Il cortile di casa di Joe

Biden ha mandato dei segnali ai paesi lantiamericani. Non solo con le sue promesse e gli impegni presi ma anche con le nomine che ha fatto e sta facendo. Bisognerà vedere la sostanza di un esecutivo che cerca in tutta evidenza di proiettare un’immagine progressista ed “etica”
scritto da MAURIZIO MATTEUZZI
Condividi
PDF

E se alla fine a molti dei presidenti dell’America latina, al di là delle felicitazioni di rito e/o delle posizioni ufficiali di sollievo per il ritorno di Washington “alla normalità” (a parte il caso estremo del populista di destra Jair Bolsonaro in Brasile che insieme al “populista di sinistra” López Obrador in Messico è stato l’ultimo a riconoscere la vittoria di Joe Biden), non dispiacesse poi tanto la presenza alla Casa Bianca di un “isolazionista” a cui dell’America latina non importava quasi nulla e in fin dei conti neanche della democrazia, dei diritti umani, del cambio climatico, della devastazione amazzonica, della corruzione?

All’inizio dell’era Trump, nel 2017, come ha scritto di recente The Economist,

i governi latino-americani temevano di attirare l’attenzione del nuovo presidente, ma con il passare del tempo molti leader della regione hanno imparato ad apprezzarlo, soprattutto perché Trump li ha lasciati liberi di agire come volevano.

A patto che rispettassero le tre o quattro condizioni in cui si esauriva l’interesse del tycoon per “il cortile di casa”: che i paesi del Centro America e il Messico impedissero l’entrata dei migranti negli Stati Uniti; che il Messico, se non pagarlo, non ostacolasse la costruzione del “muro della vergogna” lungo il confine con gli USA e accettasse la revisione ancor più sfavorevole del NAFTA (l’accordo di libero commercio che adesso si chiama USMCA); che fossero mantenuti l’isolamento e l’asfissia della “troika della tirannia”: Cuba, Venezuela e Nicaragua.

Nei quattro anni alla Casa Bianca, Trump non ha mai messo piede in America latina, fatta eccezione per una fuggevole puntata a Buenos Aires nel 2018 per il G20. George W. Bush aveva visitato la regione 18 volte, Obama 15 e Joe Biden come vicepresidente e senatore 16.

31 maggio 2013, Rio de Janiero. L’allora vicepresidente statunitense Joe Biden pronuncia un discorso nel Petrobras Centro de Pesquisas in cui auspica una nuova era nelle relazioni tra Usa e America latina, attribuendo alla partnership con il Brasile un ruolo strategico.
Brasília, 1 gennaio 2015. L’allora vicepresidente statunitense Joe Biden partecipa alla cerimonia d’insediamento della nuova Presidenta da República Dilma Rousseff.

E adesso, con Biden e Kamala Harris alla Casa Bianca e i democratici che controllano anche il Congresso? Come sarà the great reset annunciato e atteso? Biden si è molto impegnato sull’America Latina nella sua campagna: nuove e meno brutali regole sull’immigrazione (sia quella indocumentada già presente negli USA sia quella in arrivo); un programma di investimenti da quattro miliardi di dollari per sostenere lo sviluppo dei paesi del Centro America inesauribili “produttori” di migranti; un fondo internazionale di venti miliardi di dollari per salvare l’Amazzonia (che ha già fatto infuriare Bolsonaro: “l’Amazzonia è nostra”); la promozione/esportazione di investimenti USA in energie pulite (“posti di lavoro verdi”); lo stop (forse) al “muro della vergogna” (3140 km la lunghezza della frontiera sud, 480 km costruiti negli ultimi quattro anni contro i 1050 che c’erano già avviati a suo tempo dal democratico Bill Clinton); la “revisione” (forse) dell’oscena raffica di sanzioni reimposte da Trump a Cuba e il ritorno all’“appeasement” promosso da Obama nel 2015; la ripresa del multilateralismo; l’allargamento e la “promozione della democrazia” oltre i paesi della “troika della tirannia” per consolidare la stabilità di una regione sconvolta dalla pandemia (più di 550mila morti) e dalla crisi economica più grave che si ricordi (-11 per cento nell’ultimo anno, povertà estrema raddoppiata).

