezia interessa la comunità mondiale, che trascende la singola realtà amministrativa. Se ogni polemica ha immediata eco mediatica, Venezia solletica tanto più il palato di ogni investitore di qualsiasi parte del mondo, è una vetrina formidabile, una cassa di risonanza, qualsiasi sia il core business di chi si promuove attraverso essa. 

Tralasciando gli enti culturali e le istituzioni che si occupano (e finanziano) il recupero e la salvaguardia del patrimonio storico, osservo che tradizionalmente la platea dei soggetti che inseriscono Venezia come parte del proprio business rientra per lo più nel comparto turistico e di ciò che ne consegue: agenzie di incoming, i grandi brand della moda, catene alberghiere; soggetti che anche prima dell’ingresso dei cinesi come diretti interlocutori (senza più la mediazione veneziana) hanno arricchito esclusivamente quella circoscritta categoria di veneziani che a tutt’oggi costituisce la fetta preponderante dell’imprenditoria cittadina: albergatori e commercianti. La globalizzazione, inserita in un impianto che già privilegiava il turismo massificato, ha importato la parziale sostituzione del capitale locale con quello internazionale, ancora una volta a esclusivo vantaggio delle medesime categorie. 

I consistenti profitti ritratti dalla rendita di posizione della città storica sono stati per lo più investiti nell’immobiliare. “El mal de la piera”, definizione pregna di un’ironia tutta veneziana, ha trasformato i veneziani in rentier e i loro patrimoni immobiliari si sono aggiunti a quelli delle storiche famiglie, impoverendo ulteriormente il tessuto economico della città storica. 

In altri termini, la straordinaria appetibilità di Venezia come vetrina mondiale per la promozione del business, ha avvantaggiato esclusivamente le categorie correlate all’industria turistica, senza peraltro costituire volano per lo sviluppo anche di un’economia alternativa, quella che avrebbe consentito di evitare, quanto meno in parte, l’emorragia dei suoi abitanti. 

Questa introduzione è necessaria per riportare brutalmente sul piano concreto che cosa intendo per internazionalizzazione. Non si tratta di trovare dei “patron” che spontaneamente decidano di finanziare il progetto “ripopoliamo Venezia”! 

Piuttosto, si tratta di chiedere a quanti beneficano della sua rendita di posizione di destinare parte del loro cospicuo “ritorno dell’investimento” alla rinascita della città storica. 

Banalmente, considerato il numero di troupe cinematografiche che quotidianamente girano in città, il primo esempio di industria a cui chiedere il conto potrebbe essere quella dell’entertainment. In Giudecca, nel secolo scorso Cinecittà c’era già stata con la “Scalera Film” e il re-settlement di un distretto cinematografico, con società di produzione, post produzione, distribuzione e quello che ne consegue, oltre agli evidenti effetti sinergici con la Biennale Cinema, importerebbe la creazione di un indotto di addetti ai lavori e maestranze che ben potrebbero costituire i candidati perfetti di quella comunità ideale di neoresidenti tratteggiata nel mio precedente scritto. 

Peraltro, sui quotidiani di questi giorni si dà proprio conto del crescente interesse dell’industria cinematografica per Venezia, con il plauso degli albergatori che, visti i tempi di magra e in attesa del gran ritorno dei “foresti”, plaudono all’alternativa delle troupe cinematografiche come loro graditi ospiti. La logica, osservo, è sempre quella del parco a tema, a prescindere dalla categoria di fruitori. 

Ho già evidenziato che i settori interessati dal reinsediamento potrebbero essere i più disparati. Dal comparto scientifico al terzo settore, al potenziamento del polo culturale. Ma anche finanziario e di servizi in generale. 

Ma voglio a questo punto aggiungere un ulteriore elemento provocatorio. 

Per inserirmi nella recente polemica sull’inesorabile avanzata della comunità cinese, osservo che in assenza di industrie (a parte quella portuale) la prima forma di penetrazione nell’economia veneziana non poteva che intervenire attraverso l’insediamento commerciale e turistico. 

