Un dragone a Haifa

La crescente presenza cinese in Israele crea problemi inediti con l’alleato americano.
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI
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Sì, certo, l’America fa sempre comodo come alleato militare. Vabbè, ora alla Casa Bianca non c’è più quell’amicone di Donald Trump, ma non è che Joe Biden sarà mai un presidente con la “kefiah” in testa. Certo, c’è il problema, e che problema, iraniano, ma alla fine saranno i pasdaran e quell’ayatollah che vuole una Shoah nucleare, Ali Khamenei, a convincere l’amministrazione democratica ad abbandonare la malsana idea di rientrare nell’accordo sul nucleare con Teheran, quello del cosiddetto Gruppo 5+1, da cui l’ex inquilino della Casa Bianca, con il plauso d’Israele, era uscito unilateralmente. Così la si pensa nell’entourage di Benjamin Netanyahu. D’altro canto, una cosa anche i più duri detrattori di “Bibi” riconoscono al primo ministro più longevo nella storia d’Israele: il suo cinico, vincente, pragmatismo.

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Il detto latino tradotto politicamente in ebraico, suona così: gli affari si fanno, Iran escluso naturalmente, con quei paesi che hanno i soldi da investire. E tra questi c’è la Cina. La cosa non fa piacere a Washington, certo, ma questo non sembra impensierire più di tanto Netanyahu e i suoi fedelissimi. Una conferma in proposito viene da un documentato articolo su Haaretz di una delle firme storiche del giornale progressista di Tel Aviv: Amos Harel.

Scrive Harel: 

L’anno scorso, l’amministrazione statunitense si è offerta di condurre una revisione completa della sicurezza del porto di Haifa, a causa della preoccupazione di Washington sul coinvolgimento di una società cinese nell’espansione del porto. La revisione sarebbe stata condotta da una squadra della Guardia costiera degli Stati Uniti, ma Israele ha rifiutato l’offerta. Il coinvolgimento cinese nel progetto del porto è stato aspramente criticato per diversi anni a Washington, in particolare al Pentagono. L’establishment della difesa americano è preoccupato che l’attività cinese al porto potrebbe fornire un’apertura per la sorveglianza tecnologica di ciò che accade lì, compresa la raccolta di informazioni sulle operazioni della Marina di Israele e le operazioni congiunte con le navi americane. Questo ha spinto Washington a mettere in guardia Israele dal continuare a lavorare con la Cina sul progetto. In vari incontri, ai funzionari israeliani fu persino detto che la Sesta Flotta americana avrebbe smesso di attraccare al porto di Haifa a causa della presenza cinese. I disaccordi tra Israele e gli Stati Uniti, come riportato per la prima volta da Haaretz due anni e mezzo fa, continuano a pesare sul rapporto bilaterale di difesa. Alti funzionari americani hanno ripetutamente espresso le loro riserve sull’espansione dell’influenza cinese in Israele e hanno avvertito le loro controparti che la tendenza mette in pericolo gli interessi strategici dell’America in Medio Oriente. Diversi istituti di ricerca israeliani e americani, tra cui l’Istituto per gli Studi di Sicurezza Nazionale dell’Università di Tel Aviv, il Maritime Policy and Strategy Research Center dell’Università di Haifa e la RAND Corporation con sede negli Stati Uniti, hanno pubblicato rapporti negli ultimi due anni che descrivono le tensioni con Washington sul coinvolgimento della Cina in Israele come una delle questioni più scottanti nel rapporto bilaterale. Ora c’è un nuovo rapporto sull’argomento, prodotto dall’Istituto Ebraico per la Sicurezza Nazionale d’America, con sede a Washington. L’istituto lavora per proteggere gli interessi americani in Medio Oriente e per rafforzare i legami degli Stati Uniti con Israele. Riunisce alti funzionari della difesa in pensione, tra cui generali e ammiragli in pensione, che visitano spesso Israele e sono in stretto contatto con i vertici di Israele. Blaise Misztal, vice presidente della JINSA per la politica, ha parlato con Haaretz la scorsa settimana dell’offerta americana per l’ispezione della Guardia Costiera che Israele ha rifiutato. Ha detto che Washington era ancora preoccupata per la presenza cinese al porto di Haifa, e che il disaccordo con Israele sulla questione non era ancora stato risolto.