Harare, 15 agosto 2018. Il presidente dello Zimbabwe Emmerson Dambudzo Mnangagwa incontra il nuovo ambasciatore degli Usa Brian Andrew Nichols. Il diplomatico è indicato come probabile top envoy della nuova amministrazione in America Latina

Biden ha mandato dei segnali. Non solo con le sue promesse e gli impegni presi ma anche con le nomine che ha fatto e sta facendo.

Un esecutivo che oltre alla numero due, giamaicana di origine, presenta quattro “latinos” (con Trump nessuno per la prima volta in trent’anni), di cui uno nato a Cuba e un altro in Colombia, molto deciso in termini di colore e genere, prevalentemente proveniente dai tempi di Obama, come il segretario di stato Antony Blinken al posto dell’abominevole Mike Pompeo. Interessante, se sarà confermata, anche la nomina del nuovo assistente segretario di Stato per l’Emisfero occidentale (il responsabile per l’America latina), l’afroamericano Brian Nichols, diplomatico di carriera e ambasciatore in Zimbabwe che ruppe con Trump dopo aver preso posizione pubblicamente in favore del movimento Black Lives Matter.

Il colore e il genere sono un passo ma bisognerà vedere la sostanza di un esecutivo che cerca in tutta evidenza di proiettare un’immagine progressista ed “etica”. I più critici temono che si tratti solo di misure cosmetiche per adornare di donne, “latinos” e afro-discendenti una compagine “di destra democratica”.

Dopo la catastrofe del Covid tornare alla “normalità” pre-Trump non si può, non basta richiamarsi a Obama (che ha respinto o espulso più migranti di Trump), come non basta la difesa formale delle regole democratiche in una regione in cui i democratici hanno una storia di politica emisferica basata sul paradigma neoliberista. Non si può dimenticare, nell’euforia per la sconfitta dell’orribile Trump, che gli ultimi golpe in ordine di tempo, golpe blandi ma poi neanche tanto – Manuel Zelaya (Honduras 2009), Fernando Lugo (Paraguay 2012), Dilma Rousseff (Brasile 2016, con annessa campagna giudiziaria anti-Lula politicamente pilotata) – sono avvenuti durante il governo progressista di Obama con Hillary Clinton al dipartimento di stato. Antony Blinken, il suo successore, che ha subito riconosciuto l’auto-nominato e screditatissimo Juan Guaidó quale legittimo presidente anti-Maduro del Venezuela, è dipinto come un “centrista con pulsioni interventiste”.

Anthony Tony John Blinken giura dopo la nomina a segretario di stato. Il top diplomat della nuova amministrazione è stato, dal 2009 al 2013, Consigliere per la sicurezza nazionale dell’allora vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden.

Si vedrà presto se questo “interventismo” democratico per ripristinare la “centralità” USA in America latina, (parzialmente) compromessa dall’“isolazionismo” di Trump che ha finito per agevolare l’intromissione nell’area della Cina e perfino della Russia, sarà qualcosa di nuovo e di buono o solo la riproposizione riveduta e aggiornata della vecchia Dottrina Monroe.

ytali è una rivista indipendente. Vive del lavoro volontario e gratuito di giornalisti e collaboratori che quotidianamente s’impegnano per dare voce a un’informazione approfondita, plurale e libera da vincoli. Il sostegno dei lettori è il nostro unico strumento di autofinanziamento. Se anche tu vuoi contribuire con una donazione clicca QUI

Il cortile di casa di Joe ultima modifica: 2021-02-11T17:56:43+01:00 da MAURIZIO MATTEUZZI

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento