SuperMario sconvolge l’atlante delle forze politiche

Mattarella ha commissariato la politica? In realtà è esattamente il contrario: le ha dato una missione e una vera ragion d’essere al di là delle convenienze e dei calcoli di partito.
scritto da CARMINE FOTIA
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La decisione del presidente Mattarella di incaricare Mario Draghi per un governo di salute pubblica che affronti le tre emergenze sanitaria, economica, sociale cambia completamente il quadro politico e istituzionale. Essa è figlia di una crisi di sistema che non nasce oggi. So che è sgradevole citarsi, ma poco più di un anno fa (proprio qui) indicavo che in autunno si sarebbero intrecciate le tre crisi e quella di Draghi sarebbe stata l’unica soluzione possibile. Qualcuno dice che Mattarella ha commissariato la politica, in realtà io credo esattamente il contrario: le ha dato una missione e una vera ragion d’essere al di là delle convenienze e dei calcoli di partito: unirsi nella gestione dell’emergenza e intanto delineare un nuovo atlante delle forze politiche, che dovranno separarsi e riaggregarsi affrontando le prossime elezioni con, si spera, una competizione meno imbarbarita e dopo aver messo in salvo gli interessi del paese. 

Il governo Conte-2 nato nell’estate del papeete per fermare Salvini era un governo che nei piani del Pd avrebbe dovuto addomesticare il M5S e farne l’alleato naturale dei progressisti. Più o meno il disegno era questo. Il fatto è che mentre l’avvocato del popolo disinvoltamente passava da una maggioranza all’altra sul mondo e sull’Italia si abbatteva la pandemia. Dopo la prima gestione emergenziale in cui errori e omissioni sono del tutto comprensibili, la prassi è stata quella di rinviare tutto, nascondere i problemi sotto il tappeto, mentre il pianeta M5S, diviso in mille sottopianeti, imponeva l’immobilismo su ogni questione importante: dalla giustizia al Mes, alle grandi opere, fino al fallimento sul Recovery. La verità è questa: invece di cercare mediazioni “alte” e sintesi per uscire dall’impasse l’avvocato del popolo ha sfruttato l’emergenza per commissariare la repubblica, facendo un ricorso smodato ai famigerati dpcm, piazzando i suoi uomini ovunque, dilagando in tutti i media sotto l’intelligente e spregiudicata regia di Rocco Casalino, provando a costruire una struttura piramidale per gestire il recovery che rispondesse solo a lui e trasformando ogni occasione in una passerella mediatica. 

No, la sua persona non è un vulnus alla democrazia, ma lo è il suo tentativo di risolvere la crisi di sistema, che già si era manifestata nel passaggio dal Conte-1 al Conte-2, con una torsione personalistica del potere ben espressa nel suo esordio politico, quando si autonominò avvocato del popolo e manifestatasi poi nel goffo e grottesco tentativo di restare a tutti i costi attaccato a Palazzo Chigi cercando di arruolare ciurme di sbandati. Voglio dire che Conte è un dittatore? Sciocchezze. All’avvocato di Volturara Apula al massimo si applica quanto scriveva Karl Marx a proposito di Luigi Bonaparte nel celeberrimo e mai troppo lodato 18 brumaio:

Hegel nota in un passo delle sue opere che tutti i grandi fatti e i grandi personaggi della storia si presentano, per così dire, due volte. Ha dimenticato di aggiungere: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa. 

Ci commuove la commozione dell’“uomo più amato dagli italiani”, asserragliato a Palazzo Chigi, trasformato nella sua personalissima Salò, circondato da un manipolo di fanatici della bella morte. Ma stia tranquillo, non c’è nessun Piazzale Loreto in vista. Al massimo, un breve riposo in attesa che dall’ultima geolocalizzazione (Ceglie Messapica) inviata alla chat dei giornalisti Roccobello ci invii l’ultimo formidabile sondaggio. (Scommetto che tra qualche giorno non ne manderà più).

