Che c’entra il Pci con la crisi di governo?

Alcune risposte è possibile trovarle nel volume “Comunisti a modo nostro” dove Emanuele Macaluso e Claudio Petruccioli discutono in maniera serrata della storia dei comunisti italiani. Da leggere anche “Rendiconto” di Petruccioli e “Il nostro Pci” di Fabrizio Rondolino, un quadro sentimentale, apparentemente nostalgico, ma soprattutto ironico e acuto, del partito di Botteghe oscure.
scritto da NINO BERTOLONI MELI
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Vuoi capire come mai, in piena crisi politica, mentre si cercava di fare un governo all’altezza dei compiti che attendono Italia e intera Europa, il Pd non sia riuscito ad andare oltre l’obiettivo di sbandierare quello straccio di “alleanza strategica” con i grillini? E come mai, mentre si puntava a far entrare in partita un esponente come Mario Draghi, il Pd ha continuato ad ammannire all’intero Paese il Conte bis come “punto di equilibrio insuperabile e imprenscindibile” di non si sa quali magnifiche sorti e progressive? E ancora, ciliegina sulla torta, come è stato possibile che nel medesimo Pd, non appena è stato incaricato Draghi, si siano diffusi subito conati di astensione sul governo che si andava a comporre, propugnati non da buontemponi di passaggio, ma da personaggi come Bettini e Cuperlo, i Suslov dem dell’esperienza contiana?

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Alcune risposte è possibile trovarle nel volume dal titolo quasi civettuolo Comunisti a modo nostro, edito da Marsilio, dove Emanuele Macaluso e Claudio Petruccioli discutono in maniera serrata del Pci e della sua storia, Storia di un partito lungo un secolo, recita il sottotitolo. La prima risposta la fornisce proprio Macaluso, in negativo, in quella che è stata la sua ultima fatica prima di lasciarci:

Il Pd ha abbandonato la rappresentanza sociale e si è dato solo al governo come fine, la grave responsabilità di Occhetto, D’Alema e Veltroni è quella di avere chiuso il Pci, di avere abbandonato qualsiasi prospettiva socialista per dedicarsi esclusivamente al governismo,

che per Macaluso diventa una sorta di malattia senile del post comunismo.

Diametralmente opposta la versione di Petruccioli: il Pds non è stato fondato per abbandonare ultimi, penultimi e questione sociale, ma per affermare il principio politico e la prassi che la questione sociale si affronta non declamandola, ma andando al governo e dal governo, in sostanza rendendo esplicita quella funzione di governo che la sinistra si è sempre (o quasi sempre) arrogata quando stava all’opposizione, e che dopo la caduta del Muro si è trovata a sperimentare concretamente, come spinta a forza sul proscenio della politica. Il Pd, in sostanza, sull’uscio del governo Draghi ha corso il rischio di ripetere l’errore fatale commesso dal Pds con il governo Ciampi, dal quale Occhetto fu costretto a ritirarsi non per convinzione, ma per cause partitiche interne (opposizione di D’Alema e dei settori più d’antan del partito).

Macaluso e Petruccioli dialogano per oltre 400 pagine, rievocano personaggi, Togliatti e Berlinguer su tutti, citati tante di quelle volte da renderne superflua e ridondante la presenza nell’indice dei nomi, ripercorrono vicende, tornano su passaggi cruciali della storia della sinistra. Ne scaturisce il nodo, meglio il dilemma, che attanaglia la sinistra italiana e non solo: per Macaluso il Pci doveva sì chiudere i battenti dopo il Muro, ma avrebbe dovuto dedicarsi alla ricomposizione della sinistra guardando in primis ai socialisti, contrastando così l’assunto principe della svolta di Occhetto, secondo il quale “non usciamo dalla tradizione comunista per approdare a quella socialista”. “Tu in realtà, caro Emanuele, quando parli di tradizione socialista, ti riferisci a un Psi nel quale trovarti a casa tua, come ti sei trovato nel Pci”, ribatte e punzecchia Petruccioli.

