Il lungo viaggio di Pete Buttigieg

L’ex sfidante democratico alla presidenza è il nuovo segretario dei trasporti. È il primo esponente dichiaratamente omosessuale nella storia del governo americano.
MATTEO ANGELI
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Pete Buttigieg ha fatto di nuovo la storia: martedì 2 febbraio l’ex candidato democratico alla Casa Bianca è stato confermato al Senato come segretario dei trasporti. È diventato così il primo ministro dichiaratamente omosessuale di un governo americano, nonché il più giovane dell’amministrazione Biden, con i suoi trentanove anni. Nel processo di conferma, ha potuto contare su un importante consenso bipartisan: in una camera alta divisa a metà tra democratici e repubblicani, sono ben ottantasei coloro che hanno votato “sì” (contro tredici i “no”). 

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Negli ultimi due anni, il giovane democratico ha abbattuto una serie di barriere che avevano finora impedito alla comunità LGBTQ americana di essere rappresentata ai massimi livelli della politica. Egli è diventato il volto di un’emancipazione non ancora completata. Da candidato durante le primarie democratiche, non è stato solo il primo uomo dichiaratamente gay a partecipare a un dibattito presidenziale. È riuscito addirittura a vincere la prima tappa della grande corsa, arrivando primo in Iowa. Un traguardo che resterà nei libri di storia, come il discorso che fece quando abbandonò la corsa, intervenendo sul palco con il marito Chasten accanto a lui:

Abbiamo mandato un messaggio a ogni bambino là fuori, che si sta chiedendo se ciò che lo rende diverso significa che è destinato a essere inferiore agli altri. Abbiamo mostrato che uno che in passato si sentiva esattamente nello stesso modo, può diventare il candidato favorito alla presidenza, correndo con il proprio marito al suo fianco. 

Pete Buttigieg e il marito Chasten, sul palco durante la campagna per la nomination democratica

Fin da piccolo Peter Paul Montgomery Buttigieg è quello che in inglese viene definito un overachiever, una persona che va al di là delle aspettative. Bambino prodigio, poliglotta (parla otto lingue: inglese, maltese, francese, norvegese, arabo, italiano, spagnolo e dari), studente modello ad Harvard e Oxford, sindaco della sua città natale a soli ventinove anni, veterano di guerra. Ciononostante, dietro la patina di eccezionalità, si cela una storia per molti versi simile a quella di tante persone omosessuali della sua generazione. 

Pete il poliglotta è figlio dell’America profonda. Nasce nell’Indiana, a South Bend, città nota per esser stata la sede della Studebaker, celebre casa automobilistica statunitense che chiuse i battenti a fine anni Sessanta. Una realtà simbolo del declino dell’industria manifatturiera americana, finita addirittura tra le cento città moribonde, secondo una lista stilata nel 2011 da Newsweek

Fin dalla nascita, nel 1982, Pete Buttigieg ha però la fortuna di crescere nel microcosmo che ha al suo centro l’università di Notre Dame, istituzione cattolica considerata uno dei college più prestigiosi, ambiti e selettivi negli Stati Uniti. I genitori lavorano entrambi nell’insegnamento. Il padre Joseph, di origine maltese, è uno studioso e traduttore di Antonio Gramsci apprezzato a livello internazionale. Figlio unico, il giovane Buttigieg è educato in una serie di scuole private (tra le quali un istituto che adotta il metodo Montessori), molto più bianche e ricche del resto della comunità. Vicino al campus, all’ombra del Golden Dome – il duomo dorato – così viene chiamato l’edificio principale del palazzo universitario. Lontano dalla fabbriche abbandonate. 

Il suo sogno di bambino? Diventare pilota o astronauta. Cosa che lo porta fin da giovanissimo a sviluppare un interesse per i politici associati al programma spaziale statunitense, primo tra tutti John Fitzgerald Kennedy.

Una passione precoce: il ragazzo chiede per il suo undicesimo o dodicesimo compleanno una copia di Profiles in Courage, libro con cui Kennedy vinse il premio Pulitzer, quando ancora era un giovane senatore. Impara a memoria stralci degli interventi di JFK. Gli amici delle superiori lo ricordano recitare uno dei passaggi del discorso di Kennedy sulla conquista della luna:

Abbiamo scelto di andare sulla luna in questo decennio, non perché si tratta di una cosa facile ma perché è difficile. 

Più tardi, quando Buttigieg decide di arruolarsi nell’esercito, sceglie la marina, proprio come JFK. Non è tutto. Nell’estate del 2000, a diciott’anni, Pete vince un concorso letterario intitolato proprio secondo il libro letto qualche anno prima, il “Profiles in Courage essay contest”, sponsorizzato dalla fondazione legata alla biblioteca presidenziale dedicata a JFK. Scherzo del destino, Buttigieg dedica il suo saggio all’allora deputato Bernie Sanders, con il quale si scontrerà vent’anni più tardi, in occasione della corsa alla nomination democratica. Il diciottenne Buttigieg loda il coraggio dell’indipendente Sanders, che si definiva già allora un socialista e che a suo dire rappresentava l’ideale kennediano di “compromesso sulle questioni ma non sui principi”. Scrive anche che l’energia e la convinzione di Sanders potrebbero dare entusiasmo alle persone, in un periodo in cui in politica regnava il cinismo. 