Ora vediamo cosa ci guadagna l’Italia passando da Conte a Draghi. Ecco come SuperMario vede le tre qualità indispensabili a coloro che sono in posizioni di potere:

La conoscenza per cui le decisioni sono basate sui fatti, non soltanto sulle convinzioni; il coraggio che richiedono le decisioni specialmente quando non si conoscono con certezza tutte le loro conseguenze, poiché l’inazione ha essa stessa conseguenze e non esonera dalla responsabilità; l’umiltà di capire che il potere che hanno è stato affidato loro non per un uso arbitrario, ma per raggiungere gli obiettivi che il legislatore ha loro assegnato nell’ambito di un preciso mandato… La società nel suo complesso non può accettare un mondo senza speranza; ma deve, raccolte tutte le proprie energie, e ritrovato un comune sentire, cercare la strada della ricostruzione. 

In queste parole di Mario Draghi, pronunciate lo scorso agosto al Meeting di Comunione e Liberazione c’è un’idea della politica e del potere vicina a quella di Carlo Azelio Ciampi e di Romano Prodi, non due algidi tecnici, bensì due saldi punti di riferimento istituzionale e morale per tutto il paese, ma anche figure di spicco del riformismo progressista. Con un solido background politico-culturale: l’azionismo laico per il primo, il cattolicesimo democratico per il secondo. Mario Draghi non è un tecnocrate senza cuore, un reazionario liberista pronto a fare strage di poveri, come paventa Er Subcomandante di Vigna Clara, il caro Dibba, bensì un economista keynesiano, di formazione liberal-socialista cresciuto alla scuola di Federico Caffè, il più importante economista di sinistra italiano.

Il presidente Mattarella riceve i gruppi parlamentari del Partito democratico

Dice Draghi:

Una citazione attribuita a John Maynard Keynes, l’economista più influente del XX secolo, ci ricorda: “When facts change, I change my mind. What do you do sir?”

Riguardo a cosa ci sia da fare ha le idee molto chiare: favorire la crescita, investire sui giovani e la formazione, correggere le diseguaglianze, sfruttando la tragica crisi della pandemia non per accumulare debiti ma per fare le riforme necessarie a far ripartire il paese e correggere gli squilibri:

Questo debito, sottoscritto da paesi, istituzioni, mercati e risparmiatori, sarà sostenibile, continuerà cioè a essere sottoscritto in futuro, se utilizzato a fini produttivi, ad esempio investimenti nel capitale umano, nelle infrastrutture cruciali per la produzione, nella ricerca ecc. Se è cioè “debito buono”. La sua sostenibilità verrà meno se invece verrà utilizzato per fini improduttivi, se sarà considerato “debito cattivo”. Il ritorno alla crescita, una crescita che rispetti l’ambiente e che non umili la persona, è divenuto un imperativo assoluto: perché le politiche economiche oggi perseguite siano sostenibili, per dare sicurezza di reddito specialmente ai più poveri, per rafforzare una coesione sociale resa fragile dall’esperienza della pandemia e dalle difficoltà che l’uscita dalla recessione comporterà nei mesi a venire, per costruire un futuro di cui le nostre società oggi intravedono i contorni. 

Non voglio affatto affermare che Draghi farà un governo di centrosinistra, sarà infatti un governo istituzionale che cercherà una maggioranza larga, ma i valori cui s’ispira il premier incaricato sono esattamente quelli nei quali dovrebbe riconoscersi una sinistra che non faccia del riformismo una vana giaculatoria, bensì un cambiamento capace di implementare le riforme necessarie a far ripartire il paese attraverso una crescita non affidata unicamente al mercato ma orientata alla sostenibilità ambientale, all’innovazione, per ridurre le diseguaglianze sociali, di genere, generazionali. Altro che chiacchiere sul popolo da ritrovare: la sinistra incontrerà il popolo solo quando saprà indicare sì un orizzonte, ma che si deve tradurre in una concreta possibilità di miglioramento delle sue condizioni di vita, non il ritorno a una purezza identitaria che vede nei populisti “gentili” l’interlocutore ideale. 