Per l’ex braccio destro e pure sinistro di Occhetto il problema di fondo è che il nucleo storico della sinistra italiana dal Pci non è mai uscito. Ma come, dopo trent’anni dalla caduta del Muro e dalla chiusura del Pci a Rimini? Possibile? Sì, incalza Petruccioli, laddove per Pci s’intenda che la sinistra o è quella storia, quella tradizione, quella cultura politica togliattian berlingueriana, o non è. Il Pci non era il Pcus, d’accordo. Il Pci non voleva fare come in Urss, d’accordo. Ma il nucleo “comunista” rimane e persiste in tutti i passaggi e le teorizzazioni sulle “riforme di struttura”, sul “superamento del capitalismo” con i seguiti di “nuovi modelli di sviluppo”, “noi non siamo socialdemocratici perché la socialdemocrazia non si pone il problema del superamento del capitalismo”, era l’anatema berlingueriano a chi gli chiedeva di fare la Bad Godesberg italiana. Di qui l’anatema a Matteo Renzi, considerato non solo corpo estraneo a quella tradizione scuola cultura (come in effetti era), ma anche se non soprattutto cavallo di Troia di “oscure forze” volte a sconfiggere e asfaltare quella luminosa tradizione.

La discussione sul Pci non si è esaurita con la fine del partito. Il Pci è presente nelle polemiche e nelle lotte politiche di oggi, come anche nelle riflessioni più raffinate, trasformato in archetipo, in modello di un’idea di sinistra,

la sintesi a mo’ di epitaffio delineata da Petruccioli.

Il quale Petruccioli, mentre in tanti s’affannavano a rivivere ed esaltare il Pci per il centenario della nascita, ha ridato alle stampe un suo libro del 2001, Rendiconto, nel quale ha inserito un capitolo attuale dal significativo titolo “Quanto è difficile uscire dal Pci”. In ciò, probabilmente, segnando anche una divergenza dal suo amico di una vita Occhetto, che invece è fautore di una “uscita da sinistra dal comunismo”.

Ci sono poi i filocomunisti post factum alla Gad Lerner, che recensendo il volume di Macaluso-Petruccioli ha accusato entrambi di avere sorvolato su tutta la storia del Pcd’I fino alla svolta togliattiana di Salerno, di avere oscurato Bordiga e Gramsci, di avere in sostanza espunto le ragioni sociali, storiche, “proletarie” dell’avvento del Pci. Poco conta, per questi e altri critici similari che mai sono stati nel Pci, che dirsi oggi comunista equivalga a dipingere né più e né meno delle macchiette (e ce ne sono attivi e operanti, con barbe o testa rasata), ma tant’è, si è probabilmente in presenza di un fenomeno di falsa coscienza di chi si fa fautore di tenere la sinistra lontana dal governo presentando la cosa come de sinistra, come ciò che deve fare “la vera sinistra”.

Un quadro sentimentale, apparentemente nostalgico, ma soprattutto ironico e acuto, lo fornisce il volume Il nostro Pci, un racconto per immagini, curato da Fabrizio Rondolino per i tipi di Rizzoli. Un libro fitto fitto di manifesti d’epoca, tessere, cimeli, inframmezzati da ritratti nient’affatto iconografici dei vari leader fino all’ultimo, Occhetto. Con un’introduzione a tratti scanzonata di Rondolino, che racconta in prima persona e autobiograficamente l’educazione sentimentale di un giovane degli anni Settanta che aderisce al Pci. Un giovane che tranquillamente e spensieratamente vede la sezione come il luogo dove portarci la fidanzatina; si racconta poi come avveniva lo schieramento “ideologico”: “Noi giovani un giorno diventammo tutti ingraiani, ancora oggi non capisco cosa volesse dire, ma ci identificammo con l’immagine di quel leader”. Un Rondolino alla Nanni Moretti, nostalgia e ironia la fanno da padrone. E, come insegnava il vecchio Hegel, quando a un avvenimento o a una storia subentra l’ironia, significa che è stata superata, la coscienza ha operato il superamento.

Che c’entra il Pci con la crisi di governo? ultima modifica: 2021-02-13T16:50:40+01:00 da NINO BERTOLONI MELI

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