Il nuovo rapporto è stato redatto da due ammiragli in pensione, John Bird e Jonathan Greenert.

Mentre gli Stati Uniti cercano di minimizzare la loro impronta in Medio Oriente, riducendo la loro dipendenza economica dalla Cina, Washington avrà bisogno dell’assistenza dei suoi partner. Israele svolge già un ruolo critico nel proteggere gli interessi degli Stati Uniti in Medio Oriente e, attraverso un legame più stretto con la sua economia guidata dall’innovazione, potrebbe aiutare a sostenere il primato economico globale degli Stati Uniti. Tuttavia, gli investimenti cinesi in Israele, se non affrontati, potrebbero minare questa partnership strategica e mettere in pericolo il dinamismo economico e la sicurezza di Israele.

La Cina investe in aziende israeliane e compra tecnologia israeliana per alimentare la propria ascesa militare e industriale, e per espandere la propria influenza. Pechino ha anche investito in un nuovo terminale al porto di Haifa, che può inibire le navi militari statunitensi dal visitare il porto in sicurezza. A meno che Israele non agisca, con l’assistenza e il sostegno degli Stati Uniti, per limitare la penetrazione cinese e lo sfruttamento della sua economia, potrebbe ritrovarsi soggetto all’influenza cinese e isolato dai suoi partner occidentali,

hanno scritto i due ammiragli.

Su sollecitazione degli Stati Uniti, l’anno scorso il gabinetto di sicurezza di Israele ha deciso di stabilire un meccanismo di controllo degli investimenti stranieri in Israele. Anche se non è mai stato dichiarato esplicitamente, il meccanismo doveva consentire una maggiore supervisione degli investimenti cinesi in aziende israeliane in settori che potrebbero avere implicazioni di sicurezza o scontrarsi con gli interessi americani.

Tuttavia, l’amministrazione Trump non era soddisfatta di questi passi da parte di Israele e pensava che fosse necessaria una supervisione più rigorosa. Misztal ha confermato che Washington si aspetterà una stretta sorveglianza da parte di Israele per ridurre la penetrazione cinese in settori sensibili in Israele.

Nell’estate del 2019, il sottosegretario alla Difesa degli Stati Uniti John Rood ha visitato Israele e ha fatto pressione per escludere le aziende cinesi come Huawei dai contratti per installare infrastrutture cellulari 5G, a causa della preoccupazione che le informazioni relative alla difesa possano trapelare ai cinesi. Il governo Netanyahu non ha risposto direttamente alla richiesta, ma apparentemente ha accettato le richieste americane su questo tema. Nel maggio 2020, Israele ha assegnato un contratto per costruire un grande impianto di desalinizzazione a Nahal Soreq a una società locale piuttosto che a un concorrente cinese. Questo era apparentemente dovuto in parte alle pressioni americane e in parte alle preoccupazioni di Israele per quanto riguarda la vicinanza dell’impianto a strutture di difesa sensibili.

Fin qui Harel. 

Ad Haifa si trova anche la principale base navale della marina israeliana, scalo a cui spesso approdano le imbarcazioni della Sesta flotta americana, da qui i timori per la sicurezza da parte di Washington. Nonostante questo, il governo israeliano sembra intenzionato a proseguire. E aziende cinesi sono in prima linea anche per altri grandi progetti infrastrutturali nel Paese. China Railway Group, un colosso di Stato, sta partecipando alla costruzione di una nuova linea ferroviaria leggera a Tel Aviv. Il conglomerato di Hong Kong Hutchison Water International è uno dei due finalisti nella gara per realizzare e gestire il più grande impianto di desalinizzazione al mondo, il Sorek B, a Sud di Tel Aviv. E c’è un accordo preliminare con aziende cinesi pure per realizzare la ferrovia tra il porto di Eilat, sul Mar Rosso, e quello di Ashdod, sul Mediterraneo, se il governo ne approverà la costruzione.