Pete Buttigieg e Caroline Kennedy, figlia di JFK, in occasione della restituzione del premio “Profiles in Courage essay contest” (2000, JFK Library)

Buttigieg continua sulla strada di Kennedy: come l’ex presidente, studia ad Harvard, dove si laurea nel 2004, magna cum laude. Quell’anno lavora anche per la campagna presidenziale di John Kerry. Nel 2005, arriva ad Oxford, grazie a una prestigiosa borsa di studio Rhodes, dove studia politica, filosofia ed economia.

Finiti gli studi, nel 2007 si sposta a Chicago dove lavora per tre anni per la multinazionale di consulenza strategica McKinsey&Company. È il periodo in cui sceglie di entrare in marina, nel 2009, come riservista. Una decisione legata anche alla storia del ramo materno della sua famiglia: il nonno fu chirurgo militare, il prozio morì in un incidente areo durante la guerra mondiale. La voglia di arruolarsi scatta mentre stava facendo campagna in Iowa, per Barack Obama, nel 2008. Molte delle persone a cui bussa alla porta sono soldati, molto giovani. “Mi sembravano dei bambini”, racconta Buttigieg. 

Nel 2011 il grande salto. A soli ventinove anni diventa sindaco della sua South Bend con il 74 per cento dei voti. In tutti gli Stati Uniti, è il più giovane sindaco di una città con almeno centomila abitanti. La sfida che ha davanti è grande: rilanciare South Bend, farne un qualcosa di più che il museo della gloriosa Studebacker o il campus universitario di Notre Dame. Buttigieg dà vita a un piano ambizioso di edilizia sociale, rilancia l’economia, offre una visione che attira persone e innesca nuove dinamiche. La città comincia a vedere la luce in fondo al tunnel. 

C’è tuttavia una sfida altrettanto grande che il giovane sindaco non vuole ancora affrontare. Come scrive nella sua autobiografia, Shortest Way Home, per anni Pete tiene nascosta la sua omosessualità, anche a genitori e amici più stretti, per paura che questa possa rappresentare una “condanna a morte per la sua carriera”. 

Il tortuoso viaggio che porta Buttigieg ad accettare la sua omosessualità è quello di molti ragazzi e ragazze della sua generazione. Negli ultimi vent’anni l’America ha cambiato profondamente posizione sulle questioni LGBTQ. Quando Buttigieg frequentava le superiori, il paese era stato scosso nel 1998 dall’assassinio di Matthew Shepard, ventunenne studente del Wyoming pestato a morte e lasciato agonizzante, legato a una staccionata, perché gay. All’inizio degli anni Duemila, quando Buttigieg era ad Harvard, parlare di matrimonio tra persone dello stesso sesso era ancora considerato pura fantasia. Al massimo gay e lesbiche potevano aspirare all’unione civile, che nel 2000 era concessa in un solo stato: il Vermont. 

“La strada più corta per tornare a casa”, l’autobiografia di Pete Buttigieg, pubblicata da Liveright Publishing nel 2019

Nel 2004 il Massachusetts diventa il primo stato ad autorizzare il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Nel 2010 l’amministrazione Obama abroga la legge Don’t ask don’t tell, che impediva a chiunque fosse dichiaratamente omosessuale di servire nell’esercito. Nel 2015, arriva la storica sentenza della corte suprema che qualifica i matrimoni tra persone dello stesso sesso come un diritto sancito dalla costituzione. 

In pochi anni Buttigieg, e tanti che come lui tenevano nascosta la loro omosessualità, vedono sgretolarsi gli ostacoli con i quali erano cresciuti, a causa dei quali avevano imparato a mentire così bene, prima di tutto a sé stessi, riguardo alla propria identità sessuale. Il dilemma è esistenziale: continuare a mentire o fare coming out in età adulta? 

Quando Buttigieg è eletto sindaco per la prima volta, la sua omosessualità è un segreto per tutti. Non cerca di frequentare nessuno, getta anima e corpo nel suo mandato, fino a definirsi “sposato con il mio lavoro”. Arriva però il momento in cui fare i conti con sé stesso non è più una scelta procrastinabile.  

Paradossalmente, è l’impegno militare a dargli la spinta decisiva. Nel 2014, lascia temporaneamente la poltrona di sindaco perché inviato in Afghanistan per sette mesi, in quanto ufficiale dell’intelligence navale della riserva della marina degli Stati Uniti. Buttigieg ricorda che, alla viglia del viaggio, fu costretto a fare i conti con la ragione per la quale, a trent’anni passati, era ancora single. Se fosse morto in Afghanistan, infatti, non avrebbe lasciato né moglie né figli. 

