Littizzetto. Benvenuto elefante nella vetreria

“Cara Lucianina, hai riaperto involontariamente una ferita, sul problema a tutt’oggi parzialmente irrisolto della tutela di un prodotto artistico per anni oggetto di contraffazioni e divenuto per primo il simbolo della città svenduta al commercio spazzatura”.
ANTONELLA BARETTON
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Cara Luciana, 

il tuo riferimento ai “cigni storti” muranesi, peraltro in un contesto del tutto estraneo a eventuali polemiche sulla qualità del commercio veneziano, ha toccato il nervo al sindaco e agli operatori economici di settore. Quasi unanime si è levata un’ondata di sdegno per lo spregio verso la millenaria arte del vetro, per il generale discredito verso la città e i suoi distretti economici, Murano il vetro, Burano i merletti, e così via. 

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Immagino il tuo stupore e come vi sarete scherniti tu ei tuoi autori, quasi increduli che una battuta su ciò che a te pareva ovvio – un riferimento non certo al vetro artistico muranese, di cui magari sei anche attenta collezionista, ma a tutto il ciarpame che a ciò ci siamo abituati ad associare – potesse scatenare un simile pandemonio.  

Ti sei scusata e hai fatto ammenda anzi, hai rilanciato invitando il governo a provvedere con una politica adeguata a sostegno delle fornaci muranesi.  

Il problema, Lucianina, è che hai riaperto involontariamente una ferita sul problema a tutt’oggi parzialmente irrisolto della tutela di un prodotto artistico per anni oggetto di contraffazioni e divenuto per primo il simbolo della città svenduta al commercio spazzatura.  

Quanto è difficile rifarsi la verginità, e tu hai rischiato di compromettere tutto con una battuta infelice! Allora ti spiego un po’ di cose, secondo il mio punto di vista.  

Dopo anni di “sistema” in cui prodotti vetrari di incerta origine ma spacciati come autenticamente autoctoni, venduti a un prezzo anche dodici volte superiore al suo valore di costo (le famose “marche”!), hanno consentito l’arricchimento di un intero comparto cittadino (agenzie di incoming, guide turistiche, portieri d’albergo, lancioni granturismo, “batidori”…), epoca nella quale – per contro – gran parte delle fornaci muranesi ha portato i libri in tribunale, si è finalmente compresa la necessità di fare squadra per la tutela dell’autenticità del manufatto. 

Ma a prescindere dalla creazione del consorzio per la tutela del marchio Vetro artistico Murano, iniziativa senz’altro lodevole ma che è pur sempre espressione degli interessi delle imprese produttrici consorziate, ciò che forse ti è sfuggito è che da tempo è iniziata una grande opera di “culturizzazione” della materia. 

Vasi creati da Vittorio Zecchin negli anni Venti ed esposti all’Isola di San Giorgio, Venezia

Non sapevo di avere in casa (probabilmente) uno vaso di Zecchin, fino a quando non ho visitato la mostra organizzata dalle Stanze del vetro, a cui va il merito indiscusso di aver straordinariamente promosso l’idea del vetro come opera artistica. Le mostre che si sono succedute hanno fornito all’utenza non soltanto un panorama esaustivo della produzione seriale muranese fin dagli esordi, ma costituiscono, a mio avviso, un formidabile modello di “marketing apripista” per la valorizzazione dell’eccellenza, da cui trarre interessanti spunti. 

L’esposizione delle opere, seguita e/o preceduta da docufilm interpretati da attori e voce narrante, si inserisce nel concept, probabilmente anglosassone, di “far parlare” gli oggetti, di contestualizzarli al fine di far comprendere all’utente visitatore oltre che il lato prettamente artistico, lasciato all’apprezzamento soggettivo di ciascuno, il loro intrinseco significato nel contesto storico e sociale in cui sono stati creati. 

Riscrivere la storia attraverso gli oggetti e valorizzare gli oggetti attraverso la loro genesi è un modo intrigante per accrescere non soltanto l’interesse del visitatore ma per fare del business con la cultura. Penso, sempre in ambito anglosassone, al successo di recenti pubblicazioni che tratteggiano la storia di intere civiltà sulla base delle collezioni esposte al British Museum. Si tratta di prodotti editoriali che trascendono e prescindono dall’idea del catalogo museale tour court per raccontarci dell’altro e aprire nuove prospettive anche in termini economici (per esempio di diritti d’autore) finora inesplorate. 