Ma quello di Haifa non è l’unico porto israeliano in cui è coinvolta la Cina. Nel 2014, la China Harbour ha vinto la gara d’appalto per costruire il nuovo porto di Ashdod nei prossimi sette anni. Costo dell’operazione: 876 milioni di dollari.

La collaborazione sino-israeliana è stata facilitata dal Comitato congiunto Cina-Israele per la cooperazione in materia di innovazione: un’iniziativa istituita nel maggio 2014 che prevede, a partire dal 2015, riunioni annuali per discutere le aree in cui le due parti possono lavorare insieme. L’ultimo di questi summit si è tenuto tra il 22 ed il 25 ottobre scorsi e vi ha presenziato anche il vice Presidente cinese, Wang Qishan, diventando così la più alta carica mandarina che abbia mai visitato Israele. Durante l’incontro, a cui erano presenti 13 ministeri di Governo di entrambe le parti, si è discusso della cooperazione in varie aree: economia e commercio, scienza e tecnologia, salute, agricoltura, qualità ambientale, istruzione. La forza dei legami tra i due Paesi era già stata appurata nel marzo 2017, durante la visita in Cina di Netanyahu, quando il Presidente cinese, Xi Jinping, aveva affermato che Pechino «riconosce Israele come un importante partner strategico per quanto riguarda l’innovazione»: risultato di tali affermazioni furono i 25 miliardi di dollari in accordi bilaterali e accordi commerciali.

Il commercio tra Israele e Cina ‒è cresciuto del 402per cento negli ultimi dieci anni, con un interscambio pari a 14 miliardi di dollari nel 2018, facendo di Pechino il terzo partner commerciale in assoluto dello Stato ebraico

 Pechino ha iniziato a partecipare alla costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità che collega Eilat a Tel Aviv e che è diventata pienamente operativa agli inizi del 2018; la partecipazione della Cina al progetto “Red-Med” è il riflesso dei grandi interessi strategici cinesi nei confronti delle riserve energetiche nel bacino del Levante e della conquista di uno sbocco per le sue esportazioni nel Mediterraneo orientale. Negli scorsi anni gli investimenti dei colossi della Repubblica Popolare nell’industria digitale israeliana sono aumentati. Aziende come Alibaba, Lenovo, Xiaomi hanno creato dei centri di ricerca in Israele.

Huawei non ha mai partecipato alla costruzione delle reti di comunicazioni, e tutto fa pensare che non lo farà neppure per il 5G, che Gerusalemme ha messo a bando ora. Allo stesso tempo però il governo israeliano non l’ha esclusa ufficialmente e il colosso di Shenzhen possiede un centro di ricerca nel Paese, dopo aver acquisito due startup locali. Altro tema è quello dei microprocessori: sono uno dei talloni d’Achille della Cina mentre Israele è uno degli hub globali della loro progettazione.

Si parla di investimenti necessari dell’ordine di qualcosa come oltre duecento miliardi di dollari, per trasporti, telecomunicazioni, energia e quant’altro. Senza dimenticare la rete digitale prossima ventura. Israele è un punto chiave fra Asia ed Europa. Nel decennio 2020-2030, la 2000MW EuroAsia Interconnector Underwater Electric Cable collegherà Israele, Cipro e Grecia e quindi l’Europa. Israele a quel punto potrebbe diventare esportatore di elettricità verso l’Europa, ed è un grande produttore di energie pulite. Israele, inoltre, è al centro di una partnership energetica per le risorse di gas sottomarino assieme a Cipro e Grecia. La cooperazione della Cina con Gerusalemme apre a Pechino e alla sua Via della Seta una serie impressionante sia di potenziali investimenti e sbocchi per le proprie imprese di costruzione, sia di connessioni con l’Europa di importanza eccezionale.

Non sarà un “matrimonio d’amore” quello contratto da Cina e Israele. Ma d’interessi, quello sì. E molto spesso sono questi i “matrimoni” che durano di più. 

Un dragone a Haifa ultima modifica: 2021-02-02T19:02:41+01:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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