Ritengo tuttavia improbabile che Pechino, se adeguatamente sollecitata, non possa non cogliere lo straordinario potenziale di Venezia come testa di ponte nella promozione di quello che viene definito “soft power cinese”, forse molto più rilevante degli interessi economici della comunità di Canton/Guangzhou, origine dei commercianti sino-veneziani. Voglio allora immaginarmi in città storica delegazioni di funzionari impegnati a sottoscrivere accordi per la creazione di centri di ricerca scientifica, nuovi poli culturali da affiancare a quelli già esistenti, istituzioni che si occupino permanentemente di biodiversità, cambiamento climatico, diritti umani. 

Nel caso del contributo cinese, considerata la straordinaria adattabilità e il pragmatismo dei nostri, i tempi di riconversione da un modello di penetrazione aggressiva a uno conforme ai principi di massima sostenibilità sarebbero fulminei. Il ritorno in termini di immagine del modello cinese, probabilmente straordinario. Oltretutto la fattiva collaborazione del dragone nel ripopolamento di Venezia assumerebbe un connotato fortemente simbolico, rinsaldando quei rapporti che sempre ci sono stati storicamente, dai tempi della via della Seta e Marco Polo. 

In un cassetto di casa è riposta, ancora perfettamente conservata, la meravigliosa stola in seta pura che ha ricoperto il capo di mia nonna Adele il giorno delle nozze. II manufatto, dono del suo futuro sposo e capitano di lungo corso al ritorno dal mar della Cina, porta ricamato uno straordinario dragone confezionato ai tempi dell’ultimo imperatore! Ancora dai racconti di casa, certamente non verificabili, ho appreso di avere da qualche parte dell’all under the heaven uno ziastro cinese frutto della precedente relazione del mio avo con l’improbabile figlia di un mandarino (anche se la dizione Tatakusan fa piuttosto pensare a uno “sconfinamento” del nonno in territorio nipponico!) 

Non nascondo, insomma, che nutro nei confronti della Cina un particolare interesse e che seguo con attenzione, a prescindere dal mainstream, l’evoluzione della sua strategia politica nuovamente ispirata ai principi confuciani, alla sua millenaria tradizione filosofica. In tal senso le mie precedenti affermazioni, a prima vista provocatorie, potrebbero rilevarsi ispiratrici per un nuovo modello di intesa tra i due paesi, fermo restando che il ruolo della Comunità europea sarebbe determinante. 

È infatti all’Europa che guardo come autorità internazionale super partes, come soggetto in grado di coordinare gli interessi dei vari soggetti internazionali interessati allo sfruttamento di Venezia e che dovrebbe farsi garanti del ritorno di un equo corrispettivo, il ripopolamento della città. 

E se Venezia desse il benvenuto al Dragone? ultima modifica: 2021-01-29T11:09:50+01:00 da ANTONELLA BARETTON

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2 commenti

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Julien 31 Gennaio 2021 a 10:10

“È la domanda che crea l’offerta, non viceversa”, scrive la signora Baretton, che non ha capito che nel mondo della cultura “è l’offerta che crea la domanda”.

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giuseppe tattara 31 Gennaio 2021 a 15:59

sono molto d’accordo. Credo che importanti università cinesi di studi oceanografici sarebbero liete di fare accordi con L’ismar e la università per avere dei corsi in inglese a Venezia, magari all’arsenale e so che Berlino ha fatto una politica rivolta direttamente ai giovani artisti, per farli vivere in città, predisponendo alloggi. Perché la biennale non potrebbe promuovere una attività similare, prendendo spunto dai tanti alloggi liberi ora a Venezia? e poi gli studi classici e tutto il resto.
Venezia nel suo passato non si è sviluppata perché era ricca di risorse “fisiche-naturali” non lo è mai stata. Me per la bravura dei suoi artigiani, vetrai, tessitori, che esportavano in tutto il mondo ed erano formati dalle numerosissime “scuole” che tramandavano il sapere. Dobbiamo imparare dal passato, bisogna promuovere la scuola, l’alta formazione, bisogna rendere venezia raggiugibile comodamente ( i parcheggi) e comodamente vivibile (le connessioni e il controllo degli affitti) e la gente tornerà……

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