La linea seguita dal Pd di Nicola Zingaretti è stata esplicitata da Goffredo Bettini in una recente intervista che gli ho fatto per L’Espresso:

In questi anni la sinistra ha aderito al liberismo subendo l’egemonia conservatrice – afferma Bettini – solo che la chiama riformismo. Il riformismo liberal non esiste, è un ossimoro, e il Pd è prigioniero di un mancato chiarimento strategico, che ora è più che mai necessario tra coloro che subiscono l’egemonia conservatrice e neo-liberista e chi invece pensa ancora alla bussola dell’uguaglianza per orientarsi nel mondo di oggi. Penso che si debba ricostruire un partito che sappia entrare in un corpo a corpo con la società per attraversare il malessere e dargli forma, svettando sul magma informe e ribollente che sta sotto la crosta.  

Tradotto in politica: il nostro popolo se n’è andato con il M5S e per recuperarlo dobbiamo immergersi nelle sue contraddizioni, e per farlo abbiamo bisogno non di un partito riformista e pragmatico bensì di un partito molto radicalmente spostato a sinistra, alla Bernie Sanders. Inglobata la parte migliore del M5S in questa sinistra neoradicale, dopo che gli ultimi riformisti rimasti nel Pd se ne saranno andati per unirsi a Renzi, Calenda e altri in una formazione neocentrista, il Pd in cui rientrerebbe Leu, guidato da Conte sfiderebbe il centrodestra per allearsi poi con i neo-centristi. Dietro l’apparentemente inspiegabile monito di Bettini: “O Conte o il voto”, in realtà c’era questo disegno politico molto preciso, non un’impuntatura personalistica. Come non lo è stata quella di Matteo Renzi che ha una strategia del tutto opposta, ma altrettanto legittima: un riformismo che apra piuttosto ai moderati che si trovano stretti nella morsa sovranista e quindi si oppone all’idea di Conte leader di un nuovo centrosinistra.

Dei modi non m’importa nulla. Renzi ha potuto buttare giù Conte perché il Pd non ha saputo sbloccare l’immobilismo del governo né imporre la sua agenda su alcun tema. Ed è cosi diventato junior partner di un M5S senza leadership del quale ha subito tutte le oscillazioni. Ora il problema è capire se la parte del Pd che non si riconosce in questa strategia, dai dem di Franceschini a Base riformista di Guerini, ai giovani turchi di Orfini, ai battitori liberi come Nannicini, darà una battaglia politica che non può che avere un respiro congressuale. L’una, quella di Orlando, governa il partito, l’altra non ha ancora deciso di sfidarla in un congresso che ora appare inevitabile. I contendenti potrebbero essere Andrea Orlando e Giorgio Gori che plasticamente interpretano queste due visioni. E al fondo la domanda sarà: come riferimento mondiale dei progressisti chi scegliere tra Giuseppe Conte (“Sono professore e avvocato, nel corso della mia vita ho perorato le cause di tante persone. Mi accingo ora a difendere gli interessi di tutti gli italiani, in tutte le sedi, europee ed internazionali, dialogando con le istituzioni europee e con i rappresentanti di altri paesi”) e Mario Draghi (“La costruzione del futuro, perché le sue fondazioni non poggino sulla sabbia, non può che vedere coinvolta tutta la società che deve riconoscersi nelle scelte fatte perché non siano in futuro facilmente reversibili”).

La campana tuttavia suona per tutti, anche per il centrodestra. Il governo Draghi attira come una formidabile calamita non tanto singoli parlamentari, ma interi pezzi della constituency del centrodestra, da Forza Italia ai governatori leghisti del nord alle prese con un mondo produttivo che tutto vuole tranne le elezioni. E quindi mettetevi comodi perché la storia è appena cominciata.

SuperMario sconvolge l’atlante delle forze politiche ultima modifica: 2021-02-03T15:57:15+01:00 da CARMINE FOTIA

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