Fino a qualche tempo fa, in una “vetreria” del centro storico (quelle, per capirci, che fanno la dimostrazione del cavallino a cui tu alludi ma che in realtà si limitano alla sola commercializzazione) si raccontava di essere costretti a oscurare le finestre delle sale con pesanti tendaggi per impedire di guardare fuori agli ignari gruppi di turisti, là veicolati. L’abbacinante bellezza del riflesso del sole sul bacino San Marco comprometteva le vendite e i conseguenti incassi delle provvigioni destinate alla lunga catena di soggetti a cui prima ho fatto riferimento. 

Tutto questo, mi viene da dirti, è (forse) passato. Segnali di cambiamento vengono proprio da Murano, dove chi è riuscito a sopravvivere ha finalmente compreso che l’approccio culturale è la migliore strategia di marketing per la promozione di un’eccellenza come il vetro – autentico – muranese. Sono nate partnership (non solo a Murano ma anche altrove, pensiamo a Homo Faber) tra realtà museali e imprese. L’idea della Nason&Moretti, di far conoscere la storia e i suoi manufatti creando un micromuseo annesso alla fornace dove sono esposti bozzetti e prototipi di produzione e dove si può assistere a tutte le fasi del processo produttivo di lavorazione del vetro, si inserisce certamente in tale contesto.  

Ancora più sorprendente a Murano è l’esistenza di una realtà come la Fondazione Berengo. Il suo omonimo ideatore, forse conosciuto più a livello internazionale che locale, è un muranese che già in tempi non sospetti ha intuito che il vetro poteva diventare il “medium” per creazioni artistiche a prescindere dagli stilemi classici tradizionali. Ha messo a disposizione la sua fornace e il suo spazio espositivo permanente per artisti dalle vocazioni più disparate che si sono misurati, a volte scontrati, con la materia. Sono personaggi del calibro di Tony Cragg, Jan Fabre, Tracey Emin, ma anche le “nostre” veneziane Federica Marangoni e Monica Bonvicini, stagisti, designer, studenti da ogni parte del mondo. Personalmente l’ultima volta ne ho incontrato uno di Edimburgo: stava realizzando uno stampo per quello che sarebbe diventato il più grande, fantasmagorico lampadario in vetro al mondo ideato da Ai Wawei, realizzato da Berengo a Murano. 

L’idea è quella che l’isola torni a diventare un laboratorio diffuso, dove l’autenticità del prodotto non possa né debba essere messa in discussione dal momento che è l’utente visitatore stesso che ne accerta la veridicità, assistendo in prima persona all’intero processo produttivo, dall’ideazione alla commercializzazione. 

Certo, è un programma ambizioso e forse elitario. Ma nessuno, credimi, qui in laguna vuole abolire la gondolina di plastica, e neppure i “cigni storti”. Si tratta solo di distinguere, una volta per tutte, e tutelare un’eccellenza che è solo nostra.

Ciao Cocca.

Littizzetto. Benvenuto elefante nella vetreria ultima modifica: 2021-02-10T13:17:24+01:00 da ANTONELLA BARETTON
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2 commenti

Roberta Lazzarini 10 Febbraio 2021 a 15:52

Molto bello e ben scritto. Purtroppo le vetreria utilizzano materiali molto tossici e altamente inquinanti come il Mercurio, arsenico e cadmio
Sostanze tossiche che per anni sono state versate in laguna. Con i campionamenti delle acque avvenute dopo il piano direttore la situazione è apparsa molto ma molto compromessa. Mettere in sicurezza le vetrerie dal punto di vista degli sversamenti, è per molti oneroso e per questo molte fabbriche del vetro sono emigrate in terraferma..il luogo rimane un luogo storico ma per lavorarci e far tornare la produzione in ottemperanza con le normative vigenti a tutela della laguna è una sfida molto onerosa.

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Roberta Lazzarini 10 Febbraio 2021 a 17:08

Molto bello e ben scritto. Purtroppo le vetrerie utilizzano sostanze molto tossiche e altamente inquinanti come il Mercurio, Cadmio e Arsenico. Materiali nocivi che per anni sono stati versati in laguna. Con i campionamenti delle acque avvenute dopo il piano direttore la situazione è apparsa molto ma molto compromessa. Mettere in sicurezza le vetrerie anche dal punto di vista degli sversamenti, è per molti oneroso e per questo molte fabbriche del vetro sono emigrate in terraferma..il luogo rimane un luogo storico ma per lavorarci e far tornare la produzione in ottemperanza con le normative vigenti a tutela della laguna è una sfida molto onerosa.

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