Non essere single avrebbe voluto dire frequentare qualcuno. Frequentare qualcuno, nel mio caso, avrebbe voluto dire prima fare coming out. E fare coming out avrebbe potuto voler dire perdere tutto. Intrappolato in questa semplice equazione, ho scelto di essere in maniera più o meno permanente single, da quando nei miei vent’anni ho realizzato di essere gay. Ma ora rischiavo di non tornare a casa – di morire in quanto uomo adulto, militare, sindaco, senza alcuna idea di cosa significhi essere innamorato,

racconta Buttigieg. 

Buttigieg con i genitori, Joseph e Jennifer, al rientro dall’Afghanistan

Tornato a casa dall’Afghanistan, prima di di correre per il secondo mandato, Pete decide che è finalmente il momento di fare coming out. Lo fa con un editoriale pubblicato sul South Bend Tribune, il giornale della sua città, dove scrive:

Ero già in età adulta quando mi sono deciso a riconoscere il semplice fatto che sono gay. Mi ci sono voluti molti anni di tensioni e crescita interiore per accettare che essere omosessuale è parte di quello che sono, come il fatto di avere i capelli marroni…
È per me chiaro che in un momento come questo [nel 2015 il matrimonio gay diventa legale in tutti gli Stati Uniti] essere più aperto sulla mia omosessualità potrebbe fare del bene agli altri. Per uno studente del posto che fa fatica a fare i conti con il fatto di essere gay, può essere d’aiuto che il suo sindaco gli dica: la tua comunità avrà sempre un posto per te. E per un abitante conservatore, di un’altra generazione, il cui malessere verso gli omosessuali è in parte dovuto al fatto di non conoscere nessuno che è dichiaratamente gay, forse, un volto familiare come quello del suo sindaco, potrà ricordargli che partecipiamo tutti a questa sfida come una comunità.

Pete vince la sua scommessa. La gente di South Bend lo giudica sulla base del suo lavoro di sindaco e lo rielegge con l’80 per cento dei voti, più della prima volta. In poco tempo, l’uomo che aveva atteso più di trent’anni per fare coming out, incontra Chasten Glezman, che diventerà suo marito nel giugno del 2018 e lo accompagnerà sul palco durante la corsa alla nomination democratica.

Una corsa in cui Pete Buttigieg parte decisamente da outsider. È “solo” il sindaco di una cittadina con poco più di centomila abitanti. Deve fare i conti con avversari molto più blasonati di lui. Punta sulla sua esperienza di amministratore. Si fa chiamare “Mayor Pete”, sindaco Pete, anche per evitare ai suoi sostenitori di scandire un cognome difficile da pronunciare. Un “funny name”, un cognome strano, nella stessa maniera in cui venne percepito dodici anni fa quello di Barack Obama.

Ma Buttigieg non è Obama. La sua candidatura è certo storica – per la comunità LGBTQ è una crepa nel famigerato soffitto di cristallo – ma non riesce a decollare tra gli esponenti delle altre minoranze, soprattutto quella africano americana. Dopo un ottimo inizio, che lo aveva visto imporsi come frontrunner, Buttigieg getta la spugna e sostiene Joe Biden alla vigilia del Super Tuesday.

Il 2 marzo 2020 Pete Buttigieg dà il suo endorsement a Joe Biden

Un sostegno che Biden ricambia, una volta eletto presidente, nominandolo segretario dei trasporti. Ottenuto il via libera del Senato, il 3 febbraio Buttigieg giura, con il marito Chasten al suo fianco, davanti alla vicepresidente Kamala Harris.

Con questo nuovo compito Pete Buttigieg a avrà un ruolo decisivo nel piano ambizioso di Biden per ristrutturare le infrastrutture del paese, ma sarà chiamato anche a cercare soluzioni innovative per lottare contro il cambiamento climatico – uno dei grandi impegni del nuovo presidente.

Ogni giorno facciamo tutti dei viaggi, grandi o piccoli. Ci sono dei viaggi che ci portano dove dobbiamo andare e altri che ci riportano a casa, da coloro che amiamo. Ognuno dei nostri viaggi è plasmato dal momento in cui viviamo. Oggi dobbiamo fare i conti con una crisi sanitaria senza precedenti. La nostra economia è in pericolo e la nostra nazione sta riconoscendo le conseguenze del razzismo sistemico… Sono convinto che una buona politica dei trasporti può giocare un ruolo decisivo nel rendere possibile il sogno americano,

ha dichiarato Buttigieg in un video successivo al giuramento. Anche per lui, che ne ha fatta tanta di strada per raggiungere i suoi sogni, è arrivato il momento di cominciare un nuovo viaggio. 


Nella foto di copertina, Pete Buttigieg, accompagnato dal marito Chasten, giura davanti a Kamala Harris come segretario ai trasporti.

Il lungo viaggio di Pete Buttigieg ultima modifica: 2021-02-08T11:27:18+01:00 da MATTEO ANGELI

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